mercoledì 20 maggio 2015

Youth - La giovinezza

In un albergo di lusso ai piedi delle Alpi Fred e Mick, due amici di vecchia data sulla soglia degli ottanta anni, trascorrono assieme una vacanza primaverile. Mick Boyle è un celebre cineasta inglese, emigrato a Hollywood, alle prese con il proprio film-testamento insieme ad un manipolo di giovani sceneggiatori; Fred Ballinger è un riverito compositore e direttore d'orchestra che si è messo in pensione di propria volontà, accettando - con un atteggiamento a mezza via fra apatia e cinismo - la vecchiaia e i suoi ozi. Sanno che il loro futuro si va inesorabilmente esaurendo e decidono di affrontarlo in due, guardando con curiosità e tenerezza agli altri ospiti dell'hotel e, in generale, alle persone più giovani di loro. A un certo punto, si presenta un emissario di Elisabetta II: Sua Maestà desidera festeggiare il genetliaco del consorte con un concerto nel quale, per l'occasione, il maestro Ballinger dovrebbe tornare a dirigere le sue famose "Simple Songs". Egli rifiuta; e rifiuta pure d'interpretare la pellicola di Boyle l'attrice Brenda Morel, protagonista abituale delle opere di quest'ultimo, che in un primo momento aveva assicurato la propria disponibilità. E, senza di lei, i produttori non accetteranno d'investire nel progetto di Mick...

Era molto atteso, il ritorno in attività di Paolo Sorrentino dopo il discusso "La grande bellezza", dato che  la sua estetica peculiare tanto aveva diviso critica e pubblico in estimatori e detrattori molto decisi. Per di più, il regista napoletano tornava in competizione a Cannes, ove due anni fa la giuria aveva ignorato  il film, di poi premiato con l'Oscar. Chi temeva un lavoro infarcito di ridondanze e di compiacimenti, tiri pure un sospiro di sollievo: "Youth - La giovinezza" è un'opera compatta e coesa, alla quale neppure nuocciono le tante sottolineature del finale. Libero di essere nuovamente se stesso, senza più o meno consci confronti coi maestri, il nostro ritrova il suo stile inconfondibile, pur non rinunciando a certi vezzi - personaggi più o meno misteriosi che appaiono e scompaiono, ad esempio - che risultano, tuttavia, qui coerenti con l'andatura rapsodica della narrazione. Sfuggendo la tentazione di fare del suo duo di sodali una sorta di versione aggiornata de "I ragazzi irresistibili", Sorrentino s'arrischia dalle parti della malinconia ("la felicità di essere tristi", chiosava Victor Hugo), non evitando sottolineature sarcastiche ma, in fondo, neppure negando amore ai propri personaggi.

"Mi interessa raccontare la vecchiaia in funzione del rapporto con il futuro, quando ne hai poco davanti, e rispetto ai figli. Il fatto che i vecchi si avviliscono perché si disperde il patrimonio delle cose che hanno fatto per loro. E' atroce che tutta la quantità e la qualità delle cose che hai fatto per stabilire un rapporto svaniscano. Non mi fa paura lo sparire dalla Terra, ma dagli occhi dei miei figli". Per un essere umano che ha perso, nella vita, entrambi i genitori all'età di 17 anni, si tratta di tematiche difficili da sviluppare (a cominciare dal rischio di puntare, magari involontariamente, sull'esazione della lacrima nella platea). Invece l'autore, popolando la vicenda di sogni e di visioni, ambientandola nella struttura dove Thomas Mann collocò il suo "La montagna incantata", raffredda la materia e la colloca in una zona iperreale, tra stralunate gonfiatrici di palloni e spiritate cantanti, nella luce forte del mattino o in quella d'una notte dal sapore onirico. Al termine, l'anziano direttore tornerà sul podio, lasciando libero il Narciso che è in lui e che si era sforzato per tanto tempo di tenere alla catena, dalla morte della moglie in poi. Anche chi sta dietro la macchina da presa lo imita, scegliendo uno scioglimento lieve per una fatica non inficiata da pacchiane bellurie; invece, vivace e profonda al tempo medesimo. Proprio come la recitazione di tutti, davvero tutti, gli attori di questo strepitoso cast.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

YOUTH - LA GIOVINEZZA. REGIA: PAOLO SORRENTINO. INTERPRETI: MICHAEL CAINE, HARVEY KEITEL, RACHEL WEISZ, PAUL DANO, JANE FONDA. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 118 MINUTI.

sabato 9 maggio 2015

Il racconto dei racconti

"L'Italia possiede nel 'Cunto de li Cunti' o 'Pentamerone' del Basile il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari; eppure l'Italia è come se non possedesse quel libro perché, scritto in un antico e non facile dialetto, è noto solo di titolo, e quasi nessuno più lo legge". Forse per detto motivo proprio l'autore di queste righe, Benedetto Croce, fu il primo a tradurne l'ispido ma denso napoletano, in lingua. Definito da Calvino "il sogno di un deforme Shakespeare partenopeo", il libro  - dal curioso sottotitolo "lo trattenemiento de peccerille", vale a dire l'intrattenimento per i più piccini -  viene edito tra 1634 ed il 1636, a Napoli. Popolato di regine e cortigiani in nero, di draghi e damigelle vergini, di bordelli di donne nude nell'acqua e orchi, la raccolta è suddivisa in 50 racconti; in questa sua ultima fatica, Matteo Garrone sceglie di adattarne tre.

Ne "La regina" (tratto da "La cerva fatata"), la protagonista è disperata perché non riesce ad avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce alla coppia regale una soluzione assai rischiosa: mangiando il cuore di un drago marino, cucinato da una vergine, la sovrana resterà incinta. Il re perde la vita per uccidere la bestia, ma lo scopo è raggiunto. Di figli, però, ne nascono due, eguali come gocce d'acqua: il secondo è partorito dalla sguattera cuciniera del cuore. E la regina è gelosa dell'amicizia dei ragazzi...
Ne "La pulce" (da "Lo pulece"), un re cattura una pulce e la nutre a dismisura, sino a farla diventare una sorta di mostruoso animale domestico. Quando esso muore, il sovrano lo fa scuoiare e decide che darà in sposa la figlia a chi saprà dire di che bestia sia la pelle misteriosa. Ci azzecca un orco, ed è costui che avrà in premio la fanciulla. Ma quest'ultima non riesce a rassegnarsi, e medita la fuga...
Ne "La vecchia scorticata" (da "Le due vecchie"), un'anziana lavandaia che vive con sua sorella è oggetto delle attenzioni del giovane e aitante re, che ne conosce solo la voce. La più astuta delle due, Dora, grazie ad un incantesimo riesce a tornare giovane e bella, e a farsi impalmare dal reale; l'altra, Imma, perduta nel sogno di seguire le tracce della sorella, finisce per farsi allo scopo scorticare viva...

Si comprenderà, da questi accenni di trama, che siamo dentro a quel genere fantasy oggi assai in voga,  che ha nella serie televisiva "Il trono di spade"la sua punta di lancia. Figurativamente, il film l'ha avuta ben presente; tuttavia, il colto Garrone cita fra le fonti d'ispirazione pure i "Capricci" di Goya, i corti di Pasolini, il cinema di Mario Bava. V'è tutto questo, certo, ne "Il racconto dei racconti"; e l'idea di aver frammischiato le storie, allo stesso tempo contaminando e rivisitando, è uno tra gli atout della pellicola, di molto superiore ad analoghi prodotti d'oltreoceano, per tessitura fantastica e per eleganza figurativa. L'idea, però, di puntare ad un pubblico internazionale, espone l'opera ai rischi comuni a tal genere di operazioni: gli attori anglofoni, pur bravi, a volte paiono disorientati; e la verità narrativa è inficiata, in  parte, dalla scelta di trascurare il verace dialetto d'origine. Quando Pasolini licenziò il suo "Decameron" (1971) spostò l'ambientazione dalla Toscana alla Campania, in cerca di un'ingenuità perduta ma, pure, per rileggere il Boccaccio con gli occhi del Basile; il risultato è, non a caso, un capolavoro senza tempo, tra gli esempi più alti di cinetraduzione d'un testo letterario. Nel lavoro di Garrone, di contro, quel che latita è l'anima: nel catalogo d'immagini belle e fredde che passano sullo schermo, di rado fa capolino. Non avveniva così ne "L'imbalsamatore" od in "Primo amore", men che mai in "Gomorra". E' il caso di sottolineare, tuttavia, come la nostra obiezione sia rivolta ad un film di gran classe, che conferma la scaturigine visionaria nell'ispirazione del nostro.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

IL RACCONTO DEI RACCONTI. REGIA: MATTEO GARRONE. INTERPRETI: SALMA HAYEK, VINCENT CASSEL, TOBY JONES, STACY MARTIN, JOHN C. REILLY. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 128 MINUTI.

sabato 2 maggio 2015

Forza maggiore

Una famiglia svedese di quattro persone - Tomas e Ebba, con i figlioletti Vera e Harry - si reca per la settimana bianca sulle Alpi francesi. Il capofamiglia lavora molto, perciò questa vacanza sulle Alpi si è caricata di particolari aspettative. L'avveniristica struttura nella quale essi hanno preso alloggio prevede finanche delle "valanghe controllate", ma accade un imprevisto. Uno degli eventi "provocati" sorprende gli ospiti mentre siedono per pranzo ai tavoli all'aperto del ristorante panoramico: una valanga si dirige a gran velocità verso di loro, quasi fosse destinata a travolgerli. La quiete del gruppo pure, pare esser travolta da una slavina: c'è chi, ad esempio, viene colto da una sorta di attacco di panico. Tra di loro è Tomas che, istintivamente spinto a mettersi in salvo il prima possibile, afferra il cellulare e le sigarette, prima di darsi a una precipitosa fuga; Ebba, invece, resta per proteggere i figli e, nel caso, morire con loro. La valanga si arresta, ed i quattro rientrano sani e salvi: il comportamento dell'uomo, tuttavia, ha incrinato qualche cosa nella coppia, ed è una crepa destinata ad aprirsi sempre di più...

"Ci sono degli studi ove si dimostra come buona parte delle coppie che sopravvivono alle catastrofi, finiscono per divorziare. Secondo i canoni della società nella quale viviamo, gli uomini dovrebbero proteggere le loro donne e le loro famiglie, senza indietreggiare di fronte al pericolo. Invece, nelle situazioni di cui stiamo dicendo, sembra siano proprio gli uomini a reagire più spesso con la fuga". 
Premio della giuria a "Un Certain Regard" nell'edizione 2014 di Cannes, "Forza maggiore" del 39 enne Ruben Ostlund - già messosi in luce con il premiatissimo "Play" (2012) - è stato uno tra i film che ha suscitato maggior interesse, celebrato dalla critica e amato dal pubblico. La bravura del regista sta nel raccogliere una suggestione - come si sopravvive, s'è detto, ad un'esperienza fortemente drammatica, tipo un dirottamento o uno tsunami - e trasformarla in cinema allo stato puro, tracciando in maniera convincente un parallelismo tra il percorso inarrestabile di un'emozione e quello, simile, d'una slavina. 

Strutturata con l'abilità di chi conosce le regole del genere "alta montagna", "Forza maggiore" è una pellicola in cui la psiche dei personaggi si muove in silenziosa corrispondenza con la natura, seppure fuoriuscendo dai percorsi usuali: ad esempio, non sono rare le parentesi di divertimento laddove ci si aspetterebbero atmosfere sempre drammatiche. L'inconveniente accaduto a Tomas mina le certezze degli ospiti più giovani, innescando ironicamente una reazione a catena, quantunque nella diversità di condizione delle varie coppie. Il mito della solidarietà scandinava avverso all'individualismo, del dialogo come pratica consolidata di comunicazione, ne esce a pezzi: così pure quel politicamente corretto, per cui le differenze tra uomini e donne sono divenute un argomento da evitare, quasi un tabù. Come in Haneke (che, di certo, è un punto di riferimento per il quarantenne autore), si gioca con raffinatezza sull'asse dello scardinamento di ogni certezza, segnatamente dal punto di vista dello spettatore. La scrittura, assai solida, si coniuga ad un talento narrativo immaginificamente audace: gli attori - perfetti finanche nei ruoli più piccoli - s'inseriscono perfettamente nel meccanismo, fino ad apparire essi stessi sopraffatti da una vicenda che richiede a chi siede in platea una "suspension of disbelief" non comune, ripagandolo tuttavia con un risultato di prim'ordine. Lo scioglimento è la parte più debole della vicenda, con una serie di finali che s'indeboliscono l'uno via l'altro: ma ciò poco toglie ad un'opera che affascina e si pone, sin d'ora, come materia d'interesse per futuri cinespigolatori curiosi ed attenti. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

FORZA MAGGIORE. REGIA: RUBEN OSTLUND. INTERPRETI: JOHANNES KUHNKE, LISA LOVEN KONGSLI, CLARA WTTERGREN, VINCENT WETTERGREN. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 118 MINUTI.

lunedì 20 aprile 2015

Samba

Samba è un immigrato senegalese che vive e lavora da due lustri in Francia, adattandosi a piccole occupazioni d'ogni genere al fine di combattere l'inesausta battaglia per un permesso di soggiorno. Alice è una manager che, a seguito d'un tracollo psico-fisico, compie un percorso di ricostruzione e  riappropriazione di se stessa, che include il volontariato in un'associazione. L'incontro tra il variopinto universo suburbano dell'ironico clandestino e la solitudine della borghese parigina in crisi produce un'attrazione, un affetto che divengono via via più intensi e costituiscono, in qualche modo, una strada per uscire dalle proprie difficoltà: se non, addirittura, un antidoto contro l'emarginazione sociale...

"Le parole non sono servite a difenderlo, magari però daranno un senso alla sua storia": è così che Delphine Coulin, autrice del romanzo "Samba pour la France" (da noi, edito da Rizzoli), riassume il senso della lunga odissea di Samba Cissé, immigrato illegale proveniente dal Mali. Le vicissitudini del protagonista sono in gran parte drammatiche, le stesse che deve percorrere ciascuna persona nel suo stato: razzismo, lavoro nero, mortificazioni e, sopra tutto, la paura d'incappare nelle maglie della rigida struttura amministrativa francese, per la quale valgono le regole e non gli esseri umani ai quali esse vanno applicate. Solo in chi è alle prese coi medesimi problemi, o con gli assistenti, il nostro trova un poco di luce, di spensieratezza: grazie a Wilson, il colombiano che ha come lui l'incarico di pulire i vetri dei grattacieli; o Joseph, il compagno di viaggio che lo invita a mai rinunciare alla dignità, qualsiasi cosa avvenga. Se il tono della narrazione sfiora, a tratti, il picaresco, la lotta per la sopravvivenza conduce, inevitabilmente, ad un lento quanto doloroso naufragio. 

Cosa è rimasto, nel film di Eric Toledano e Olivier Nakache (il duo che aveva firmato "Quasi amici", tra i più clamorosi successi di pubblico in Francia), della pagina scritta? Nel complesso abbastanza, anche se la coppia di cineasti è, evidentemente, preoccupata di smussare gli angoli della vicenda quanto più possibile, in modo che il prodotto non perda di commestibilità per le grandi platee. Diciamo che tutto quel che riguarda il "pedinamento" del clandestino, la sua quotidianità tra il periglioso e l'azzardato, è realizzato con cura, finezza, sensibilità. Più difficile, invece, trovare la quadra per la parte sentimentale: il rapporto fra il sans-papier in cerca d'integrazione e la dirigente d'azienda tentata dal suicidio risulta raramente credibile e proietta la storia - magari senza volerlo - in una dimensione fiabesca che stride non poco con la misura di verità della parte sociale. Ne risulta un ibrido che al botteghino non ha fatto gli sfracelli del suo predecessore, ma al quale è impossibile non guardare con simpatia: fosse soltanto per l'irresistibile Omar Sy, giusto come nel libro "ostinato, vivo, umano"; o per la superba naturalezza con la quale Charlotte Gainsbourg disegna un personaggio improbabile, il cui smarrimento finisce però per creare identificazione in chiunque - magari soltanto per un attimo - abbia avuto in sorte di provarlo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SAMBA. REGIA: OLIVIER NAKACHE, ERIC TOLEDANO. INTERPRETI: OMAR SY, CHARLOTTE GAINSBOURG, TAHAR RAHIM, IZIA HIGELIN. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 118 MINUTI.

martedì 14 aprile 2015

Mia madre

Margherita sta girando un film sulla crisi economica italiana, in cui si narra dello scontro tra gli operai  d'una fabbrica e la nuova proprietà Usa, probabilmente foriera di tagli e licenziamenti. La complessità propria d'un lavoro corale di tale argomento, è aumentata dalle bizzarrie della star italo-americana che ha scelto per interpretare la parte del neo-padrone statunitense: un attore in crisi, ostacolato dalla sua fama di divo, particolarmente avvertita dal provincialismo della cinematografia nostrana. Margherita è inoltre separata, ha una figlia adolescente che frequenta di malavoglia il liceo classico (quasi imposto da una tradizione familiare che trova la sua scaturigine nella nonna, insegnante di latino e greco), ha appena lasciato il proprio compagno, impegnato nelle riprese, conduce una vita confusa e sfinente. Le  istanze del privato, poi, pesano non poco. L'imminente morte della madre Ada, ricoverata in ospedale e afflitta da una sofferenza cardiaca giunta all'ultimo stadio, la porta a un confronto difficile e doloroso: in primo luogo con se medesima e col fratello Giovanni, ingegnere che s'è preso un lungo periodo di aspettativa dal lavoro, per accudire la genitrice amatissima e dai giorni contati...

In "Patrimonio", lo splendido libro in cui Philip Roth racconta la morte del padre, lo scrittore galiziano adopera, per il suo personaggio, il proprio nome e cognome, in luogo di Nathan Zuckerman o David Kepesh. In "Mia madre", Moretti per sé usa il nome di Giovanni e per quello della Buy, Margherita. Ci sembra, questa, una ulteriore sottolineatura di quanto di privato ci sia in questa pellicola complessa e stratificata, forse non tra la sue di vertice, ma in ogni caso la più sentita emotivamente dai tempi di "Caro diario" (1993). Con questo, non stiamo dicendo che l'opera sia strettamente autobiografica: certo, egli ha iniziato a scriverla quando erano appena avvenute le cose poi divenute tema della storia. Ciò non ci sembra abbia influito più di tanto sulla qualità narrativa, però ha avuto delle conseguenze.

In primo luogo, il tema centrale del film - che è lo spaesamento che si prova di fronte alla perdita di una persona cara - procede, quasi a non troppo imporsi, parallelamente ad almeno altri due: il bilancio esistenziale di una donna che si sta avvicinando alla mezza età e il proprio rapporto con il presente (di lei e dell'artista, intendiamo). Il modo in cui Moretti ha pensato la storia di Margherita ricorda da vicino uno dei capolavori di Woody Allen, "Un'altra donna" (1988): ma, mentre Allen trovava una miracolosa leggerezza nell'impaginare il percorso di Gena Rowlands, il nostro sciorina come di consueto una serie di parentesi tese a far ridere, affidandole all'istrionismo di John Turturro. Il risultato è una mescolanza non sempre riuscita con i momenti più toccanti, si tratti di una ricognizione nella memoria (la sequenza davanti al cinema Capranichetta del passato, con una lunga fila di persone che attende di assistere a "Il cielo sopra Berlino") o di situazioni che stridono con lo stato d'animo del personaggio (il momento in cui un rappresentante le propone di cambiare gestione elettrica ed ella si smarrisce nella ricerca d'una bolletta, chiara metafora di un'assenza inaccettabile). Quanto ai rapporti con il presente, con l'attuale situazione di conflitto sociale, ci pare che il regista si limiti a sfiorarli senza convinzione: ed è, forse, proprio questo sentimento di inadeguatezza, finanche d'inutilità di ogni cosa, il più forte che promana dalla visione. La messa in scena d'una sconfitta, senza alibi od infingimenti.

Le note più vere, quelle che fanno di "Mia madre" un qualcosa destinato a restare in ogni caso nella memoria, riguardano la messa in scena cinematografica della scomparsa della mamma. Il trapasso commuove per la mirabile economia dei mezzi: l'esazione della lacrima è evitata con un'accuratezza che non significa, per nulla, perdere in intensità. I momenti in cui Margherita cerca di aiutare Ada, goffamente, con le lacrime in anticamera ed il cuore in patimento, sono magnifici e fanno pensare a "Dove lei non è", quello straziante diario del lutto che Roland Barthes ebbe a vergare durante la malattia materna. Ed è assai brava, la Buy, a render nei movimenti la propria difficoltà, quasi non le riuscisse più di collocare il proprio corpo nello spazio. Le dà la replica con autorevolezza una Giulia Lazzarini che - forte della sua esperienza teatrale - trova con naturalezza una misura d'ossimoro, tra straziante e rasserenante, perfetta. Detto che Moretti si ritaglia, per pudore, un ruolo di raccordo, laterale, rispetto a una vicenda che gli brucia fra le mani, di certo nell'ultima parte, da cineasta, egli dà il meglio: chiudendo con uno scambio di battute fra madre e figlia, che evoca il domani natura delle cose, necessità, scorrere del tempo. Anche se le braccia che ci hanno da sempre accolti, in quel futuro, non ci saranno più.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

MIA MADRE. REGIA: NANNI MORETTI. INTERPRETI: MARGHERITA BUY, JOHN TURTURRO, GIULIA LAZZARINI, NANNI MORETTI, BEATRICE MANCINI. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 106 MINUTI

sabato 11 aprile 2015

Sarà il mio tipo?

All'apparenza, Clément e Jennifer non hanno alcunché in comune. Lui è un giovane, fascinoso docente di filosofia di Parigi, autore del libro "Dell'amore e del caso", trasferito per un anno ad Arras, tranquilla cittadina nel nord della Francia dove, metropolitano, scalpita; lei è un'attraente, esuberante parrucchiera, fiera del posto nel quale vive, madre separata che si divide tra il lavoro nel salone, la cura del figliolo e le serate al karaoke, in cui si esibisce assieme alle colleghe di lavoro. Lei si prova a leggere Kant, lui a ballare. Dopo i primi appuntamenti, prende vita una relazione intensa e ricolma di passione: neppure le barriere culturali fra i due sembrano ostacolare il loro rapporto. Ma Clément, che non crede alla coppia "perché l'amore non deve diventare una prigione", fatica assai ad abbandonarsi del tutto, pur essendo nel suo sentimento sincero giorno per giorno; quanto a Jennifer, ella desidera calarsi fino in fondo nel presente, per immaginare un futuro insieme.

Il precipuo cambiamento avvenuto dalla narrativa ottocentesca ad oggi consiste, fondamentalmente, nel fatto che allora si raccontavano, punto per punto, le peripezie che due persone dovevano affrontare per poter raggiungere l'agognata meta - previo matrimonio, naturalmente - dell'accoppiamento; oggidì, due giovani s'incontrano, si piacciono, vanno a letto insieme, tutto il resto poi si vedrà (o sarà il tema della storia, appunto). Queste riflessioni ci sono venute in mente vedendo "Sarà il mio tipo?", che il regista belga Lucas Belvaux ha tratto dal romanzo di Philip Vilain "Non il suo tipo" (da noi lo edita Gremese). Se il critico volesse incasellarlo in un genere, avrebbe delle difficoltà: il film ha l'incipit e un andamento da commedia, però man mano diviene un film di sentimenti (e non sentimentale), peraltro senza lieto fine. La sceneggiatura, dello stesso Belvaux, è la forza trainante della pellicola: se l'intero plot si svolge sotto l'insegna di una celebre frase di Renoir ("Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni"), i dialoghi sarebbero piaciuti al Roland Barthes di "Frammenti di un discorso amoroso", e incantano pel felice rimpallo delle battute.

"Sono così felice che vorrei morire subito, perché questo non finisca mai... E poi mi dico che non vale la pena di vivere momenti come questo perché per forza finiscono e che, in fondo, forse sarebbe meglio non viverli per non soffrire dopo. Ma sono felice comunque ed è troppo bello... Ecco, è così... ho la felicità triste". E non dirmi che anche tu, aggiunge subito dopo Jennifer: no, Clément è un filosofo, al massimo potrebbe - con Victor Hugo - affermare che "la malinconia è la felicità di essere tristi". Niente, comunque, che sia in presa diretta col cuore, impegni oltre un orizzonte quotidiano, assomigli sia pur in tralice a un progetto. Non anticiperemo lo scioglimento della storia d'amore più bella, intensa, struggente, che si sia vista al cinematografo negli ultimi decenni. Tuttavia, ciò non ci esenta dal lodare la prova di Loic Corbery, membro della Comedie Francaise, che è un convincente Clèment. Nè dal nascondere il nostro innamoramento - cinefilo, e pure di più - per Emilie Duquenne che, nei panni di Jennifer, splende e abbaglia. Ammirandola, nella distanza impostaci dal grande schermo, acclariamo cosa intendeva Fernando Pessoa chiosando: "ho nostalgia di tutto, soprattutto di quello che non ho vissuto".
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SARA' IL MIO TIPO? REGIA: LUCAS BELVAUX. INTERPRETI: EMILIE DEQUENNE, LOIC CORBERY. DISTIRBUZIONE: SATINE FILM. DURATA: 111 MINUTI.


lunedì 23 marzo 2015

La famiglia Bélier


Nella famiglia Bélier padre, madre e fratellino sono tutti sordomuti, e tocca alla 16enne figlia Paula, l'unica a non soffrire di questo handicap, il ruolo fondamentale d'interprete per i genitori. I Bélier vivono in provincia, producendo formaggi che vendono, poi, nei mercati. Malgrado le prevedibili difficoltà, la coppia composta da Rodolphe, contadino eclettico e sempre pronto al sesso, e sua moglie Gigi, donna esuberante e lieta, è di genitori inappuntabili ed affettuosi per entrambi i figlioli. La loro pare una consolidata routine, quando due fatti nuovi giungono a rivoluzionarla: papà Rodolphe decide, nonostante i suoi limiti, di candidarsi alla carica di sindaco, per contrastare la rielezione del trombonesco prima cittadino in carica; e Paula scopre d'esser considerata un vero talento musicale dal signor Thomasson, insegnante di musica, intenzionato a farla partecipare a un concorso canoro che si terrà a Parigi. Ma come andar via dalla famiglia, che fa conto su di lei quale unica risorsa per comunicare con il mondo esterno?
"Quello che mi interessava - spiega il regista Lartigau nelle sue note - era in primo luogo il tema del distacco, della separazione vissuta come una lacerazione. È possibile lasciarsi con dolcezza? È possibile amarsi profondamente senza vivere in simbiosi? Come lasciare a ciascuno il proprio spazio di libertà? Che ne è del nostro sguardo sull'altro quando cresce ed evolve? E il fatto di amarsi molto, non vuol dire necessariamente che ci si ama bene. In una famiglia, che cosa aiuta a costruire, che cosa serve per andare avanti, che cosa ci fa soffocare? Dove posizionare il cursore in queste scelte?". E' su dette basi che il nostro ha costruito una commedia garbata e divertente, pur se non priva di asprezze, con un dosaggio degli ingredienti talmente perfetto da aver riscosso, in patria, un enorme successo di pubblico non disgiunto dall'approvazione della critica.
Insomma, direte voi, anche in Francia è la commedia a trionfare al box-office. Certo, ma - si sarà ben capito - assai diversa da quella che è solita trionfare da noi: "La famiglia Belier" è lontana mille miglia da - per fare un titolo - "Si accettano miracoli", pur se in entrambe sono i buoni sentimenti al centro della narrazione. Il perché è semplice: ve la immaginate, voi, la scena di un produttore nostrano che si veda recapitare una sceneggiatura ove i protagonisti sono tre sordomuti, ambientata in provincia, con la pretesa di scassare i botteghini? In Italia si va sul sicuro, il che vuol dire o le beceraggini d'uso  o, nella migliore della ipotesi, dei favolelli tutti squagliati prima di approdare al finale. Così, per goderci una serata di relax, con una pellicola che abbini risate pure grasse a delicate sottolineature, ci tocca di  andare a vedere pellicole come "La famiglia Belier": che, tra parentesi, conta su attori allo stesso tempo sanguigni e meravigliosamente misurati. Momenti come quelli in cui papà Belier pone le dita sull'ugola di Paola che canta, per poter sentire la bellezza di un dono che non gli è stato concesso, o  in cui quest'ultima esegue per la commissione giudicatrice un brano che suona commiato dalla sua amata famiglia d'origine, sono toccanti e nient'affatto melensi. Insomma, ecco un piccolo grande film, da consigliarsi senza tema di smentita a spettatori di ogni età.
                                                                                                                                   Francesco Troiano

LA FAMIGLIA BELIER. REGIA: ERIC LARTIGAU. INTERPRETI: KARIN VIARD, FRANCOIS DAMIENS, ERIC ELMOSNINO, LOUANE EMERA, ROXANE DURAN. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 100 MINUTI.