martedì 26 aprile 2016

Lo stato contro Fritz Bauer

Francoforte, fine anni '50. Fritz Bauer, procuratore generale di origini ebree, socialdemocratico, con dei trascorsi omosessuali, si batte per perseguire i criminali nazisti rimasti impuniti, in un periodo nel quale la Germania inseguiva il benessere e voleva non ricordare il passato. Nel corso della propria caccia, il nostro apprende che Adolf Eichmann, ex-tenente colonnello delle SS responsabile della deportazione di massa degli ebrei, vive sotto falso nome a Buenos Aires. L'impresa di riportarlo in patria per venire processato si rivela, però, assai improba perché ostacolata da quella parte dei poteri - dalla politica alla magistratura, dai servizi segreti alla polizia - in mano a degli ex-nazisti formalmente convertitisi al verbo della democrazia. Non potendo fidarsi della nomenclatura del proprio paese, Bauer - divenuto oggetto di minacce e bersaglio di depistaggi - ne organizza la cattura da parte del Mossad israeliano con l'aiuto d'un giovane procuratore, commettendo così il reato di alto tradimento...


Cominciano a esser molte le pellicole che ricostruiscono la realtà del passato, incursioni nella memoria che raccontano storie vere dentro i canoni del thriller o del noir. Apripista, probabilmente, è stato "Le vite degli altri" (2006), nel quale l'incubo di vivere nella DDR sotto l'occhiuto controllo della famigerata polizia segreta, la Stasi, era stato reso magistralmente. Per arrivare all'oggi, è da poco transitato nelle sale "Il labirinto del silenzio", del regista di origini italiane Giulio Ricciarelli, culminante nel processo di Auschwitz del 1963, il primo tedesco ai nazisti, istruito giusto da Fritz Bauer - che nella fattispecie però non è il protagonista - dopo ricerche protrattesi per anni.



L'approccio scelto dal regista Lars Kraume - nato a Chieti, ma cresciuto a Francoforte sul Meno - per "Lo stato contro Fritz Bauer" è tradizionale: d'impianto e di narrazione classica, il film trova la propria forza nell'interesse storico del soggetto e nell'interpretazione di Burghart Klaussner, che veste i panni di Bauer. A parte la somiglianza fisica, l'attore dipinge con maestria il ritratto d'un personaggio dai tratti burberi, a volte di tagliente ironia, ma di elevata statura morale, tenace ed intelligente. Il rapporto del protagonista - affettuoso, ma solo professionale - con il giovane procuratore, anch'egli omosessuale e innamorato d'un travestito star in un cabaret, è delineato con gran delicatezza: l'anziano superiore si limita a dirgli che deve lasciar perdere, "perché il prezzo da pagare è molto alto" (nella RFT, all'epoca, il paragrafo 175 del codice civile considerava "le pratiche lascive" tra uomini un reato, da scontare con il carcere). All'apparenza notarile, lo stile registico è, di contro, assolutamente adeguato alla materia, rendendo a meraviglia il grigiore e la mediocrità della stagione adenaueriana, tutt'uno con il desiderio d'oblio di una nazione incapace d'affrontare i sensi di colpa. Nel vedere l'anziano procuratore ed il suo volenteroso assistente chini sulle carte, determinati nel perseguire i propri obiettivi, tuttavia consapevoli di fare in primo luogo il proprio dovere, non si può che concludere con Brecht: "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi".

                                                                                                                                     Francesco Troiano


LO STATO CONTRO FRITZ BAUER. REGIA: LARS KRAUME. INTERPRETI: BURGHART KLAUSSNER, RONALD ZEHRFELD, ROBERT ATZORN. DISTRIBUZIONE: CINEMA. DURATA: 105 MINUTI. 

domenica 17 aprile 2016

Truman

Julian, attore argentino che vive e lavora da lungo tempo a Madrid, è affetto da un cancro che sembra refrattario ad ogni trattamento: persino l'esito della chemioterapia non ha soddisfatto il paziente. Il suo miglior amico Tomas, madrileno trasferitosi in Canada, affronta un lungo viaggio per portare conforto al sodale. Egli ha solo quattro giorni da trascorrere con Julian, ed è consapevole che a quest'ultimo resta ben poco tempo da vivere: entrambi, tuttavia, non si piegano alle logiche dell'addio, preferendo invece entrare assieme in quella specie di spaesamento che sempre precede la dipartita, e che necessita pure di decisioni pratiche non ulteriormente rinviabili. Una su tutte è di grande difficoltà per il morituro: riguarda Truman, il proprio adorato cane, per il quale andrà trovata una soddisfacente sistemazione, dato che il suo padrone non potrà più occuparsene. E persino in ciò, Tomas non lascerà nelle ambasce l'amico di una vita, costi quel che costi...

Presentato al Festival di Toronto, "Truman" è un film difficilmente definibile. Non che manchino esempi di pellicole sull'elaborazione della scomparsa: da "Love Story" (1970) di Arthur Hiller a "Quel fantastico peggior anno della mia vita" (2015) di Alfonso Gomez-Rejon, passando per "L'amore che resta" (2011) di Gus Van Sant, "50 e 50" (2011) di Jonathan Levine e "Colpa delle stelle" (2014) di John Boone, l'elenco potrebbe essere lungo. Quello che rende la fatica di Cesc Gay diversa da tutti e, in qualche modo, memorabile, è il tono, che qui davvero fa la canzone. Raccontare gli ultimi giorni di un uomo senza pietismo o retorica dei sentimenti è impresa titanica, però il regista spagnolo va in souplesse, commuovendoci profondamente e facendoci sorridere, nonché riflettere sull'amicizia e sull'importanza degli affetti (la figura di Truman, il bullmastiff che pare comprendere quanto sta succedendo, è una trovata straordinaria). Inoltre, senza darlo a vedere, la pellicola è una riflessione su quanto l'imminenza della fine cambi l'ordine delle nostre priorità: l'estroso e bohémien Julien - separato, un figlio, una vita piena e un po' spregiudicata, vissuta all'insegna della leggerezza - scopre in sé le doti del pragmatismo e della responsabilità, un tempo appannaggio esclusivo di Tomas; ed il secondo, girovagando per la città insieme all'amico, si scopre duttile e disposto a piccole eccentricità, nel corso delle varie avventure urbane che affronta. 


Cesc Gay racconta la vicenda di Truman con eguale onestà e franchezza, dando vita a un gruppetto di caratteri credibili e che non si può fare a meno di amare: al punto che separarsi da loro sarà arduo per lo spettatore, quanto lo è per Tomas staccarsi da Julian, e viceversa. La sceneggiatura non cede di una virgola alle tentazioni della furbizia, non si dedica alla facile e fruttuosa esazione della lacrima a buon mercato, ma sta sui personaggi ricordandoci che ciascuno muore come può, e coloro che gli stanno intorno dovrebbero semplicemente accettarlo. Naturalmente questo eccellente risultato deve molto ad una coppia di interpreti di alta classe: Ricardo Darin nei panni di Julian e Javier Camara in quelli di Tomas sono strepitosi, davvero unici nel portarci nel cuore della storia e del dolore, senza mai farci smarrire. Si esce rasserenati, dalla visione di "Tomas", e innamorati di un cinema che si pensava scomparso: capace di mettere in scena la natura umana nella sua essenza, in punta di cinepresa e senza scordare l'importanza d'un sorriso.

                                                                                                                                     Francesco Troiano

TRUMAN. REGIA: CESC GAY. RICARDO DARIN, JAVIER CAMARA. DISTRIBUZIONE: SATINE. DURATA: 108 MINUTI.
 

mercoledì 13 aprile 2016

Mistress America

Tracy Fishko, matricola al college ed aspirante scrittrice, si è appena trasferita a New York, dopo l'annuncio di un nuovo matrimonio di sua madre. Mentre combatte per far parte d'un prestigioso circolo letterario e vorrebbe far innamorare il nerd che ha cominciato a frequentare, prende contatto con Brooke, la futura sorellastra che dovrebbe darle una mano ad ambientarsi nella Grande Mela. Trascinata dai ritmi e dall'entusiasmo di quest'ultima, Tracy cambia passo e si lascia coinvolgere nel vorticoso vivere della giovane donna che - tra i mille progetti coltivati - ha quello di aprire un ristorante "familiare" e moderno a Williamsburg. Se Brooke abbisogna di danaro per poter raggiungere il proprio obiettivo, Tracy necessita di Brooke per scrivere una sorta di racconto dell'esistenza: amica sincera quanto logorroica, la prima senza accorgersene fornisce a Tracy la vicenda per accedere al circolo. Quando Brooke disvela il progetto della parente neoacquisita, la loro sintonia rischia di frantumarsi ed i rispettivi desideri di entrare in rotta di collisione...

Al suo nono lungometraggio (solo cinque, però, sono approdati in Italia), Noah Baumbach riprende le fila del precedente "Giovani si diventa" (2014) e, girando una commedia di amicizia interpretata meravigliosamente dalla sua musa Greta Gerwig - anche sceneggiatrice - e da Lola Kirke, chiude una trilogia agrodolce incentrata sulle relazioni vissute dai rappresentanti della tarda giovinezza della generazione X. "Mistress America", in particolare, si lega al primo pannello del trittico, "Greta Ha" (2012), dove una 27enne danzatrice precaria - abbandonata per un uomo dalla convivente ed amica del cuore - si vede obbligata a coabitare con due coetanei radical chic. Adesso, qui, il personaggio centrale -  Brooke, per intenderci - si ostina a cercare il proprio posto ed a pretendere la felicità che ritiene di meritare, come in un racconto rohmeriano. Entrambe inadeguate, seppure in modi differenti, ad accedere all'età adulta, Brooke e Tracy indossano al mattino una maschera da vincenti e mai se ne disfano nel corso della giornata: un espediente che le trasforma in valide incassatrici dei colpi della vita, conservando un vigore a tratti commovente. 

Se per consuetudine sono i vecchi a vampirizzare i giovani, Baumbach rovescia le carte e mette in scena un percorso che include l'impiego da parte della ragazzina di ogni mezzo per giungere ai propri fini. Poggiato su una sceneggiatura scintillante, con un rimpallo delle battute tanto felice da rimandare alla screwball comedy (si potrebbe fare una tesi di laurea sull'evoluzione del personaggio femminile picchiatello, che giunge a Brooke partendo dalla Susanna di Howard Hawks, poi passando per la Judy di "Ma papà ti manda sola?" di Bogdanovich e la Annie Hall di Woody Allen), "Mistress America" rappresenta la "crisi" - nella medicina antica, la fase cruciale del decorso di una malattia, quella in cui si decide la guarigione o la morte - di esistenze precarie e talentuose, che danzano in scioltezza sull'orlo del precipizio (solo un piccolo colpo di fortuna evita a Brooke di venire, alla conclusione, risucchiata dai debiti).  

Ritrattista tragi-comico, tagliente e verboso in sintonia con la propria sodale, Noah Baumbach conferma il proprio talento nel disegnar figure femminili sfaccettate e contemporanee, che si sbattono per restare al passo con i tempi ed ansimano pur di non rinunciare ai propri propositi: magari non sanno bene quello che desiderano, però lo desiderano tanto. I punti di riferimento sono, per certo, Woody Allen e François Truffaut (dell'influenza di Rohmer, s'è già accennato): i caratteri maschili prendono dalla tradizione ebraica dello schlemiel, laddove quelli femminili sono contrassegnati dal carisma di Greta Gerwig, attrice modernissima e rétro nello stesso momento, impagabile nel racchiudere lo spirito di un'epoca e nel tratteggiare, con pochi gesti, personaggi indimenticabili. Le donne di Baumbach assomigliano alle alleniane sorelle di Hannah, è vero, ma il magistero del nostro riesce ad aggiornarle, sfuggendo alla tentazione del cinismo e facendo dei propri lavori altrettanti block-notes di appunti antropologici, financo etnografici. Se l'America cambia (come dice nel finale Tracy), egli schizza con elegante malinconia i tratti delle estreme rappresentanti della resistenza, delle Brooke destinate a salvarsi grazie alla propria disarmante sincerità.
                                                                                                                                                                                       Francesco Troiano

MISTRESS AMERICA. REGIA: NOAH BAUMBACH. INTERPRETI: GRETA GERWIG, LOLA KIRKE, NAT BALDWIN, JULIET BRETT. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 84 MINUTI.

Mistress America

Tracy Fishko, matricola al college ed aspirante scrittrice, si è appena trasferita a New York, dopo l'annuncio di un nuovo matrimonio di sua madre. Mentre combatte per far parte d'un prestigioso circolo letterario e vorrebbe far innamorare il nerd che ha cominciato a frequentare, prende contatto con Brooke, la futura sorellastra che dovrebbe darle una mano ad ambientarsi nella Grande Mela. Trascinata dai ritmi e dall'entusiasmo di quest'ultima, Tracy cambia passo e si lascia coinvolgere nel vorticoso vivere della giovane donna che - tra i mille progetti coltivati - ha quello di aprire un ristorante "familiare" e moderno a Williamsburg. Se Brooke abbisogna di danaro per poter raggiungere il proprio obiettivo, Tracy necessita di Brooke per scrivere una sorta di racconto dell'esistenza: amica sincera quanto logorroica, la prima senza accorgersene fornisce a Tracy la vicenda per accedere al circolo. Quando Brooke disvela il progetto della parente neoacquisita, la loro sintonia rischia di frantumarsi ed i rispettivi desideri di entrare in rotta di collisione...

Al suo nono lungometraggio (solo cinque, però, sono approdati in Italia), Noah Baumbach riprende le fila del precedente "Giovani si diventa" (2014) e, girando una commedia di amicizia interpretata meravigliosamente dalla sua musa Greta Gerwig - anche sceneggiatrice - e da Lola Kirke, chiude una trilogia agrodolce incentrata sulle relazioni vissute dai rappresentanti della tarda giovinezza della generazione X. "Mistress America", in particolare, si lega al primo pannello del trittico, "Greta Ha" (2012), dove una 27enne danzatrice precaria - abbandonata per un uomo dalla convivente ed amica del cuore - si vede obbligata a coabitare con due coetanei radical chic. Adesso, qui, il personaggio centrale -  Brooke, per intenderci - si ostina a cercare il proprio posto ed a pretendere la felicità che ritiene di meritare, come in un racconto rohmeriano. Entrambe inadeguate, seppure in modi differenti, ad accedere all'età adulta, Brooke e Tracy indossano al mattino una maschera da vincenti e mai se ne disfano nel corso della giornata: un espediente che le trasforma in valide incassatrici dei colpi della vita, conservando un vigore a tratti commovente. 

Se per consuetudine sono i vecchi a vampirizzare i giovani, Baumbach rovescia le carte e mette in scena un percorso che include l'impiego da parte della ragazzina di ogni mezzo per giungere ai propri fini. Poggiato su una sceneggiatura scintillante, con un rimpallo delle battute tanto felice da rimandare alla screwball comedy (si potrebbe fare una tesi di laurea sull'evoluzione del personaggio femminile picchiatello, che giunge a Brooke partendo dalla Susanna di Howard Hawks, poi passando per la Judy di "Ma papà ti manda sola?" di Bogdanovich e la Annie Hall di Woody Allen), "Mistress America" rappresenta la "crisi" - nella medicina antica, la fase cruciale del decorso di una malattia, quella in cui si decide la guarigione o la morte - di esistenze precarie e talentuose, che danzano in scioltezza sull'orlo del precipizio (solo un piccolo colpo di fortuna evita a Brooke di venire, alla conclusione, risucchiata dai debiti).  

Ritrattista tragi-comico, tagliente e verboso in sintonia con la propria sodale, Noah Baumbach conferma il proprio talento nel disegnar figure femminili sfaccettate e contemporanee, che si sbattono per restare al passo con i tempi ed ansimano pur di non rinunciare ai propri propositi: magari non sanno bene quello che desiderano, però lo desiderano tanto. I punti di riferimento sono, per certo, Woody Allen e François Truffaut (dell'influenza di Rohmer, s'è già accennato): i caratteri maschili prendono dalla tradizione ebraica dello schlemiel, laddove quelli femminili sono contrassegnati dal carisma di Greta Gerwig, attrice modernissima e rétro nello stesso momento, impagabile nel racchiudere lo spirito di un'epoca e nel tratteggiare, con pochi gesti, personaggi indimenticabili. Le donne di Baumbach assomigliano alle alleniane sorelle di Hannah, è vero, ma il magistero del nostro riesce ad aggiornarle, sfuggendo alla tentazione del cinismo e facendo dei propri lavori altrettanti block-notes di appunti antropologici, financo etnografici. Se l'America cambia (come dice nel finale Tracy), egli schizza con elegante malinconia i tratti delle estreme rappresentanti della resistenza, delle Brooke destinate a salvarsi grazie alla propria disarmante sincerità.
                                                                                                                                                                                       Francesco Troiano

MISTRESS AMERICA. REGIA: NOAH BAUMBACH. INTERPRETI: GRETA GERWIG, LOLA KIRKE, NAT BALDWIN, JULIET BRETT. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 84 MINUTI.

giovedì 7 aprile 2016

Una notte con la regina

Londra. E' la sera dell'8 maggio 1945, giornata del trionfo degli Alleati sulla Germania nazista. Mentre Giorgio VI si appresta a parlare alla nazione via radio, sforzandosi di vincere la propria balbuzie, la folla si riversa festante per le strade: nelle piazze della capitale inglese si canta, si balla, si dà libero sfogo alla propria euforia. Pure le principesse Elizabeth - futura regina Elisabetta II - e sua sorella Margaret sentono il richiamo della gioia esplosa per le vie, e vorrebbero tanto unirsi alle persone comuni: la loro mamma, Elisabetta I, è decisamente contraria, ma papà Giorgio acconsente a far andare le ragazze al ballo che si terrà all'Hotel Ritz, scortate da due guardie reali. Tuttavia, appena approdate in albergo, Margaret, la più intraprendente fra le due, riesce ad eludere la sorveglianza degli chaperon ed a sgattaiolare fuori, tuffandosi nell'avventura, nell'imprevisto. Ad Elizabeth, la più grande, non resta che mettersi sulle tracce della fuggitiva, dopo aver depistato pure lei le guardie... 

Traendo ispirazione da un episodio realmente accaduto (l'uscita di Elizabeth e Margaret, all'epoca di soli 19 e 14 anni, dalla residenza reale la sera della vittoria per recarsi al ballo del Ritz), "Una notte con la regina" ricama sull'accadimento con qualche libertà - gli accompagnatori imposte alle giovani di sangue reale erano ben sedici, le giravolte della trama sono quasi tutte inventate, Elizabeth portava per non farsi riconoscere una divisa da ausiliaria, della quale qui resta solo il berretto - e si snoda fra un inseguimento in autobus, la sosta in un bordello e l'incontro tra Elizabeth ed un giovane aviatore, Jack, ignaro di avere a che fare con una principessa (come il giornalista di "Vacanze romane", a cui non poco questo film s'ispira). Chiedendo parecchio alla sospensione dell'incredulità (in ispecie per quanto concerne le due guardie reali, dedite all'alcool e alle donne di facili costumi), la pellicola è una gustosa, garbata rievocazione di un'epoca assai lontana, venata di nostalgia, pure per un cinema più propenso al sogno.


Forte di una solida esperienza nel campo dei film realizzati per la tv, il regista Julian Jarrold mette una cura certosina nella ricostruzione d'ambiente, popolando lo schermo con centinaia di comparse in costume, così dando l'impressione della rappresentazione teatrale o della favola disneyana; tuttavia, conscio del rischio di rendere il tutto un'operazione anacronistica, modernizza la narrazione con dei dialoghi scattanti, ispirati alla tradizione delle sophisticated comedies degli anni '40, ciononostante carichi di malizie e sottintesi che appartengono all'oggi. Salvo, in sottofinale, far ritirare con pudore la cinepresa di fronte al bacio dato/non dato da Jack a Elizabeth. Sarah Gadon è una ingénue perfetta nei panni di Elizabeth; ma a tener banco in ogni scena è la scatenata Bel Powley, una Margaret incosciente e maliziosa, in bilico tra la bramosia di vita ed una tenerezza appena dissimulata. Rupert Everett è un re Giorgio di dolce fragilità, Emily Watson gli dà la replica con una saggia e severa Elisabetta I. Cinema per signore, forse; o, se preferite, quando di un film si dice "carino". Ma, per una volta, le due definizioni vanno lette al positivo, abbandonandosi al gioco.

                                                                                                                                     Francesco Troiano


UNA NOTTE CON LA REGINA. REGIA: JULIAN JARROLD. INTERPRETI: SARAH GADON, BEL POWLEY, RUPERT EVERETT, EMILY WATSON. DISTRIBUZIONE: TEODORA FILM. DURATA: 97 MINUTI.


lunedì 28 marzo 2016

Love and Mercy

"Per gli altri, io ero una macchina sputacanzoni. Infilavano la monetina, tiravano la leva e intascavano cinque dollari. Ma io non ho mai pensato al denaro quando ho scritto una canzone, mai, nemmeno una volta". E' leggenda risaputa di come Brian Wilson, novello Prometeo, rubò il fuoco della musica rock e per questo venne punito dagli dei. Il suo "Pet Sounds", disco della svolta Beach Boys nel 1966, aveva fatto impallidire ogni altro esempio di musica giovane, a principiare dagli album degli stessi intoccabili Beatles. Questi ultimi si attrezzavano per la rivincita, iniziando a progettare quello che sarebbe stato il mitico "Sgt.Pepper"; Wilson, invece, pubblicava "Good Vibrations", confermando d'avere una marcia in più. Impressionato dall'ultima uscita dei grandi rivali, il nostro mette in cantiere una nuova fatica che aveva già un nome, "Smile", promettendo di risultare ancora più audace, "un salto nel futuro, un balzo più avanti di quello che è stato dai primi album a 'Pet Sounds'". Parole suggestive destinate, tuttavia, a rimanere sulla carta; Brian Wilson si smarrì lungo il percorso, in cerca di qualche cosa che non riusciva a metter a fuoco e di conseguenza a creare. Era una lotta titanica, condotta al limite della sanità mentale, con il sovrammercato di alcolici e stupefacenti. Sinché il 6 maggio 1967 Derek Taylor, addetto stampa dei Beatles e giornalista autorevole, annunciò la triste notizia: "Il nuovo favoloso album dei Beach Boys è morto ancor prima di venire al mondo". 

Ecco, "Love and Mercy" prende le mosse proprio da qui: un invecchiato Wilson entra in un autosalone per acquistare una Cadillac. Sfinito dalla battaglia contro le droghe e l'alcolismo, vive sotto l'influenza del terapista Eugene Landy, che lo sommerge di psicofarmaci e gestisce la sua esistenza con la ferrea determinazione d'evitargli rapporti ravvicinati con persone non facenti parte della propria cerchia. Per lui, il famoso cliente è una fonte meravigliosa ed inesauribile di danari, ma proprio dall'incontro con la venditrice di macchine Melinda Ledbetter - una donna intelligente e dolce, con un passato da modella e un presente di mediocrità - nasce la volontà di riscatto dell'uomo, del quale ella da subito s'innamora. Ingaggiata una battaglia lunga e senza esclusione di colpi, che si trasferisce anche sul piano legale, le riesce alfine di strappare Brian al nefasto influsso guruistico di Landy, per trasformarlo in un individuo diverso. A tal punto che egli riprende la propria attività artistica con successo (e sui titoli di coda è Brian in persona ad apparire, in una commovente interpretazione del brano che dà il titolo al film e apriva il suo album da solista del 1988).

Il regista Bill Polhad se la cava assai bene con il genere biopic e licenzia una pellicola di alto livello (e pensare che qui da noi stava per uscire direttamente in home video!). Interpretato da Paul Dano per il periodo degli anni Sessanta e da John Cusack negli anni Ottanta, il protagonista è reso dai due attori con sorprendente aderenza e capacità di riprodurne le sfumature psicologiche: il Brian 22enne già stanco della musica surf e consapevole della fragilità dei propri nervi, della propria mente, ha una credibilità tale da commuovere lo spettatore; e non è da meno lo spaurito ultraquarantenne, infelice nella propria gabbia e tuttavia incapace d'uscirne, che ci coinvolge senza colpo ferire nel suo atroce dilemma. Inframmezzato dai pezzi originali dell'epoca, popolato da caratteristi di gran taglia (di sublime cattiveria il Landy disegnato da Paul Giamatti), "Love and Mercy" è un gioiellino e un esempio di come si possa fare un film sui divi del rock lavorando di bulino e di cesello.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LOVE AND MERCY. REGIA: BILL POLHAD. INTERPRETI: PAUL DANO, JOHN CUSACK, ELIZABETH BANKS, PAUL GIAMATTI. DISTRIBUZIONE: ADLER. DURATA: 120 MINUTI


giovedì 17 marzo 2016

Un momento di follia

Ambedue separati dalle consorti, invece uniti da una precaria quanto confusa esistenza sentimentale, Antoine e Laurent sono amici per la pelle: un legame forte e duraturo, che ha fatto diventare persino le loro rispettive figlie inseparabili. Louna e Marie, difatti, sono assai unite e desiderose di trascorrere l'estate insieme. Ma sulle meravigliose coste della Corsica la prima, alla quale mancano alcuni mesi per raggiungere la maggiore età, comincia ad essere sempre più attratta dal padre della sua amica - pure per il temperamento giovanile e scherzoso di Laurent che fa da contrappeso al rigore di Antoine, sempre alquanto rigido con le due ragazze. Una sera, mentre il babbo è impegnato a flirtare con una giovane donna e la sua amica si sta scatenando sulla pista da ballo, Louna convince Laurent a farsi il bagno di mezzanotte: occasione irripetibile per gettarsi fra le braccia dell'uomo, di cui crede d'essersi innamorata. Il nostro mantiene i nervi saldi ed è restio alle avance della ragazza, che potrebbe essere sua figlia; però, alla fine, cede alla tentazione. Da allora in poi, quello che per lui è stato solo un attimo di follia, diviene una situazione complicata da gestire. Di fronte all'ennesimo approccio, quando Louna gli s'infila di nascosto nel letto, Laurent la rifiuta con fermezza, ribadendole come si sia trattato soltanto di un momento di confusione e che, fra di loro, non potrà mai esserci nulla. La ragazza, allora, corre in lacrime dal padre, raccontandole tutto, senza però far il nome dell'uomo per cui sta soffrendo. Antoine, furioso all'idea che un tizio della sua età possa aver avuto un flirt con la figliola minorenne, si rivolge a Laurent, pregandolo d'aiutarlo a scoprire l'identità dell'individuo misterioso. Ha inizio così la ricerca dei due, fino a che...


Campione d'incassi in patria, arriva infine anche da noi - dopo qualche rinvio - "Un momento di follia", remake dell'omonimo film del 1977 di Claude Berri, che all'epoca venne bollato come oltraggioso. Se pensate che, a tanti anni di distanza, la pruderie ipocrita sia ormai evaporata, sappiate invece che si è reso necessario che alla sceneggiatura collaborasse una donna, Lisa Azuelos - la regista di "LOL - Il tempo dell'amore" - per stemperare i toni. Ha dichiarato Vincent Cassel, interprete del personaggio di Laurent: "Ormai domina il politically correct. Nel film di Berri l'adulto e la ragazzina facevano l'amore più volte, qui una volta e basta, dopo solo sofferenza. Avrei voluto che rispolverassero la locandina del '77, disegnata da Wolinski, ucciso nell'attentato a Charlie Hebdo. Ma oggi non si può, non sono più gli anni Settanta, guardate il nostro manifesto e fate il confronto fra due epoche e due concetti di liberazione".



Nelle parole irate dell'attore, c'è la chiave per accedere a pregi e limiti dell'attuale versione: quella di Berri fotografava lo spirito del tempo ed aveva la leggerezza necessaria per non rendere il tema più pesante (e pedante) del necessario, qui a Richet le sottolineature "moralizzanti" paiono non bastare mai. C'è da dire che qualche brivido il film lo suscita, soprattutto nella sequenza della seduzione, non priva di una certa franchezza: ma le reazioni successive paiono del tutto fuori luogo, come se nell'aria aleggiasse il pericolo dell'accusa di scorrettezza etica (e speriamo non si sia, addirittura, temuta una ridicola accusa di pedofilia...). Detto ciò, si può definire "Un momento di follia" una garbata e godibile commedia, che però avrebbe dovuto essere più ilare e piccante, meno preoccupata di non garbare a quella parte d'opinione pubblica repressiva e codina. La carica di simpatia di Laurent, il temperamento vagamente burbero di Antoine, sono resi alla perfezione da Vincent Lindon e François Cluzet; ma pure Lola Le Lann, sospesa fra la rischiosa innocenza adolescenziale e la carica seduttiva della fanciulla in fiore, è una presenza intensa e provocante, incorniciata a meraviglia dagli abbacinanti panorami della Corsica. 



UN MOMENTO DI FOLLIA. REGIA: JEAN-FRANCOIS RICHET. INTERPRETI: VINCENT CASSEL, FRANCOIS CLUZET, LOLA LE LANN, ALICE ISAAZ. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 105'.