domenica 18 gennaio 2015

Il nome del figlio

Paolo, estroverso e cialtrone agente immobiliare di successo, si reca assieme alla moglie Simona, autrice di un best-seller licenzioso, ad una cena nella casa di Betta e Sandro. La prima è la sorella di Marco, ed ambedue sono rampolli di una famiglia di sinistra ed assai benestante. Paolo, professore universitario in virtù dell'aiuto dell'influente suocero, disprezza il cognato, che vota a destra e sbandiera con sicumera la propria ignoranza. Betta insegna alle superiori, si sacrifica per tutti da sempre, pare stanca e invecchiata. Infine c'è Claudio, eccentrico musicista e storico amico di famiglia. La serata si presenta similare a tante altre, ma Simona ha un bimbo in arrivo e Paolo annuncia che lo chiamerà Benito, in omaggio - lui dice - ad un personaggio di Melville...

Se la trama non v'è nuova, siete nel giusto. E' quella di "Cena tra amici" (2012), che i registi Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte hanno tratto da una loro pièce di speciale successo in patria: una sorta di variazione sui temi del teatro boulevardier degli equivoci, rispettosa dell'unità di tempo e luogo. La Archibugi ha deciso, dopo qualche riluttanza, di accettar di tornarci sopra un poco per interrompere il lungo silenzio professionale (l'ultimo suo film, "Questioni di cuore", risale al 2009), un poco al fine di contrastare una strisciante depressione che rischiava d'attanagliarla. Ha proceduto, la cineasta romana, nel miglior modo possibile: conservando la struttura del palcoscenico e lavorando sulla sceneggiatura di fino, a quattro mani con Francesco Piccolo. Ne ha cavato, in tal modo, un'opera personale, imparentata alla lontana con quella d'oltralpe, ma ben superiore nell'approfondimento dei caratteri e nella scioltezza del meccanismo narrativo.

E' ovvio che le ambizioni sue son quelle - pel tramite dei litigi e le rappacificazioni dei presenti, nel loro alternarsi di odio e amore degli uni per gli altri - di riprodurre in filigrana un ritratto del paese, dello stato delle cose. Ma questo ci pare l'aspetto più caduco dell'opera, che trova invece i propri atout nella vitalità che la percorre per intiero - la scena di gioiosa empatia che tutti affratella, sulle note di "Telefonami fra vent'anni" di Lucio Dalla, ne è l'esempio più pregnante - e in una magistrale direzione degli attori, mai visti tanto in palla. In particolare, Alessandro Gassmann ha la ghignante prosopopea di certi personaggi paterni, con l'aggiunta però di corrosivi elementi suoi; Papaleo, parso usurato in talune recenti prove, è un miracolo di misura e sottigliezza; finanche la Ramazzotti, che poteva andare sopra le righe, è guidata a meraviglia ad un esito convincente. Semmai, quel che difetta per fare de "Il nome del figlio" un erede degno della migliore commedia italiana, è la cattiveria propria di un Risi o, meglio, d'un Pietrangeli: qui, ciascuno si ama smisuratamente e si specchia, compiaciuto, finanche in mancanza di superfici riflettenti; e l'embrassons-nous finale suona a conferma. Poco male, il risultato è di prim'ordine, tuttavia un'ombra  di ferocia - insistiamo - avrebbe reso il tutto degno di memoria, invece che soltanto assai apprezzabile.
                                                                                                                                    Francesco Troiano

IL NOME DEL FIGLIO. REGIA: FRANCESCA ARCHIBUGI. INTERPRETI: ALESSANDRO GASSMANN, VALERIA GOLINO, LUIGI LO CASCIO, ROCCO PAPALEO, MICAELA RAMAZZOTTI. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 94 MINUTI.

mercoledì 14 gennaio 2015

La teoria del tutto

Cambridge, 1963. Stephen Hawking, brillante laureando in Fisica appassionato di cosmologia ("una religione per atei intelligenti", la definisce), incontra Jane, che studia Lettere con specializzazione in francese e spagnolo. Si vedono per la prima volta ad una festa scolastica, e s'innamorano. E' l'inizio di un sentimento destinato a durare nel tempo, ma subito sottoposto ad una durissima prova: Stephen viene colpito da una grave malattia neurologica degenerativa, che gli lascia - a parere dei medici - non oltre due anni di vita. Comprensibilmente affranto, egli inizia a lasciarsi andare; ma non ha fatto i conti con la determinazione di Jane, che lo sostiene al punto da convincerlo a mettere su famiglia. Avranno due figli, a coronamento di una lunga, atipica, a tratti straziante, storia d'amore.

Non è la prima volta che la straordinaria vicenda, umana quanto professionale, di Stephen Hawking, l'astrofisico affetto da Sla e divenuto celebre per i suoi studi sui buchi neri, trova la via dello schermo: è già avvenuto in un tv movie del 2004, interpretato da Benedict Cumberbatch (che, per una singolare combinazione, quest'anno contenderà l'Oscar, con la sua formidabile personificazione del matematico Touring, proprio al grande amico Eddie Redmayne, qui protagonista). Dietro la macchina da presa, per l'occasione, c'è James Marsh, regista già premiato con l'Oscar per lo splendido documentario "Man on Wire". Diciamo subito che, nell'approccio al film, il pur dotatissimo cineasta opta per una narrazione mainstream che fa torto alla sua originalità d'autore: ne risulta una regia piatta, notarile, che sta sulle cose e si concentra sulla forza del rapporto fra Stephen e Jane, mettendo un po' fra parentesi l'aspetto accademico ed intellettuale della vita del nostro.
                                                                                                                                    
Intendiamoci, è comprensibile aver timore di fondare una pellicola sulla decadenza fisica di un uomo, sia pur contrapposta all'eccellenza intatta della sua mente: tuttavia, preferire un modulo narrativo così convenzionale, per raccontare un'esistenza fuori dal comune, non era la sola scelta possibile. D'altro canto, di certo Marsh si è reso immediatamente conto di poter contare su una coppia d'attori superbi: la strepitosa Felicity Jones, dolcezza e carattere, tenerezza e rigore; ed Eddie Redmayne, incredibile  tanto nell'incarnare la progressiva deriva fisica di Hawking che nel rendere, segnatamente pel tramite dello sguardo, quella dolcezza sofferta e ironica che ne ha fatto un'icona internazionale. Il desiderio di vivere malgrado tutto, di seguire un proprio tragitto a scapito delle tempeste della sorte, sta al centro del suo discorso finale ed è detto senza retorica, con l'orgoglio di chi ha dimostrato, giorno per giorno, con infinito coraggio, la credibilità delle proprie parole.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LA TEORIA DEL TUTTO. REGIA: JAMES MARSH. INTERPRETI: EDDIE REDMAYNE, FELICITY JONES, CHARLIE COX, EMMA WATSON. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 123 MINUTI.

lunedì 12 gennaio 2015

Hungry Hearts

New York. Mina e Jude s'incontrano nella toilette di un ristorante cinese, dove rimangono chiusi per un capriccio della sorte. Ne scaturisce una relazione, suggellata dalla nascita di un bimbo, che li induce ad unirsi in matrimonio. Dal colloquio con una veggente, Mina trae il convincimento che il suo sarà un figlio particolare, necessitante di protezione da ogni impurità. Per nutrirlo, ella si serve soltanto degli ortaggi che ha iniziato a coltivare sul terrazzo di casa e per lungo tempo non lo fa uscire, per paura che veleni esterni possano contaminarlo. Tutte queste precauzioni finiscono per andare a detrimento di una sana crescita del piccolo. Dopo qualche incertezza, Jude decide di opporsi a dette scelte, facendo visitare il   figliolo di nascosto da un medico, che non può che testimoniare la gravità della situazione venutasi a creare. Mina, però, cede solo in apparenza alle richieste del coniuge, rendendo inevitabile il conflitto...

I film di Saverio Costanzo parlano spesso di amori ossessivi, della difficoltà di trovare un equilibrio tra la mente ed il corpo: si tratti dei palestinesi di "Private", dei seminaristi di "In memoria di me" o dei giovani de "La solitudine dei numeri primi", al centro del cinema del nostro pare campeggiare sempre, o quasi, una qualche forma di disagio, di malessere esistenziale. Non sfugge alla regola "Hungry Hearts", che - traendo ispirazione dal romanzo di Marco Franzoso "Il bambino indaco" - propone una riflessione sulla genitorialità nelle forme del thriller esistenziale, magari sulla scorta di esperienze personali ("Il libro di Franzoso mi ha colpito e anche respinto, ma continuava a tornarmi in mente... Sono un padre passato attraverso una separazione molto dolorosa: forse ho cominciato a scrivere questa sceneggiatura perché avevo bisogno di perdonare me stesso e guardare con più compassione i miei sbagli").

Precoce orfana di madre, un babbo col quale da moltissimo non ha più contatti, Mina porta dentro di sé le premesse per esser un cuore affamato, giusto come il titolo suggerisce. Non si rende però conto che il suo sentimento nei confronti del figlio appartiene alla categoria dell'impossessamento, nient'affatto a  quella dell'affettività: vederla agire fa venire in mente certe riflessioni del filosofo e sociologo Zygmunt Bauman, laddove egli ci indica come la nostra sia "un'epoca nella quale i figli sono, prima di ogni altra cosa e più di ogni altra cosa, oggetti di consumo emotivo. Gli oggetti di consumo soddisfano i bisogni, desideri o capricci del consumatore, e altrettanto fanno i figli. Questi ultimi vengono desiderati perché i genitori sperano arrecheranno quel tipo di gioie che nessun altro oggetto di consumo, quanto si vuole  raffinato ed ingegnoso, è in grado di offrire".

Venendo alla struttura della pellicola, il passaggio fra i vari registri - dalla sophisticated comedy iniziale ad un accenno di sentimentale, passando per dei toni addirittura horror e chiudendo col melodramma - non è esente da stridori e sconnessioni, che fanno di "Hungry Hearts" un esperimento coraggioso più che un esito valido. La mancanza di sviluppi narrativi della vicenda non apporta aiuto, il coinvolgimento dello spettatore è frenato dalla misura del disagio costantemente cercata (con effetti, pure, di comicità involontaria, come nel discutibile incipit), lo scioglimento è tanto prevedibile quanto forzoso. Restano le eccellenti prove d'attore di Alba Rohrwacher e di Adam Driver, giustamente premiati entrambi all'ultima Mostra di Venezia: pure loro, tuttavia, a volte disorientati nel disegno di psicologie non sufficientemente delineate in sede di sceneggiatura.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

HUNGRY HEARTS. REGIA: SAVERIO COSTANZO. INTERPRETI: ADAM DRIVER, ALBA ROHRWACHER, ROBERTA MAXWELL. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 109 MINUTI.

 

lunedì 29 dicembre 2014

Big Eyes

Margaret Ulbrich è una giovane donna priva di mezzi, che licenzia per passione e per necessità dipinti raffiguranti dei teneri marmocchi dagli occhi giganteschi. Allontanatasi da suo marito nella sola maniera  possibile a quei tempi (siamo negli Usa degli anni '50), i bambini più poche cose caricate sull'auto e via, ella s'imbatte, dipoi, in Walter Keane, un "wannabe artist" scaltro e privo di scrupoli. Intuendo, in quelle opere vagamente kitsch ed intrise di sentimentalismo, delle potenzialità commerciali, egli - impalmata la pittrice - inizia a spacciarle per proprie e a prender a venderle con metodi inediti, tuttavia efficaci. In breve tempo, un enorme quanto inatteso successo arride ai lavori, al punto che Walter può edificar un autentico impero su di una colossale menzogna, riuscendo ad abbindolare l'America intera. Sino a che Margaret decide di ribellarsi, intentando al consorte una causa di divorzio in cui sostiene di essere lei, la vera autrice dei quadri...

In un'epoca nella quale l'arte femminile non godeva di alcuna reale considerazione (quella di Margaret O'Keefe essendo l'eccezione tesa a confermar la regola), il plagio che Walter commette ai danni della coniuge è reso possibile dal modo in cui si sviluppavano tantissime storie d'amore allora, prendendo le mosse dalla seduzione adorante e sfociando nella sottomissione più o meno inzuccherata. Tuttavia, il femminismo si avvicinava a passo spedito e Margaret si trovò in qualche modo a esserne un apripista. Nata nel 1927 in una famiglia metodista del Tennesse, reduce da studi artistici, la ragazza - carattere introverso e solitario - principiò a dipingere per esternare "le proprie emozioni più profonde". Oggi ha 87 anni, vive nel Connecticut e Tim Burton, divenutone amico, ha acquistato alcune tra le sue tele, senza mai nascondere ch'esse sono state per lui fonte d'ispirazione.

Lavorando su una solida sceneggiatura di Scott Alexander e Larry Karaswezski, grandi esperti di biopic (il loro script sul comico Andy Kaufman è alla base di "Man on the Moon"; quello sull'editore Larry Flynt, della pellicola omonima; inoltre, hanno prodotto un film sull'attore Bob Crane, "Autofocus"), Burton ha messo in scena un racconto sempre illuminato dalla luce solare, nel quale i personaggi indossano delle mise pastello in abitazioni color pastello dotate di piscina e di angolo bar. Fedele agli avvenimenti reali sino alla pignoleria, il regista ha poi lasciato mano libera a Christoph Waltz, attore dotatissimo al quale però bisogna tener la briglia corta (e qui, di fatti, più d'una volta gigioneggia, lasciandosi trascinare dall'istrionismo del personaggio); un poco del Maestro lo si trova in certe scene, a esempio negli occhi di Amy Adams che piange e guida nell'unica scena notturna. Per il resto del metraggio, il cineasta californiano sparisce, quasi questa pellicola nascesse dal bisogno di rendere omaggio ad una persona "presente" con i suoi soggetti in tutto il proprio percorso artistico. Intendiamoci, l'insieme possiede una sua piacevolezza e non ci si annoia: ma siamo ben lontani dai capi d'opera burtoniani, e riferire d'una piccola delusione non ci sembra invero fuori luogo.

BIG EYES. REGIA: TIM BURTON. INTERPRETI: CHRISTOPH WALTZ, AMY ADAMS, TERENCE STAMP, KRYSTEN RITTER, JASON SCHWARTZMAN, DANNY HUSTON. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 104 MINUTI.

mercoledì 24 dicembre 2014

American Sniper

Chris Kyle, appartenente al corpo d'élite militare degli U.S. Navy SEAL, viene inviato in Iraq con una missione ben determinata: guardar le spalle ai propri commilitoni, proteggerli dalle insidie preparate dal nemico. La sua straordinaria precisione di cecchino salva le vite di innumerevoli compatrioti sul campo e, mentre i racconti della sua glaciale determinazione si diffondono, viene soprannominato "Leggenda". Frattanto, la sua reputazione è cresciuta anche sul fronte avverso, a tal punto che viene messa una taglia sulla sua testa: egli è divenuto il bersaglio numero uno per gli insorti. Allo stesso tempo, Chris si trova a combattere una battaglia in casa propria nel tentativo d'essere sia un buon marito sia un buon padre, pur trovandosi per tanto tempo dall'altra parte del mondo. Nonostante il pericolo e l'elevatissimo prezzo che dovrà pagare la sua famiglia, la rischiosa missione in Iraq si svolge per i previsti quattro anni, nel corso dei quali egli riesce a tener sempre fede al motto dei SEAL, "che nessun uomo venga lasciato indietro". Ritornato infine a casa dalla moglie e dai figli, il reduce scopre che ciò che proprio non riesce a lasciarsi alle spalle è la guerra...

Avrebbe dovuto dirigerlo sulle prime David O.Russell, questo "American Sniper"; dipoi era subentrato, anch'egli decidendo di rinunciare, Steven Spielberg; infine è stato l'ultimo cineasta "classico" degli Usa,  Clint Eastwood, a raccogliere il testimone ed a condurre il progetto in fondo. Fondato sull'autobiografia di Chris Kyle (ha venduto un milione di copie), tiratore scelto accreditato di almeno 160 bersagli umani colpiti, il film colloca al centro della vicenda un ragazzone figlio della tradizione texana, cui il padre ha insegnato sin da bambino l'uso del fucile da caccia, ed al quale è parso dipoi naturale andare a servire il proprio paese, eliminando quelli che lui e i suoi compagni chiamano "selvaggi". Fosse uscita negli anni '70,  una pellicola così sarebbe stata considerata reazionaria e guerrafondaia, liquidata magari perfino in poche righe; oggi, in tempi meno ideologizzati di quelli, sarà oggetto - si spera - di analisi un poco più approfondite.

Intendiamoci, "American Sniper" è opera per nulla priva d'ambiguità: mettere assieme la disumanità del cecchino con il dramma di un nucleo familiare che attende per mille giorni, in Texas, un consorte ed un genitore affettuoso, è compito azzardoso e dall'esito incerto. Vero è che Eastwood si tiene, saggiamente, lontano da ogni tentazione eroicizzante: il rosario delle uccisioni è sgranato senza musiche, dentro ad un silenzio che agghiaccia, con lo schiocco del colpo che arriva dopo il proiettile, dato che esso viaggia al doppio della velocità del suono. Non v'è cameratismo allegro, tra questi assassini di guerra assoldati con mercede: ma a dire dell'odiosità di un conflitto priva di necessità che non fossero bassamente mercantili, basti citar l'episodio di un commilitone del nostro che vuole portare a casa un bel brillante per la propria fidanzata, comprato a poco prezzo da infelici iracheni costretti alla fuga. Altro che libertà, democrazia o Costituzione! Il conservatore Eastwood non ci fa assistere a prese di coscienza mirabolanti (che, d'altro canto, nella realtà non vi furono),  però dissemina il racconto di piccole, allarmanti tracce: il fratello del cecchino, divenuto Marine, che grida "voglio lasciare questo posto di merda"; Chris supplice a sperare che un bimbo non raccolga un'arma pesante da terra, per non doverlo poi freddare; e l'uccisione del suo doppel di parte contraria, "Il macellaio", freddato a due chilometri di distanza, con il viso che scoppia in mezzo ai panni stesi su un muretto, un attimo prima del lontanissimo "punf".

In sottofinale il nostro, di nuovo alle prese con la vita civile, si trova da uno psichiatra che gli domanda se per caso egli non provi rimorsi nell'aver cagionato tanti lutti, nell'aver stroncato un così alto numero d'esistenze. Egli risponde che no, ha fatto il suo dovere ed è pronto a presentarsi davanti al Creatore con la certezza di potere giustificare ogni singola morte: c'è, però, come un'incertezza, un lieve sperdimento, mentre egli pronuncia queste parole (ed è eccezionalmente bravo Bradley Cooper, a coronamento d'una superlativa prova d'attore, a saperlo rendere). Chris Kyle, il killer infallibile, soccomberà a una peculiare forma di fuoco amico: un ex-marine, tormentato da turbe psichiche e che egli stava cercando di aiutare, lo sopprime mentre stanno facendo il tiro al bersaglio. Sopravvissuto ai sunniti ed agli sciiti, fatto fuori dal giovane della porta accanto: uno scherzo crudele del destino, o la conferma che l'America - suprema giustiziera arrogantemente autonominatasi - è, forse, la nazione più di ogni altra necessitante di cure.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

AMERICAN SNIPER. REGIA: CLINT EASTWOOD, INTERPRETI: BRADLEY COOPER, SIENNA MILLER. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 134 MINUTI.

giovedì 11 dicembre 2014

The Imitation Game

1939, Inghilterra. Le sorti della guerra sono negative per la Gran Bretagna: i tedeschi stanno avendo la meglio su tutti i fronti e, nel governo, c'è preoccupazione. L'autentico asso nella manica del nemico è il cosiddetto "Codice Enigma", un linguaggio cifrato che viene considerato pressoché inviolabile. E' per questa missione impossibile che viene radunato un gruppo di specialisti, formato dal campione degli scacchi Hugh Alexander; dal matematico scozzese John Cairncross; da Peter Hilton, precoce laureato di Oxford; da Furman e Richards, linguisti. A costoro si aggiunge una ragazza, Joan Clarke (una Keira Knightley sempre più brava), laureata in matematica a Cambridge; e, per ordine di Winston Churchill, a capo del progetto si colloca il geniale matematico Alan Turing. Il manipolo di studiosi opera a Bletchley Park, nel Buckinghamshire: infiniti sono i tentativi di sciogliere il rompicapo, ma il leader nutre speciale fiducia in una propria macchina di decrittazione elettro-meccanica, da lui denominata Christopher... 

Basato su un libro di Andrew Hodges, "The Imitation Game" è, in primo luogo, il racconto veritiero della vita di Alan Turing: nato nel 1912, venne snobbato ed ostracizzato - nonostante i contributi che diede allo studio della logica e della matematica - per la sua omosessualità (che, non dimentichiamolo, era annoverata fra i reati penali, nel suo paese, fino al 1967). L'incipit del film ci mostra appunto le forze dell'ordine che - penetrate nell'abitazione del nostro per indagare su una segnalazione di furto con scasso - finirono invece per arrestare lo stesso con l'accusa di "atti osceni", incriminazione che lo avrebbe portato a una devastante condanna, appunto, per pederastia. Morì suicida il 7 giugno 1954, dopo aver subito la feroce umiliazione della castrazione chimica, ingerendo una mela avvelenata con del cianuro di potassio.

La narrazione procede per salti temporali, avanti ed indietro, mostrandoci il periodo dell'adolescenza del protagonista, vittima del bullismo dei compagni e amico del solo Christopher, pure egli interessato ai temi prediletti dal sodale ed a lui legato da una tenero rapporto. La sceneggiatura di Graham Moore, abilmente congegnata, costruisce la ricerca della chiave per disserrar l'uscio di Enigma in guisa di un thriller psicologico; particolare cura è riservata al tratteggio delle psicologie dei personaggi, anche di quelli secondari, e alla resa del clima di quegli anni, dominato dalla logica del sospetto (difatti v'è, nel gruppo di ricercatori, chi lavora per i russi). "E' una storia che insegna il valore della comunicazione - ha dichiarato Benedict Cumberbatch, inarrivabile nei panni del protagonista - e quanto sia importante, attraverso il dialogo, celebrare le differenze, ricercando quello che ci unisce anziché lasciarci dividere dalla paura delle diversità". Diretto dal norvegese Morten Tydlum - reduce dai trionfi di "Headhunters", purtroppo inedito da noi in sala, adrenalinica trasposizione in celluloide del poliziesco di Jo Nesbo "Il cacciatore di teste" - con un gran senso del ritmo e una rara attenzione alle sfumature emotive, "The Imitation Game" è uno tra i film - assieme a "Big Eyes" di Tim Burton e ad "American Sniper" di Clint Eastwood - capaci di far sì che il 2015 cinematografico si apra, davvero, sotto i migliori auspici.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

THE IMITATION GAME. REGIA: MORTEN TYDLUM. INTERPRETI: BENEDICT CUMBERBATCH, KEIRA KNIGHTLEY, CHARLES DANCE. DISTRIBZIONE: VIDEA. DURATA: 120 MINUTI.

mercoledì 10 dicembre 2014

St.Vincent

Dopo la separazione dei genitori, il dodicenne Oliver si è trasferito in una nuova casa assieme a sua madre, un'infermiera oberata di lavoro e in attesa del divorzio. Nell'abitazione accanto vive Vincent de Van Nuys, pensionato alcolista e misantropo, scommettitore accanito di corse di cavalli e fidanzato con una spogliarellista russa incinta. Tra il piccolo ed il suo - all'apparenza - scorbutico vicino di casa, si stabilisce un bizzarro sodalizio: la madre del ragazzino lo assume per fare il baby-sitter ad ore, ed è così che Oliver scopre come il suo nuovo amico sia, in realtà, un veterano di guerra; un reduce dal Vietnam, che nasconde un triste passato e ha dedicato svariati anni ad assistere la moglie, ricoverata in un istituto a causa della gravità della sua malattia...

Serata d'onore per uno dei più grandi attori viventi, "St.Vincent" offre a Bill Murray il destro per una ulteriore variazione della sua nota maschera estroversa. Bel modo di coronare una carriera iniziata con la notorietà portatagli dalla partecipazione al televisivo "Saturday Night Live" ed esplosa con la presenza nel trio dei "Ghostbusters" (1984), pellicola campione d'incassi firmata da Ivan Reitman, che consacra la straordinaria vis comica del nostro. Da qui, prende però il via un tragitto in cui egli ha, più di una volta, rifiutato le strade più facili, per azzardare scelte impegnative: sono indimenticabili le sue prove in "Ricomincio da capo" (1993), metafisico gioco narrativo concepito da Harold Ramis; "Lost in Translation" (2004) di Sofia Coppola, in cui è un attore in decadenza che vive in un albergo di Tokyo; "Broken Flowers" (2006), diretto da Jim Jarmusch, dove si cala nei panni di un maturo e stralunato dongiovanni che si mette in cerca, tra le donne del suo passato, della madre d'un figlio che neppure immaginava di avere.

In "St.Vincent" (coadiuvato da un'ottima Melissa McCarthy, la madre di Oliver, e da Naomi Watts, convincente nel ruolo della spogliarellista russa), Murray padroneggia la vicenda con rara maestria: se è vero che la storia del cinema, da "Il monello" a "Nuovo Cinema Paradiso", da "Up!" a "Il sesto senso" è piena di opere che s'incentrano sulla speciale funzione cognitiva ed autocognitiva che il rapporto fra il grande ed il piccino figlia, è fuori di discussione che qui (grazie pure alla felice alchimia fra i due attori: l'undicenne Lieberher è irresistibile),  tra la "rieducazione" di Oliver a furia di pomeriggi all'ippodromo e frequentazioni di "signore della notte", il ritmo è travolgente, al di là di alcune situazioni più prevedibili e sfruttate (la lotta con i bulli della scuola, il ballo al ritmo del juke-box). La vena di malinconia, lo spleen sotterraneo che permea tutta la vicenda si scioglie nella commozione di un finale che non riveleremo: ma alla furbizia dell'esazione della lacrima si rinuncia, in fin dei conti per uno come St.Vincent finanche la santità è di tipo peculiare.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

ST.VINCENT. REGIA: THEODORE MELFI. INTERPRETI: BILL MURRAY, JAEDEN LIEBERHER, MELISSA McCARTHY, NAOMI WATTS. DISTRIBUZIONE: EAGLE. DURATA: 102 MINUTI.