sabato 2 maggio 2015

Forza maggiore

Una famiglia svedese di quattro persone - Tomas e Ebba, con i figlioletti Vera e Harry - si reca per la settimana bianca sulle Alpi francesi. Il capofamiglia lavora molto, perciò questa vacanza sulle Alpi si è caricata di particolari aspettative. L'avveniristica struttura nella quale essi hanno preso alloggio prevede finanche delle "valanghe controllate", ma accade un imprevisto. Uno degli eventi "provocati" sorprende gli ospiti mentre siedono per pranzo ai tavoli all'aperto del ristorante panoramico: una valanga si dirige a gran velocità verso di loro, quasi fosse destinata a travolgerli. La quiete del gruppo pure, pare esser travolta da una slavina: c'è chi, ad esempio, viene colto da una sorta di attacco di panico. Tra di loro è Tomas che, istintivamente spinto a mettersi in salvo il prima possibile, afferra il cellulare e le sigarette, prima di darsi a una precipitosa fuga; Ebba, invece, resta per proteggere i figli e, nel caso, morire con loro. La valanga si arresta, ed i quattro rientrano sani e salvi: il comportamento dell'uomo, tuttavia, ha incrinato qualche cosa nella coppia, ed è una crepa destinata ad aprirsi sempre di più...

"Ci sono degli studi ove si dimostra come buona parte delle coppie che sopravvivono alle catastrofi, finiscono per divorziare. Secondo i canoni della società nella quale viviamo, gli uomini dovrebbero proteggere le loro donne e le loro famiglie, senza indietreggiare di fronte al pericolo. Invece, nelle situazioni di cui stiamo dicendo, sembra siano proprio gli uomini a reagire più spesso con la fuga". 
Premio della giuria a "Un Certain Regard" nell'edizione 2014 di Cannes, "Forza maggiore" del 39 enne Ruben Ostlund - già messosi in luce con il premiatissimo "Play" (2012) - è stato uno tra i film che ha suscitato maggior interesse, celebrato dalla critica e amato dal pubblico. La bravura del regista sta nel raccogliere una suggestione - come si sopravvive, s'è detto, ad un'esperienza fortemente drammatica, tipo un dirottamento o uno tsunami - e trasformarla in cinema allo stato puro, tracciando in maniera convincente un parallelismo tra il percorso inarrestabile di un'emozione e quello, simile, d'una slavina. 

Strutturata con l'abilità di chi conosce le regole del genere "alta montagna", "Forza maggiore" è una pellicola in cui la psiche dei personaggi si muove in silenziosa corrispondenza con la natura, seppure fuoriuscendo dai percorsi usuali: ad esempio, non sono rare le parentesi di divertimento laddove ci si aspetterebbero atmosfere sempre drammatiche. L'inconveniente accaduto a Tomas mina le certezze degli ospiti più giovani, innescando ironicamente una reazione a catena, quantunque nella diversità di condizione delle varie coppie. Il mito della solidarietà scandinava avverso all'individualismo, del dialogo come pratica consolidata di comunicazione, ne esce a pezzi: così pure quel politicamente corretto, per cui le differenze tra uomini e donne sono divenute un argomento da evitare, quasi un tabù. Come in Haneke (che, di certo, è un punto di riferimento per il quarantenne autore), si gioca con raffinatezza sull'asse dello scardinamento di ogni certezza, segnatamente dal punto di vista dello spettatore. La scrittura, assai solida, si coniuga ad un talento narrativo immaginificamente audace: gli attori - perfetti finanche nei ruoli più piccoli - s'inseriscono perfettamente nel meccanismo, fino ad apparire essi stessi sopraffatti da una vicenda che richiede a chi siede in platea una "suspension of disbelief" non comune, ripagandolo tuttavia con un risultato di prim'ordine. Lo scioglimento è la parte più debole della vicenda, con una serie di finali che s'indeboliscono l'uno via l'altro: ma ciò poco toglie ad un'opera che affascina e si pone, sin d'ora, come materia d'interesse per futuri cinespigolatori curiosi ed attenti. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

FORZA MAGGIORE. REGIA: RUBEN OSTLUND. INTERPRETI: JOHANNES KUHNKE, LISA LOVEN KONGSLI, CLARA WTTERGREN, VINCENT WETTERGREN. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 118 MINUTI.

lunedì 20 aprile 2015

Samba

Samba è un immigrato senegalese che vive e lavora da due lustri in Francia, adattandosi a piccole occupazioni d'ogni genere al fine di combattere l'inesausta battaglia per un permesso di soggiorno. Alice è una manager che, a seguito d'un tracollo psico-fisico, compie un percorso di ricostruzione e  riappropriazione di se stessa, che include il volontariato in un'associazione. L'incontro tra il variopinto universo suburbano dell'ironico clandestino e la solitudine della borghese parigina in crisi produce un'attrazione, un affetto che divengono via via più intensi e costituiscono, in qualche modo, una strada per uscire dalle proprie difficoltà: se non, addirittura, un antidoto contro l'emarginazione sociale...

"Le parole non sono servite a difenderlo, magari però daranno un senso alla sua storia": è così che Delphine Coulin, autrice del romanzo "Samba pour la France" (da noi, edito da Rizzoli), riassume il senso della lunga odissea di Samba Cissé, immigrato illegale proveniente dal Mali. Le vicissitudini del protagonista sono in gran parte drammatiche, le stesse che deve percorrere ciascuna persona nel suo stato: razzismo, lavoro nero, mortificazioni e, sopra tutto, la paura d'incappare nelle maglie della rigida struttura amministrativa francese, per la quale valgono le regole e non gli esseri umani ai quali esse vanno applicate. Solo in chi è alle prese coi medesimi problemi, o con gli assistenti, il nostro trova un poco di luce, di spensieratezza: grazie a Wilson, il colombiano che ha come lui l'incarico di pulire i vetri dei grattacieli; o Joseph, il compagno di viaggio che lo invita a mai rinunciare alla dignità, qualsiasi cosa avvenga. Se il tono della narrazione sfiora, a tratti, il picaresco, la lotta per la sopravvivenza conduce, inevitabilmente, ad un lento quanto doloroso naufragio. 

Cosa è rimasto, nel film di Eric Toledano e Olivier Nakache (il duo che aveva firmato "Quasi amici", tra i più clamorosi successi di pubblico in Francia), della pagina scritta? Nel complesso abbastanza, anche se la coppia di cineasti è, evidentemente, preoccupata di smussare gli angoli della vicenda quanto più possibile, in modo che il prodotto non perda di commestibilità per le grandi platee. Diciamo che tutto quel che riguarda il "pedinamento" del clandestino, la sua quotidianità tra il periglioso e l'azzardato, è realizzato con cura, finezza, sensibilità. Più difficile, invece, trovare la quadra per la parte sentimentale: il rapporto fra il sans-papier in cerca d'integrazione e la dirigente d'azienda tentata dal suicidio risulta raramente credibile e proietta la storia - magari senza volerlo - in una dimensione fiabesca che stride non poco con la misura di verità della parte sociale. Ne risulta un ibrido che al botteghino non ha fatto gli sfracelli del suo predecessore, ma al quale è impossibile non guardare con simpatia: fosse soltanto per l'irresistibile Omar Sy, giusto come nel libro "ostinato, vivo, umano"; o per la superba naturalezza con la quale Charlotte Gainsbourg disegna un personaggio improbabile, il cui smarrimento finisce però per creare identificazione in chiunque - magari soltanto per un attimo - abbia avuto in sorte di provarlo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SAMBA. REGIA: OLIVIER NAKACHE, ERIC TOLEDANO. INTERPRETI: OMAR SY, CHARLOTTE GAINSBOURG, TAHAR RAHIM, IZIA HIGELIN. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 118 MINUTI.

martedì 14 aprile 2015

Mia madre

Margherita sta girando un film sulla crisi economica italiana, in cui si narra dello scontro tra gli operai  d'una fabbrica e la nuova proprietà Usa, probabilmente foriera di tagli e licenziamenti. La complessità propria d'un lavoro corale di tale argomento, è aumentata dalle bizzarrie della star italo-americana che ha scelto per interpretare la parte del neo-padrone statunitense: un attore in crisi, ostacolato dalla sua fama di divo, particolarmente avvertita dal provincialismo della cinematografia nostrana. Margherita è inoltre separata, ha una figlia adolescente che frequenta di malavoglia il liceo classico (quasi imposto da una tradizione familiare che trova la sua scaturigine nella nonna, insegnante di latino e greco), ha appena lasciato il proprio compagno, impegnato nelle riprese, conduce una vita confusa e sfinente. Le  istanze del privato, poi, pesano non poco. L'imminente morte della madre Ada, ricoverata in ospedale e afflitta da una sofferenza cardiaca giunta all'ultimo stadio, la porta a un confronto difficile e doloroso: in primo luogo con se medesima e col fratello Giovanni, ingegnere che s'è preso un lungo periodo di aspettativa dal lavoro, per accudire la genitrice amatissima e dai giorni contati...

In "Patrimonio", lo splendido libro in cui Philip Roth racconta la morte del padre, lo scrittore galiziano adopera, per il suo personaggio, il proprio nome e cognome, in luogo di Nathan Zuckerman o David Kepesh. In "Mia madre", Moretti per sé usa il nome di Giovanni e per quello della Buy, Margherita. Ci sembra, questa, una ulteriore sottolineatura di quanto di privato ci sia in questa pellicola complessa e stratificata, forse non tra la sue di vertice, ma in ogni caso la più sentita emotivamente dai tempi di "Caro diario" (1993). Con questo, non stiamo dicendo che l'opera sia strettamente autobiografica: certo, egli ha iniziato a scriverla quando erano appena avvenute le cose poi divenute tema della storia. Ciò non ci sembra abbia influito più di tanto sulla qualità narrativa, però ha avuto delle conseguenze.

In primo luogo, il tema centrale del film - che è lo spaesamento che si prova di fronte alla perdita di una persona cara - procede, quasi a non troppo imporsi, parallelamente ad almeno altri due: il bilancio esistenziale di una donna che si sta avvicinando alla mezza età e il proprio rapporto con il presente (di lei e dell'artista, intendiamo). Il modo in cui Moretti ha pensato la storia di Margherita ricorda da vicino uno dei capolavori di Woody Allen, "Un'altra donna" (1988): ma, mentre Allen trovava una miracolosa leggerezza nell'impaginare il percorso di Gena Rowlands, il nostro sciorina come di consueto una serie di parentesi tese a far ridere, affidandole all'istrionismo di John Turturro. Il risultato è una mescolanza non sempre riuscita con i momenti più toccanti, si tratti di una ricognizione nella memoria (la sequenza davanti al cinema Capranichetta del passato, con una lunga fila di persone che attende di assistere a "Il cielo sopra Berlino") o di situazioni che stridono con lo stato d'animo del personaggio (il momento in cui un rappresentante le propone di cambiare gestione elettrica ed ella si smarrisce nella ricerca d'una bolletta, chiara metafora di un'assenza inaccettabile). Quanto ai rapporti con il presente, con l'attuale situazione di conflitto sociale, ci pare che il regista si limiti a sfiorarli senza convinzione: ed è, forse, proprio questo sentimento di inadeguatezza, finanche d'inutilità di ogni cosa, il più forte che promana dalla visione. La messa in scena d'una sconfitta, senza alibi od infingimenti.

Le note più vere, quelle che fanno di "Mia madre" un qualcosa destinato a restare in ogni caso nella memoria, riguardano la messa in scena cinematografica della scomparsa della mamma. Il trapasso commuove per la mirabile economia dei mezzi: l'esazione della lacrima è evitata con un'accuratezza che non significa, per nulla, perdere in intensità. I momenti in cui Margherita cerca di aiutare Ada, goffamente, con le lacrime in anticamera ed il cuore in patimento, sono magnifici e fanno pensare a "Dove lei non è", quello straziante diario del lutto che Roland Barthes ebbe a vergare durante la malattia materna. Ed è assai brava, la Buy, a render nei movimenti la propria difficoltà, quasi non le riuscisse più di collocare il proprio corpo nello spazio. Le dà la replica con autorevolezza una Giulia Lazzarini che - forte della sua esperienza teatrale - trova con naturalezza una misura d'ossimoro, tra straziante e rasserenante, perfetta. Detto che Moretti si ritaglia, per pudore, un ruolo di raccordo, laterale, rispetto a una vicenda che gli brucia fra le mani, di certo nell'ultima parte, da cineasta, egli dà il meglio: chiudendo con uno scambio di battute fra madre e figlia, che evoca il domani natura delle cose, necessità, scorrere del tempo. Anche se le braccia che ci hanno da sempre accolti, in quel futuro, non ci saranno più.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

MIA MADRE. REGIA: NANNI MORETTI. INTERPRETI: MARGHERITA BUY, JOHN TURTURRO, GIULIA LAZZARINI, NANNI MORETTI, BEATRICE MANCINI. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 106 MINUTI

sabato 11 aprile 2015

Sarà il mio tipo?

All'apparenza, Clément e Jennifer non hanno alcunché in comune. Lui è un giovane, fascinoso docente di filosofia di Parigi, autore del libro "Dell'amore e del caso", trasferito per un anno ad Arras, tranquilla cittadina nel nord della Francia dove, metropolitano, scalpita; lei è un'attraente, esuberante parrucchiera, fiera del posto nel quale vive, madre separata che si divide tra il lavoro nel salone, la cura del figliolo e le serate al karaoke, in cui si esibisce assieme alle colleghe di lavoro. Lei si prova a leggere Kant, lui a ballare. Dopo i primi appuntamenti, prende vita una relazione intensa e ricolma di passione: neppure le barriere culturali fra i due sembrano ostacolare il loro rapporto. Ma Clément, che non crede alla coppia "perché l'amore non deve diventare una prigione", fatica assai ad abbandonarsi del tutto, pur essendo nel suo sentimento sincero giorno per giorno; quanto a Jennifer, ella desidera calarsi fino in fondo nel presente, per immaginare un futuro insieme.

Il precipuo cambiamento avvenuto dalla narrativa ottocentesca ad oggi consiste, fondamentalmente, nel fatto che allora si raccontavano, punto per punto, le peripezie che due persone dovevano affrontare per poter raggiungere l'agognata meta - previo matrimonio, naturalmente - dell'accoppiamento; oggidì, due giovani s'incontrano, si piacciono, vanno a letto insieme, tutto il resto poi si vedrà (o sarà il tema della storia, appunto). Queste riflessioni ci sono venute in mente vedendo "Sarà il mio tipo?", che il regista belga Lucas Belvaux ha tratto dal romanzo di Philip Vilain "Non il suo tipo" (da noi lo edita Gremese). Se il critico volesse incasellarlo in un genere, avrebbe delle difficoltà: il film ha l'incipit e un andamento da commedia, però man mano diviene un film di sentimenti (e non sentimentale), peraltro senza lieto fine. La sceneggiatura, dello stesso Belvaux, è la forza trainante della pellicola: se l'intero plot si svolge sotto l'insegna di una celebre frase di Renoir ("Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni"), i dialoghi sarebbero piaciuti al Roland Barthes di "Frammenti di un discorso amoroso", e incantano pel felice rimpallo delle battute.

"Sono così felice che vorrei morire subito, perché questo non finisca mai... E poi mi dico che non vale la pena di vivere momenti come questo perché per forza finiscono e che, in fondo, forse sarebbe meglio non viverli per non soffrire dopo. Ma sono felice comunque ed è troppo bello... Ecco, è così... ho la felicità triste". E non dirmi che anche tu, aggiunge subito dopo Jennifer: no, Clément è un filosofo, al massimo potrebbe - con Victor Hugo - affermare che "la malinconia è la felicità di essere tristi". Niente, comunque, che sia in presa diretta col cuore, impegni oltre un orizzonte quotidiano, assomigli sia pur in tralice a un progetto. Non anticiperemo lo scioglimento della storia d'amore più bella, intensa, struggente, che si sia vista al cinematografo negli ultimi decenni. Tuttavia, ciò non ci esenta dal lodare la prova di Loic Corbery, membro della Comedie Francaise, che è un convincente Clèment. Nè dal nascondere il nostro innamoramento - cinefilo, e pure di più - per Emilie Duquenne che, nei panni di Jennifer, splende e abbaglia. Ammirandola, nella distanza impostaci dal grande schermo, acclariamo cosa intendeva Fernando Pessoa chiosando: "ho nostalgia di tutto, soprattutto di quello che non ho vissuto".
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SARA' IL MIO TIPO? REGIA: LUCAS BELVAUX. INTERPRETI: EMILIE DEQUENNE, LOIC CORBERY. DISTIRBUZIONE: SATINE FILM. DURATA: 111 MINUTI.


lunedì 23 marzo 2015

La famiglia Bélier


Nella famiglia Bélier padre, madre e fratellino sono tutti sordomuti, e tocca alla 16enne figlia Paula, l'unica a non soffrire di questo handicap, il ruolo fondamentale d'interprete per i genitori. I Bélier vivono in provincia, producendo formaggi che vendono, poi, nei mercati. Malgrado le prevedibili difficoltà, la coppia composta da Rodolphe, contadino eclettico e sempre pronto al sesso, e sua moglie Gigi, donna esuberante e lieta, è di genitori inappuntabili ed affettuosi per entrambi i figlioli. La loro pare una consolidata routine, quando due fatti nuovi giungono a rivoluzionarla: papà Rodolphe decide, nonostante i suoi limiti, di candidarsi alla carica di sindaco, per contrastare la rielezione del trombonesco prima cittadino in carica; e Paula scopre d'esser considerata un vero talento musicale dal signor Thomasson, insegnante di musica, intenzionato a farla partecipare a un concorso canoro che si terrà a Parigi. Ma come andar via dalla famiglia, che fa conto su di lei quale unica risorsa per comunicare con il mondo esterno?
"Quello che mi interessava - spiega il regista Lartigau nelle sue note - era in primo luogo il tema del distacco, della separazione vissuta come una lacerazione. È possibile lasciarsi con dolcezza? È possibile amarsi profondamente senza vivere in simbiosi? Come lasciare a ciascuno il proprio spazio di libertà? Che ne è del nostro sguardo sull'altro quando cresce ed evolve? E il fatto di amarsi molto, non vuol dire necessariamente che ci si ama bene. In una famiglia, che cosa aiuta a costruire, che cosa serve per andare avanti, che cosa ci fa soffocare? Dove posizionare il cursore in queste scelte?". E' su dette basi che il nostro ha costruito una commedia garbata e divertente, pur se non priva di asprezze, con un dosaggio degli ingredienti talmente perfetto da aver riscosso, in patria, un enorme successo di pubblico non disgiunto dall'approvazione della critica.
Insomma, direte voi, anche in Francia è la commedia a trionfare al box-office. Certo, ma - si sarà ben capito - assai diversa da quella che è solita trionfare da noi: "La famiglia Belier" è lontana mille miglia da - per fare un titolo - "Si accettano miracoli", pur se in entrambe sono i buoni sentimenti al centro della narrazione. Il perché è semplice: ve la immaginate, voi, la scena di un produttore nostrano che si veda recapitare una sceneggiatura ove i protagonisti sono tre sordomuti, ambientata in provincia, con la pretesa di scassare i botteghini? In Italia si va sul sicuro, il che vuol dire o le beceraggini d'uso  o, nella migliore della ipotesi, dei favolelli tutti squagliati prima di approdare al finale. Così, per goderci una serata di relax, con una pellicola che abbini risate pure grasse a delicate sottolineature, ci tocca di  andare a vedere pellicole come "La famiglia Belier": che, tra parentesi, conta su attori allo stesso tempo sanguigni e meravigliosamente misurati. Momenti come quelli in cui papà Belier pone le dita sull'ugola di Paola che canta, per poter sentire la bellezza di un dono che non gli è stato concesso, o  in cui quest'ultima esegue per la commissione giudicatrice un brano che suona commiato dalla sua amata famiglia d'origine, sono toccanti e nient'affatto melensi. Insomma, ecco un piccolo grande film, da consigliarsi senza tema di smentita a spettatori di ogni età.
                                                                                                                                   Francesco Troiano

LA FAMIGLIA BELIER. REGIA: ERIC LARTIGAU. INTERPRETI: KARIN VIARD, FRANCOIS DAMIENS, ERIC ELMOSNINO, LOUANE EMERA, ROXANE DURAN. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 100 MINUTI.

mercoledì 18 marzo 2015

Latin lover

A due lustri dalla scomparsa del carismatico attore Saverio Crispo, grande all'epoca in cui lo era pure il cinema italiano, sta per tenersi una cerimonia nel suo paesino natale, San Vito dei Normanni; lo si vuole celebrare alla presenza dei suoi cari. E' per questo che, nel sontuoso palazzo baronale dove egli è nato, si riuniscono le sue due ex-mogli, le cinque figlie avute da madri differenti, la giovane cameriera che -chissà perché - si chiama Saveria. Del resto, tutte e cinque le figliole portano nomi che cominciano con la lettera S: Stephanie, che arriva dalla Francia e pare aver ereditato dal padre la volubilità; la passionale Segunda con la madre Ramona, seconda consorte del nostro; Solveig dalla Svezia, giovane e splendida;  Susanna, che vive già lì con la madre Rita, prima signora Crispo (Shelley, statunitense, riconosciuta con la prova del Dna, arriverà con un giorno di ritardo). Il formarsi di questo atipico gineceo, riunito intorno alla memoria di un uomo tanto amato quanto vanesio e fedifrago, porterà le protagoniste a rivelarsi l'una all'altra, fra una chiacchiera ed un pettegolezzo, non senza sprazzi di cattiveria e l'affiorare di segreti che avrebbero dovuto restare tali; ma, forse, è arrivato per ciascuna il momento di liberarsi dall'ingombro di un fantasma troppo a lungo venerato...

All'undicesimo lungometraggio, Cristina Comencini - pure autrice di soggetto e sceneggiatura, insieme a Giulia Calenda - ritorna al genere che più gli si addice, la commedia venata di malinconia, ottenendo uno tra gli esiti suoi più soddisfacenti. Come in "Matrimoni" (1998) o "Il più bel giorno della mia vita" (2002), l'idea è quella d'un cinema medio raro in questi tempi sguaiati, attento alle caratterizzazioni di ogni personaggio, abile nell'alternare a toni ironici e leggeri sottolineature coinvolgenti e sentimentali.
Se c'è una scena madre (qui quella della Paredes, inarrivabile nel porgerla senza enfasi alcuna), non per questo il tessuto narrativo s'ispessisce o la vicenda vira verso il melodramma; viceversa, come nella vita vera, tutto sembra miracolosamente tenersi, ed il sorriso riprendere il sopravvento.

Ad ottenere tali risultati, contribuisce un cast pressoché perfetto, fin nei ruoli di composizione. Se agli uomini - Lluis Homar, Neri Marcorè, Claudio Gioè, Toni Bertorelli, Jordi Molla - sono riservati ruoli ingrati (che, peraltro, rivestono impeccabilmente), la sfilata muliebre è trascinante: la nevrosi di Valeria Bruni Tedeschi, la vitalità di Candela Pena, la scioltezza yankee di Nadeah Miranda, la beltà di Pihla Viitala, gli imbarazzi di Angela Finocchiaro, fanno da degno contorno alle prove mirabolanti di Virna Lisi (qui al suo commiato) e Marisa Paredes, al cui magistero s'è già accennato. In un film del genere, ovviamente, è il tono a far la canzone, e la Comencini lo azzecca - malgrado qualche lentezza teatrale - ammiccando all'Almodovar di "Tutto su mia madre" (1999) e "Volver" (2006), senz'ombra alcuna di scimmiottatura. Il momento più bello? Quello della proiezione celebrativa, dove Francesco Scianna - è lui il latin lover del titolo, adeguato sia per physique du role sia per autoironia - è in spezzoni di film, in bianco e nero e a colori, ispirati a quelli di Mastroianni, Gassman, Tognazzi, del Volonté dei western, e suscita lacrime copiose fra tutte le sue donne, sedute in prima fila. Il finale si apre, inaspettatamente, a toni da musical; che, incredibile a dirsi, neanche un poco stonano.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LATIN LOVER. REGIA: CRISTINA COMENCINI. INTERPRETI: VIRNA LISI, MARISA PAREDES, ANGELA FINOCCHIARO, VALERIA BRUNI TEDESCHI, CANDELA PENA, NADEAH MIRANDA, PIHLA VIITALA, LLUIS HOMAR, JORDI MOLLA. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 104 MINUTI.

lunedì 9 marzo 2015

Blackhat

Il surriscaldamento che ha provocato l'esplosione di una centrale nucleare a Hong Kong. L'improvviso schizzare del prezzo della soia alla borsa di Chicago. Dietro a entrambi questi accadimenti c'è, di certo, un attacco informatico: lo comprendono le autorità americane e cinesi che, pur riluttanti, si convincono che è necessario collaborare per assicurare alla giustizia i responsabili. Il capitano Dawai - un ufficiale militare arrivato negli Usa assieme a sua sorella, ingegnere informatico - domanda all'FBI di liberare il super hacker Nick Hathaway, che sta scontando 15 anni di carcere, affinché scopra chi ha trasformato un codice da lui ideato tanti anni prima in un virus così pericoloso. Raggiunto l'accordo (che lo vedrà liberato ma controllato, sia a vista che elettronicamente), Nick si getta nell'impresa: per guadagnarsi la libertà, dovrà correre una serie di rischi incalcolabili...

Ad un lustro di distanza da "Nemico pubblico" (2009), Michael Mann torna alla regia con una pellicola che - dopo il caso Sony Leaks e "The Interview" - si presenta d'inquietante attualità. Lo spunto, stando a quanto egli ha dichiarato, gli è balenato studiando Stuxnet, il virus informatico creato dagli Stati Uniti per colpire una centrale nucleare iraniana. E' il suo primo film girato del tutto in digitale ("Collateral", "Miami Vice" e "Nemico pubblico" contenevano delle sequenze in 35mm), ma "al contrario di quanto molti pensano non sono un paladino ideologico del digitale contro la pellicola. Uso di volta in volta quello che ritengo sia il mezzo migliore. Dovessi rigirare oggi "L'ultimo dei Mohicani", userei di nuovo la pellicola".

Girato in soli 66 giorni, pur sciorinando 75 diverse location in 4 differenti paesi (Usa, Cina, Malesia, Indonesia), "Blackhat" è una sinfonia in cui i vuoti sopravanzano i pieni, come già annunciavano in parte "Miami Vice" e "Collateral". Al regista dell'Illinois paiono interessare sempre meno le parti di racconto tradizionale, pur se la trama del film risulta sufficientemente chiara nei suoi snodi principali. E', invece, la descrizione della metropoli ad affascinarlo, tra frotte di individui, treni e metropolitane, neon, notti popolate da luci onnipresenti. Risultano, in tal modo, tanto più sorprendenti, nella seconda parte, squarci che mostrano spazi naturali, lasciando respirare a pieni polmoni e godere degli spazi aperti. Tra questi contrasti, si muove un autore che predilige i dettagli, le pause, i tempi morti, le panoramiche, in luogo delle parti propellenti l'azione vera e propria.

E' un cinema sempre più rarefatto, quello di Mann; i suoi eroi si muovono come dèi minori, tra i buoni e i cattivi le differenze sono ridotte al minimo, semmai è l'etica a definire le distanze; la giustizia umana,  quella che condanna Hathaway a non poter avere i giorni che vorrebbe od a vivere con la donna che ama, ha tempi che non corrispondono con quelli dell'esistenza (pur se si è colpevoli, va detto, dei reati ascritti). La moralità della visione che sovrintende al tutto, con lo scorrer dei minuti, vela gli strumenti e lascia il posto ad una sottile malinconia dell'esistere, che impregna le azioni dei vari personaggi. Una tavolozza di colori freddi,  più che nei precedenti lavori del nostro, dà alla scena un sentore come di metallo; dipinge un mondo senza pietà ove si è costretti ad arrancare ed in cui, happy end o meno, la vita non è certo un dono a buon mercato.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

BLACKHAT. REGIA: MICHAEL MANN. INTERPRETI: CHRIS HEMSWORTH, WEI TANG, VIOLA DAVIS, RITCHIE COSTER, HOLT McCALLANY. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 135 MINUTI.