mercoledì 17 settembre 2014

Un ragazzo d'oro

Davide Bias, creativo pubblicitario, coltiva ambizioni da scrittore che - forse per il distruggente rapporto da sempre intrattenuto con il padre, sceneggiatore di film commerciali e di successo popolare - non si concretizzano. Devastato dall'ansia e dall'insoddisfazione, che cerca di tenere a bada con psicofarmaci e l'ausilio di un'analista, nemmeno nella fidanzata Silvia trova conforto: quest'ultima, reduce da una storia durata anni, gli cagiona inquietudine per l'ossessione che possa tornare con il suo ex-fidanzato. Quando il genitore così poco amato muore, Davide si reca a Roma, con l'intento di arrecare conforto alla madre, rimasta sola. Al funerale, fa la conoscenza di Ludovica, fascinosa editrice interessata a dare alle stampe l'autobiografia che Bias senior stava preparando. Mentre Davide si perde dentro la ricerca d'un libro che forse non esiste, viene coinvolto dalla enigmatica personalità della donna, giusto come era avvenuto al babbo prima di togliersi la vita. Avendo, sul defunto, cambiato idea dopo averne scoperti lati a lui non noti della personalità, il figliolo sceglie di scriver egli stesso il volume che Ludovica s'attende: ne cava un bestseller, ma il prezzo da pagare risulterà altissimo.

Padri e figli, nella ormai imponente filmografia avatiana, tengono da sempre un posto di rilievo: vi è il genitore apprensivo sino ad essere commovente de "Il papà di Giovanna" (2008), quello infame de "Il figlio più piccolo" (2010), quello assente de "La cena per farli conoscere"(2007). Insomma, come nella letteratura russa ottocentesca, detto rapporto interessa non poco al cineasta bolognese, che in questa sua più recente fatica ha preso la decisione "di raccontare la storia di un figlio meraviglioso e d'un padre che questo figlio non se lo merita", ipotizzando "che questo rapporto sbilanciato sia quello più diffuso, oggi, nelle famiglie". Insomma, pur senza rinunciare ai suoi prediletti toni crepuscolari, Pupi ci partecipa con la consueta discrezione le sue preoccupazioni per il futuro del mondo in cui viviamo.

Preceduto da un fitto chiacchiericcio, dovuto alla presenza sul set della diva statunitense Sharon Stone  (e il personaggio di Ludovica, peraltro risolto in poche pose, è senza dubbio il meno a fuoco fra tutti), "Il ragazzo d'oro" è opera intimamente del nostro, pur se, forse, non tra le sue più risolte. Fatte le debite differenze, il Davide Bias di questo film richiama irresistibilmente il Vanni di "Festa di laurea" (1985) o il professor Carlo Balla de "Una gita scolastica" (1983): personaggi, vale a dire, di individui destinati allo scorticamento da vivi, a cagione di un desiderio d'affetto, d'un bisogno di vedere la figura amata come la s'immagina, che conduce al più grande dei sacrifici. Se dietro a tutto ciò si può vedere la figura del cattolico Avati, pessimista che crede comunque nella grandezza dell'uomo, il tutto s'invera dipoi in vicende atroci come questa, che ha forse soltanto il difetto di non notomizzare a fondo la transizione di Davide da una nevrosi a una grave psicosi, di non indagarne i perché in chiave analitica in luogo di un'ottica quasi cristologica. Scamarcio si rivela adeguato alla prova, attore in continua crescita; bene fanno pure, in ruoli di contorno, la sempre più valida Cristiana Capotondi e la veterana Giovanna Ralli.

                                                                                                                               Francesco Troiano

UN RAGAZZO D'ORO. REGIA: PUPI AVATI. INTERPRETI: RICCARDO SCAMARCIO, SHARON STONE, CRISTIANA CAPOTONDI, GIOVANNA RALLI. DISTRIBUZIONE: 01.
DURATA. 95 MINUTI.

martedì 2 settembre 2014

Il giovane favoloso

E' oramai tanto tempo - dall'epoca, almeno, della stesura di "Noi credevamo", assieme a Giancarlo De Cataldo - che Mario Martone appare pressoché immerso in libri, documenti, ambienti, palazzi, sculture e pitture riconducibili all'Ottocento nostrano. Di pari passo, il suo iter artistico ha figliato una superba riduzione teatrale delle "Operette morali" e, ora, questo "Il giovane favoloso". Che, diciamolo subito, si pone come l'ascesa più ardue fra tutte: il muoversi in modo sciolto fra Garibaldi e Mazzini, Crispi e Poerio, proprio della fatica cinematografica precedente, impallidisce a fronte del cimento di dar forma visiva all'opera d'uno tra i maggiori poeti nella tradizione indigena, Giacomo Leopardi.

Il perché è facilmente intuibile da chiunque, ragazzo, si sia accostato per obblighi scolastici alla figura del grande recanatese: in particolare, la breve vita infelice del nostro era sintetizzata in poche righe, al più una scarna paginetta, preferendosi lasciar posto alle tanto più eloquenti sue fatiche letterarie. Ecco, quanto azzardosa sia l'impresa del regista romano testimonia il fatto ch'egli - scartando da subito la via della cinebiografia più o meno ortodossa - abbia vieppiù scarnificato la magra materia, soffermandosi su due momenti dell'esistenza leopardiana: la prima giovinezza a Recanati e, poi, la fuga per Firenze che, facendo tappa a Roma, lo porterà all'approdo definitivo di Napoli. Ove si spegne, nel 1837, appena trentanovenne.

Martone individua, dentro detto percorso, alcune figure cardine. Innanzitutto quella del padre Monaldo, ritratto in modo antitradizionale come un genitore innamorato, e finanche geloso, del figliolo e del suo talento, ma non dispotico né feroce come ci viene tramandato. Ancora, Pietro Giordani: intellettuale di matrice liberale, che si reca addirittura nel "borgo natio" per prestar omaggio al talento precocissimo ed immenso del poeta. Infine, Antonio Ranieri, l'amico fedele di sette anni, sino alla morte dello sfortunato sodale. Non ultima un'epoca, quel diciannovesimo secolo abitato da una borghesia ipocrita e indolente, da classi dirigenti pedestri e corrotte, da un popolo asservito e primitivo: e non v'è chi non veda quante affinità possano scorgersi con un oggi che pare infinito prolungamento del passato.

Il nocciolo, tuttavia, della scommessa, risiede nell'ambizione di tradurre in immagini i versi magnifici. Così "L'infinito", scandito in uno scenario che può aver favorito invero l'elaborazione del testo, e poco d'altro, a seguire: "La sera del dì di festa", una citazione del "Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passegere" e la materializzazione di Silvia, fonte primaria d'ispirazione. Sopra a tutto, "La ginestra", mentre il protagonista è agli ultimi, ravvicinato ai lapilli vesuviani ed assediato dall'irruzione del colera. La possibilità del retorico, del prevedibile, del bigino letto ad alta voce sta lì; ma vi è un attore eccelso, Elio Germano, a render credibile - e commovente - ogni cosa. Sfidando le secche del caricaturale nel rinsecchirsi e ingobbirsi del corpo, questo mirabile interprete fa del proprio personaggio l'anima ribelle che fu, mai indulgendo all'autocommiserazione, al pietismo. Nella sua raffigurazione, Giacomo diviene davvero ciò che il titolo descrive: uno spirito compresso in un corpo fragile e stortignaccolo, che riesce a eluder la propria condizione fisica pel tramite dell'ironia, l'intelligenza, l'anticonformismo, e un talento incommensurabile. Non c'è premio, neanche il più alto, che possa dar riconoscimento bastevole ad una simile prova di recitazione.

IL GIOVANE FAVOLOSO. REGIA: MARIO MARTONE. INTERPRETI: ELIO GERMANO, MICHELE RIONDINO, MASSIMO POPOLIZIO, ANNA MOUGLALIS, VALERIO BINASCO, ISABELLA RAGONESE. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 135 MINUTI.

sabato 30 agosto 2014

Anime nere

Tre fratelli, di origini calabresi, i Carbone: Luigi, il più giovane, è trafficante internazionale di droga e vive tra l'Olanda e Milano; Rocco, dal profilo borghese, occupa una zona grigia, dato ch'è diventato imprenditore riciclando i soldi sporchi di Luigi; Luciano, il maggiore, rimasto nella terra natale, coltiva l'illusione d'una Calabria preindustriale, ha un gregge di capre e vorrebbe che la famiglia tutta si tirasse fuori dalla deriva criminale che l'avvolge da tempo (il padre dei tre, infatti, fu ucciso nel corso di una faida da una famiglia rivale). Purtroppo, è proprio suo figlio Leo a far scoccare una pericolosa scintilla, compiendo un atto intimidatorio contro un bar protetto dal clan a loro ostile. In qualunque altro posto al mondo, si tratterebbe d'una ragazzata e niente più; in terra d'Aspromonte, è l'inizio d'una vera e propria guerra, che dilaga sino a procurare un tragico epilogo per i protagonisti.

Romano, classe 1969, Francesco Munzi è stato capace d'imporsi all'attenzione della critica dirigendo due sole pellicole. Con "Saimir" (2004, premiato a Venezia con una menzione per l'opera prima), già mostrava una notevole maturità registica, narrando la vicenda d'un adolescente albanese sospeso fra la dura realtà quotidiana e il sogno di una vita normale, con stile finitimo a quello dei Dardenne ma, pure, con l'occhio alla miglior tradizione hollywoodiana (quella dello Scorsese di "Taxi Driver", per capirci). A differenza di tante altre seconde prove, "Il resto della notte" (2008) non delude né arretra rispetto alle speranze suscitate con l'esordio: dalla costa laziale del film precedente si passa, qui, a una Torino dove i ricchi se ne stanno, costretti dalla paura, nelle loro ville, e gli immigrati poveri sono forzati alla scelta fra marginalità sociale e violenza. Il racconto è asciutto, evita populismo e schematismi sociologici, appare intriso d'un profondo pessimismo.

In concorso alla Mostra di Venezia, "Anime nere" adatta con libertà l'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco. Girato coraggiosamente nella zona fra Africo, Platì e San Luca ( provincia di Reggio Calabria), in paesi cioè considerati centri nevralgici della 'ndrangheta, il film inscena una criminalità dissimile da quella di solito mostrata al cinema ("I miei personaggi sono colti, hanno studiato all'università, non sono i gangster raffigurati dalla camorra, anzi è gente camaleontica"). Può risultar in qualche modo straniante che una zona tanto selvaggia sia luogo in cui transita un tale fiume di denaro e droga: uno dei frutti della globalizzazione, la presenza del malaffare in un microcosmo così ristretto. E' qui che Munzi gioca le sue carte migliori, mostrando il mutamento antropologico dei propri personaggi incrociarsi con una ferocia antica, dalle profonde radici. Misurato nel ritmo, ma con delle cadenze che si rifanno in modo manifesto agli stilemi del western, lo svolgimento coinvolge e, nello stesso tempo, favorisce la riflessione: il finale - che pare memore di quello devastante del "Fratelli" (1996) di Abel Ferrara - non lascia margine per la speranza, ma è forse l'unico possibile per figure finanche cresciute sotto la cappa caliginosa di thanatos.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

martedì 17 giugno 2014

Jersey Boys

Francis Castelluccio, classe 1934, non ha particolari ambizioni: figlio di italoamericani, sbarca il lunario facendo il barbiere nel New Jersey. Possiede, però, un dono speciale, che lo farà un giorno definire "Il piccolo ragazzo dal grande falsetto". Della sua voce fuori dal comune, s'accorgono il chitarrista Tommy DeVito ed il produttore Tom Crewe: ed è quest'ultimo, a convincere i due a formare una band stabile insieme a Bob Gaudio e Nick Massi. Ci mette un bel po', il gruppo, a raggiungere il successo; di fatti, soltanto nel 1962 i quattro non più giovanissimi componenti la squadra vedono in cima alle classifiche statunitensi il 45 giri "Sherry", seguito, ad appena due mesi di distanza, da "Big Girls Don't Cry". Da qui in avanti, però, continueranno a macinare hit a ripetizione, sbaragliando la concorrenza... 

Il rapporto che lega Clint Eastwood alla musica è notorio: compositore di varie colonne sonore e regista di pellicole quali "Bird" e "Honkytonk Man", l'84enne cineasta è infatuato di ogni genere alla base della cultura popolare americana. Aggiungere, quindi, agli argomenti trattati da cineasta il rock degli anni '50 mescolato al doo-wop - quello che Frank Zappa ebbe a definire "vaseline rock", e a sbertucciare con la singolare band dei Ruben And The Jets - deve aver interessato il nostro al punto tale da convincerlo ad accettare l'azzardo di portar sul grande schermo il successo di Broadway "Jersey Boys" (quattro Tony ed un Grammy, circa 3.500 repliche, una tenitura ininterrotta dal 2005 sino ad oggi). Tra gang, piccoli furti e ragazzi di strada, ci sarebbe materia per un bildungsroman violento e realista: di quelli prediletti da Martin Scorsese, per capirci. Probabilmente consapevole di ciò, Eastwood si è quindi accostato alla materia con circospezione e rispettando lo spirito dello show, fino a mantenere anche l'espediente dei personaggi che si rivolgono alla macchina da presa. 

Quello che ne vien fuori - grazie pure allo script di John Logan e Rick Elice, crepitante di battute - è un "biopic" musicale antico ma non troppo, quasi un "Glee" trasposto all'epoca della brillantina. Tuttavia, non decresce l'efficacia quando è di scena il background italoamericano - gustoso il ritratto del boss malavitoso locale, tracciato da un impagabile Christopher Walken - o l'epopea del Brill Building. Proprio l'ingresso in scena del tempio del pop - e luogo in cui la storia della musica compirà parecchie svolte - è ripreso con un geniale carrello verticale, che a ogni piano del palazzo mostra un segmento nascente di pop music. Poi, certo, c'è qualche concessione alle convenzioni del genere (si veda l'episodio della fuga di Francine, figlia di Frankie, che avrà uno sbocco tragico risolto, peraltro, in modo troppo rapido),  e se si vuole, infine, si potrà parlare di un episodio non indimenticabile, nella filmografia eastwoodiana. Tuttavia, dato che in ogni carriera inevitabilmente ce ne sono, preferiamo la leggerezza programmatica di questo "Jersey Boys" al grigiore celebrativo di "Invictus" o alla presunzione storiografica di "J.Edgar".
                                                                                                                                     Francesco Troiano

JERSEY BOYS. REGIA: CLINT EASTWOOD. INTERPRETI: JOHN LLOYD YOUNG, ERICH BERGEN, MICHAEL LOMENDA, VINCENT PIAZZA, CHRISTOPHER WALKEN. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 134 MINUTI. 

lunedì 16 giugno 2014

Synecdoche, New York

Maden Cotard, regista teatrale, mentre sta lavorando alla messa in scena di "Morte di un commesso viaggiatore", vede la propria esistenza andare in briciole. La moglie Adele l'abbandona, per continuar la carriera di pittrice a Berlino, portando con sé la figlioletta Olive; la sua relazione con l'affascinante Hazel è durata ben poco; lo affligge, inoltre, una depressione incombente e la sensazione d'essere un malato terminale. D'improvviso gratificato da un prestigioso e ricco premio, decide di riunire un gruppo di attori per mettere in scena una replica della sua vita, dentro ad un enorme hangar che riproduce i luoghi da lui frequentati. Un tale Sammy, che lo ha seguito di nascosto per anni, lo interpreterà nella finzione teatrale; mentre, nella realtà, sua figlia è caduta preda dell'influsso di Maria, amante della madre, mentre egli non riesce a dimenticare Adele...

E' assai difficile, raccontare la trama di "Synecdoche, New York". Presentato al Festival di Cannes nel 2008, è l'unico lungometraggio diretto da Charlie Kaufman, lo sceneggiatore prediletto da Spike Jonze ("Essere John Malkovich", "Il ladro di orchidee") e da Michael Gondry ("Human Nature", "Se mi lasci ti cancello", premiato con l'Oscar): difficilmente sarebbe approdato alle nostre sale, se la tragica morte del protagonista, Philip Seymour Hoffman, non l'avesse fatto ritornare di attualità. A parte un evidente elemento autobiografico (Hoffman recitò nel dramma di Miller la parte di Willy Loman, nel corso del 2012, al Barrymore Theatre di New York; un impegno che, a sentir le testimonianze di alcuni, gli costò parecchio, in termini di logorio nervoso), l'intero film pare rappresentare sotto traccia il dolore che ha accompagnato l'attore statunitense per lunghi periodi (riappalesatosi, infine, con il ritorno alle gravose dipendenze dalle quali, per molto tempo, era riuscito a tenersi distante).

Dicevamo delle difficoltà ermeneutiche della pellicola; chi abbia dimestichezza con il lavoro di Kaufman, non ne sarà, d'altro canto, sorpreso. Tra citazioni che spaziano da Tennessee Williams ("viviamo tutti in una casa in fiamme") a Shakespeare ("Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attori"), dal Fellini di "8 e mezzo" all'Allen di "Io e Annie", il nostro riflette sugli scambi tra arte e vita, sul sogno di ricostruire un qualcosa che si fa borgesiana "mappa dell'inferno". Le nozioni d'identità, di tempo e di senso assumono colorazioni alle quali non siamo avvezzi: il titolo medesimo è un gioco di  parole tra Schenectady, la cittadina dove vive Caden (a proposito, il suo nome allude a una sindrome che fa credere morti), e la figura retorica della sineddoche, la parte per il tutto. Il cast - da Catherine Keener a Michelle Williams, da Samantha Morton a Tom Noonan - asseconda a meraviglia il disegno registico: ma nulla sarebbe com'è senza la prova strepitosa di Philip Seymour Hoffman. Il modo in cui, impercettibilmente, nel corso d'una conversazione o nel silenzio d'una pausa, una memorabile tristezza scende a velargli gli strumenti, è qualcosa che attiene ad un magistero naturale, ad un talento di quelli che si vedono davvero di rado. E che scompaiono, purtroppo, in un solo, sfortunato momento.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SYNECDOCHE, NEW YORK. REGIA: CHARLIE KAUFMAN. INTERPRETI: PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, CATHERINE KEENER, MICHELLE WILLIAMS, SAMANTHA MORTON, TOM NOONAN. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 123 MINUTI.

lunedì 9 giugno 2014

Rompicapo a New York

Xavier Rousseau è un quarantenne parigino alle prese con un rapporto in crisi e due figlioli. Wendy, la sua compagna, ha deciso di preferirgli un fidanzato benestante ed americano e, con i bambini, ben presto si trasferisce a Manhattan. Non volendo rinunciare a vedere i piccoli e ad occuparsi della loro educazione, anch'egli deve lasciare Parigi per New York, dove è costretto a ripartire da zero. Appena arrivato, trova solidarietà e aiuto presso Ju ed Isabelle, l'amica lesbica che voleva esser madre e a cui egli ha donato il seme. Sistematosi rapidamente in un appartamento di Chinatown, Xavier si dedica al romanzo che sta scrivendo, si prende cura dei suoi bimbi, mette in piedi un "matrimonio bianco" al fine di ottenere la cittadinanza statunitense ed ospita Martine, la sua prima fidanzata in viaggio d'affari nella Grande Mela: ed è proprio con lei che, inatteso, si rifà vivo il sentimento che li aveva legati, un tempo...

"Rompicapo a New York" è il pannello finale d'un trittico iniziato con "L'appartamento spagnolo" (2002), simpatica pellicola sugli usi e i costumi della generazione Erasmus, divenuta oggetto di un culto magari spropositato. Il successivo "Bambole russe" (2005), con Xavier Russeau in trasferta a San Pietroburgo, risulta di poi poco riuscito: una sorta di manuale d'amore per trentenni, gravato da personaggi al limite della caricatura. Ora Cédric Klapisch riprende le fila del racconto, per presentarci il suo eroe approdato alla quarantina e ancora in cerca d'una possibile maturità: padre affettuoso e scrittore perennemente in fuga, stavolta il nostro sembra deciso a mettere un punto fermo nella propria esistenza. 

Regista discusso e discutibile, accusato di "carinismo" dai detrattori ed appassionatamente sostenuto dai fan sin dall'epoca oramai lontana di "Ognuno cerca il suo gatto" (1996), Klapisch ha ottenuto il suo risultato più convincente con "Aria di famiglia" (1996): forse non a caso, la trascrizione cinematografica della commedia omonima che gli autori - Jean-Pierre Macri ed Agnès Jaoui - avevano adattato per il grande schermo in modo esemplare. Lasciato a se stesso, il cineasta di Neuilly-sur-Seine risulta come innamorato dei propri pensum, posti a commento di commedie non in possesso del ritmo di quelle classiche ch'egli, probabilmente, adora. Infine, la pretesa di raccontare, nella citata trilogia, le vicende di un Antoine Doinel dei nostri giorni suona davvero eccessiva. Ciò detto, con "Rompicapo a New York" egli sforna il risultato migliore della propria carriera: il rimpallo delle battute è per una volta felice, quelle che in precedenza risultavano figurette qui acquistano spessore e interesse (e mai il lavoro degli attori, a iniziare da quello Romain Duris, è risultato così godibile), il ritratto d'una modernità ch'è coloratissimo caos sentimentale si compone non senza divertite finezze (le riflessioni del protagonista sugli eventi, in un immaginario dialogo con Schopenhauer e Hegel). Insomma, Xavier il suo gatto pare averlo trovato: chissà, anche Klapisch - forte di questo bel risultato - potrebbe ora dedicarsi a più interessanti itinerari.

ROMPICAPO A NEW YORK. REGIA: CEDRIC KLAPISCH. INTERPRETI: ROMAIN DURIS, AUDREY TATOU, CECILE DE FRANCE, KELLY REILLY. DISTRIBUZIONE: ACADEMY TWO. DURATA: 117 MINUTI.
 

lunedì 2 giugno 2014

Le Week-End

Nick e Meg, due docenti inglesi sulla sessantina coniugati da un trentennio, si recano a Parigi, il luogo dove trascorsero la loro luna di miele, per passarvi un fine settimana. Ben decisi a godere appieno dei  piaceri offerti da una città che, ai loro occhi d'anglosassoni, risulta diversa e irresistibile, in realtà sono in cerca di un nuovo equilibrio: i figli, oramai adulti, si sono resi indipendenti ed il loro matrimonio si è ridotto ad una faticosa convivenza, a volte appesantita dall'insofferenza. Scartato da Meg il modesto alberghetto di Montmartre che Nick aveva scelto, la breve vacanza inizia all'insegna del lusso, con la suite in un hotel di primo rango e la frequentazione di ristoranti top. La ricerca della gioia si concretizza in piccole trasgressioni (la fuga rocambolesca di fronte al conto troppo salato di un pasto), in tentativi di rivitalizzare una sessualità spentasi nel corso degli anni, nella partecipazione alla festa in casa di un antico amico di Nick (che ha ottenuto fama e successo, e s'è appena risposato con una donna assai più giovane). Nel corso della serata vengono rievocati i loro trascorsi di impegno politico radical, ma tornano allo scoperto pure fastidiose ruggini e ferite non rimarginate: le ragioni della loro infelicità si acclarano, ma emerge nello stesso tempo un sentimento d'amore mai rinnegato, ed ancora vitale.

Non è una novità, la collaborazione fra il regista di "Notting Hill" Roger Michell e lo scrittore britannico d'origine pakistana Hanif Kureishi. Il loro rapporto di lavoro prese il via nel 1993 con l'adattamento de "Il Budda delle periferie", romanzo che ha reso celebre nel mondo il narratore, poi proseguendo con "The Mother" (2003) e "Venus" (2006), entrambi incentrati sul tema della terza età. Quest'ultimo "Le Week-End" può, quindi, essere considerato il pannello finale d'un trittico sull'argomento: ed è, pure, il più riuscito del lotto, quello dove il possibile clima drammatico è stemperato e bilanciato da un'ironia lieve ma incisiva, che invita lo spettatore alla condivisione.

Abilmente mescolando vari temi e suggestioni, all'insegna di uno humour che pare venire dalla scuola della grande commedia americana alla Neil Simon, "Le Week-End" azzecca il tono sin dalle prime battute e - grazie pure a due attori superlativi, diretti con maestria - s'inoltra con coraggio nelle terre azzardose dell'immalinconimento e dei rancori reciproci, mai smarrendo il bandolo d'una tenerezza contagiosa. Se manca il lieto fine tradizionale, rimane tuttavia ampio spazio per la speranza: la vita, in fin dei conti, può ben essere un passo di danza improvvisato davanti alle immagini di un vecchio film. Quello che sta passando in tv; o quello di cui s'è stati inconsapevoli interpreti, nel corso del tempo.

                                                                                                                                     Francesco Troiano

LE WEEK-END. REGIA: ROGER MICHELL. INTERPRETI: LINDSAY DUNCAN, JIM BROADBENT, JEFF BRIDGES. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 93 MINUTI.