venerdì 5 febbraio 2016

L'ultima parola

1945. A Hollywood, su spinta del Comitato per le attività antiamericane, ha inizio uno tra i periodi più vergognosi nella storia degli Stati Uniti: quello della cosiddetta "caccia alle streghe", caratterizzato dall'evocazione dello spettro comunista - il "fantasma che si aggira per l'Europa", come l'aveva definito a suo tempo Karl Marx, secondo un nugolo d'invasati aveva cambiato coordinate geografiche - e dalla costrizione delatoria. Dalton Trumbo - già sceneggiatore di successo ed autore del romanzo di fervente antimilitarismo"Johnny got his gun" (1938) - viene convocato dall'organismo presieduto dal famigerato senatore McCarthy assieme ad altri 79 colleghi: registi, attori, scrittori. Ciascuno è sospettato di essere stato iscritto al partito comunista: 19 di loro, tuttavia, si rifiutano di far i nomi d'altri affiliati, e ad alcuni si apriranno addirittura le porte del carcere per qualche mese (quelli ribattezzati "i dieci di Hollywood", tra i quali il regista Edward Dmytryk). Tutti, comunque, saranno banditi dalla pavida cineindustria  e, dal 25 novembre 1947, non potranno più dirigere, interpretare, scrivere.

Curiosamente, sull'epoca triste della "black list" - quella dove erano segnati i nominativi dei reprobi - si sono girati pochi film: i più noti restano "Il prestanome"(1976), interpretato da Woody Allen e firmato da Martin Ritt ("blacklisted", come l'attore Zero Mostel e altri collaboratori della pellicola); e "Indiziato di reato" (1991) dove, nella parte del cineasta interpretato da Robert De Niro, si allude a Jospeh Losey. E' quindi benvenuto questo "L'ultima parola", basato su un libro lievemente agiografico di Bruce Cook, in cui si ricostruisce la parabola del sopra citato Dalton Trumbo: dalla vita ricca e serena condotta con la moglie ed i figli al periodo delle difficoltà economiche, risolte dal nostro adoperando vari pseudonimi e lavorando per i fratelli King, sovrani dei B-movie non segnati dal pregiudizio (è fantastica, al riguardo, la sequenza in cui John Goodman - nei panni di uno dei King - insegue con una mazza da baseball chi vuole imporgli di non servirsi della penna di Trumbo).

Qualcuno si sorprenderà che a dirigere quest'opera sobria e commovente sia Jay Roach, noto per le sue commediacce tipo "Ti presento i miei". Bene, egli ha voluto essere coerente con la linea ideale legata al suo cognome (babbo regista di sinistra, internazionalista, amico di Garcia Lorca): pur se la direzione è, a tratti, notarile, a ravvivare il tutto ci pensano gli attori. L'impareggiabile Helen Mirren, a esempio, che dipinge velenosamente la pettegola della Mecca del cinema Hedda Hopper, tutta cappellini e squittii. Il vero atout tuttavia si rivela, nei panni del protagonista, Bryan Cranston, che fornisce una performance superba (nomination meritatissima, la sua), conferendo a Trumbo la fermezza e il calore che gli erano propri. A proposito, ritornando alla Storia, la persecuzione nei confronti del malcapitato finirà solo per merito di Otto Preminger e di Kirk Douglas, che insistono per ottenere la dicitura "written by Dalton Trumbo" nei titoli di testa, rispettivamente, di "Exodus" e di "Spartacus" (entrambi del 1960; gli Oscar vinti sotto falsa firma nel '53 con "Vacanze romane" e nel '56 con "La più grande corrida" gli verranno riconosciuti solo negli anni '70). Bello, e inevitabile, il momento di commozione che chiude la vicenda, con il discorso di Trumbo alla cerimonia di premiazione dalla Writers Guild il 13 marzo 1970: laddove la parentesi maccartista viene definita "an evil time", nella quale non vi sono stati buoni e cattivi, eroi o santi. Ma, esclusivamente, vittime.

L'ULTIMA PAROLA. REGIA: JAY ROACH. INTERPRETI: BRYAN CRANSTON, DIANE LANE, MICHAEL STUHLBARG, DAVID JAMES ELLIOTT, HELEN MIRREN. DISTRIBUZIONE: EAGLE. DURATA: 124 MINUTI.

giovedì 28 gennaio 2016

The Hateful Eight

A Guerra Civile finita da qualche anno, una diligenza sta traversando il Wyoming innevato. A bordo, il cacciatore di taglie John Ruth e la donna che ha catturato, Daisy Domergue, sono diretti verso la città di Red Rock dove il primo, soprannominato "Il Boia", consegnerà la prigioniera nelle mani della giustizia. Durante il tragitto, incontrano due sconosciuti: si tratta del maggiore Marquis Warren, ex-soldato nero dell'Unione diventato egli pure uno spietato cacciatore di taglie, e Chris Mannix, un rinnegato del Sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della città. A causa di una bufera di neve, i quattro sono costretti a rifugiarsi nell'emporio di Minnie, una stazione di posta per le diligenze tra i monti. Quando arrivano, non c'è la proprietaria, bensì quattro volti a loro ignoti: Bob, che si occupa del rifugio mentre Minnie è in visita dalla madre; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Gage; infine, il Generale confederato Sanford Smithers. Mentre fuori la tempesta infuria, gli otto viaggiatori iniziano a pensare che, forse, nessuno di loro riuscirà ad arrivare vivo a Red Rock...

Girato in maniera rétro, con processo Ultra Panavision 70 in 65 millimetri come alcuni grandi classici del passato (da "Ben Hur" a "L'ammutinamento del Bounty", da "Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo" a "Khartoum"), "The Hateful Eight" è l'ottavo film di Tarantino ed il secondo suo western, a tre anni di distanza dal precedente "Django Unchained". Si tratta, probabilmente, pure dell'omaggio definitivo al suo "genere" preferito, di cui rispetta tutti i "topos", pur stravolgendoli. Rispetto al passato, c'è un freno al gusto citazionistico proprio del regista, ma si riconoscono manifestamente tra le fonti d'ispirazione il prediletto Corbucci - su tutto "Il grande silenzio"(1968), da cui provengono ambientazione invernale e paesaggi innevati, il pessimismo e, nei toni, il riuscito connubio tra crudeltà, grottesco e freddezza - e "The Iceman Cometh"(1973) di John Frankenheimer, per il dolente ritratto di un'umanità desolata, alla deriva. In verità, il Nostro continua ad indicare ne "La cosa" di John Carpenter - su cui già s'era basato per il suo "Le Iene" - la scaturigine della pellicola, per la dinamica con la quale si dipana il mistero su chi siano gli otto protagonisti.

Lo sterminato metraggio, che porta la durata poco sopra le tre ore (come "Il buono, il brutto, il cattivo", altro suo film di culto: chissà se Tarantino se n'è accorto...), consente al cineasta del Tennessee di dare alla narrazione un andamento quasi sinfonico, non a caso preceduta da una ouverture soltanto musicale (occhio alla colonna sonora di Morricone, tra le sue più belle in assoluto): ad una prima parte che pare provenire dalle pagine di Bret Harte, contraddistinta da lunghi dialoghi che creano un clima d'attesa, ne segue una seconda ove si precipita fra Ambrose Bierce ed Edgar Allan Poe, all'insegna di una crudeltà allucinata, a tratti surrealista (il racconto del Marquis Warren al Generale Sanford Smithers, che chiude il primo tempo). Forse il western più violento mai apparso sullo schermo (potrebbe contendergli il titolo solo "Se sei vivo spara", diretto da Giulio Questi nel 1967, un'opera che egli ha, certo, tenuto presente), "The Hateful Eight" è capo d'opera per il perfetto apparentamento fra forma e contenuto: la costruzione delle psicologie dei personaggi è accuratissima ed il crescendo drammaturgico, con momenti da teatro elisabettiano, gestito con maestria. Lo sprofondamento dalla quiete discorsiva, a lungo protratta, in un luogo dove quel che conta sono i vuoti, le falle, le voragini, le sospensioni, i durante tra un prima e un dopo altrettanto oscuri, è impercettibile quanto devastante; ai personaggi - e, per estensione, pure agli spettatori - non resta altro che registrare, con i sensi dolorosamente acuiti, i passaggi dall'universo del calore a quello del gelo, da quello della luce a quello del buio, da quello delle altezze che tolgono il fiato a quello delle voragini senza fondo. Gli attori tutti - a noi sono piaciuti particolarmente l'erinnica Jennifer Jason Leigh, il suave Tim Roth, il sornione Bruce Dern, oltre agli habitué Samuel Jackson e Kurt Russell - sono strumenti adeguati allo spartito, guidati da un direttore qui davvero impagabile.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

THE HATEFUL EIGHT. REGIA: QUENTIN TARANTINO. INTERPRETI: KURT RUSSELL, SAMUEL L.JACKSON, JENNIFER JASON LEIGH, TIM ROTH, BRUCE DERN, WALTON GOGGINS, DEMIAN BICHIR, MICHAEL MADSEN, CHANNING TATUM. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 188 MINUTI.


mercoledì 20 gennaio 2016

Il figlio di Saul

Ottobre 1944. Nel lager di Auschwitz-Birkenau, mentre alleati da occidente e russi da oriente stanno per invadere la Germania, c'è parecchia concitazione: il lavoro per eliminare subito quanti più "pezzi" possibile (così erano chiamati, in quella orrida fabbrica della morte, gli umani) procede senza soste, diviene addirittura frenetico, dato che migliaia d'infelici giungono di continuo, sia da altri campi sia dai ghetti. Saul Ausländer è un ebreo ungherese reclutato nei Sonderkommando, prigionieri organizzati 
e guidati da feroci kapò che avevano il compito di spingere la folla, terrorizzata e nuda, nelle camere a gas: ai condannati si diceva che avrebbero fatto la "doccia", che dopo avrebbero avuto "una zuppa calda". Dopo aver veduto lo sterminio della propria gente, a loro spettava il compito di cremare i corpi. Facendo il proprio lavoro d'automa disumanizzato, Saul s'imbatte in un cadavere che ritiene essere quello di suo figlio: da qui nasce una ossessione, un personale modo di compiere un gesto di riscatto. Ogni suo sforzo è teso a salvare il morto dalla cremazione, per avvolgerlo nudo in un lenzuolo bianco e  dargli sepoltura nella terra. Tutto avviene mentre si prepara una rivolta armata (che purtroppo fallirà), l'unica mai tentata ad Auschwitz: 250 internati periti in combattimento, 200 fucilati...

Jacques Rivette sosteneva, non a torto, che il destino delle pellicole incentrate sulla Shoah è quello di essere discusse, il rischio quello di venire contestate. Esistono almeno due articoli ("De l'abjection" di Jacques Rivette e "Le travelling de Kapo" di Serge Daney) a testimoniare la veridicità della tesi: per non dire di Claude Lanzmann, autore nell'85 del memorabile "Shoah" - l'agghiacciante documentario di racconti dei sopravvissuti - che molto criticò all'epoca della sua uscita il pluripremiato "Schindler's List" (1993) di Spielberg, ritenendo impossibile e degradante trasformare l'Olocausto in fiction spettacolare. Ebbene, proprio l'adesso novantenne Lanzmann si è espresso, invece, positivamente nei confronti di questo "Il figlio di Saul" (Gran Premio della giuria a Cannes), per l'intensità e per il rispetto della verità che, a suo dire, lo renderebbero diverso da tutti gli altri film sull'argomento.

László Nemes, regista ungherese al proprio debutto, adotta uno sguardo assai peculiare per mettere in scena il macabro "dietro le quinte" dei campi di sterminio. Sceglie l'inconsueto formato 4:3 quasi a voler "stringere" i personaggi nell'inquadratura: evita di mostrare l'atrocità della morte, preferisce tenere la macchina da presa incollata al volto ed alla nuca del protagonista, tagliando fuori tutto quanto gli sta attorno. Una scelta morale, di rigore etico, che consente di concentrarsi sul reale tema del racconto: preservare l'integrità e la sacralità del corpo d'un ragazzino defunto, ristabilire quali siano i valori veri tramite un gesto all'apparenza "piccolo", ma in un simile contesto di portata rivoluzionaria. Dalla Babele concentrazionaria, così, Saul emerge: pur perduto a se stesso, non ha ancora perso tutto. Circondato da un costante frastuono fatto di rumori incomprensibili, di grida indecifrabili, di ordini scanditi da voci gutturali, egli procede come in preda ad una autoipnosi: nulla lo tocca più, solo il pensiero della pietosa missione che si è dato lo guida. Film da ascoltare più che da vedere, "Il figlio di Saul" è diretto con una maestria che davvero sembra impossibile per un'opera prima. E il volto di Geza Rohrig (nella vita, un poeta e scrittore ungherese che vive a New York), il suo sguardo duro e vuoto, ci partecipa l'umanità e la disperazione che la cinepresa non potrebbe altrimenti restituire. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

IL FIGLIO DI SAUL. REGIA: LASZLO NEMES. INTERPRETI: GEZA ROHRIG, LEVENTE MOLNAR, URS RECHN, TODD CHARMONT. DISTRIBUZIONE: TEODORA FILM. DURATA: 107 MINUTI.

mercoledì 13 gennaio 2016

La corrispondenza

Ed Phoerum è un astrofisico di fama internazionale, di età matura, che ha una famiglia e due figli. Amy Ryan è una giovane studentessa universitaria, che si mantiene facendo la stuntwoman per il cinema e la televisione. Da controfigura, ella imita la morte e, nel suo stesso passato, sta una tragica fine che non riesce ad accettare e neppure a raccontare, a causa del senso di colpa che la devasta. Le piace, riaprire gli occhi dopo ogni finto decesso: la rende invincibile, o quanto meno impenetrabile dal dolore. La relazione che intrattiene con lo scienziato dura ormai da svariati anni, e costituisce per lei un punto di forza ed una certezza: pur se i doveri, pubblici e privati, dell'uomo, costringono entrambi a non poter vivere la loro storia in pubblico. A turbare il difficile equilibrio, giunge infine una novità: Ed scompare nel nulla, Amy non riesce ad avere più alcun contatto fisico con lui, mentre la loro quotidianità va poco alla volta mutandosi in una serie di rapporti virtuali, in un succedersi di messaggi che si studiano di seguire la sua esistenza passo passo, pur nell'assenza del corpo dell'altro...

"Possiamo continuare a vedere le stelle morte benché esse non esistano più. Anzi, è proprio la loro disastrosa fine a rivelarcele": così scrive Giuseppe Tornatore nel romanzo "La corrispondenza" (pubblicato da Sellerio), firmato sulla scia dell'omonima pellicola che ha diretto. Il regista siciliano prosegue ad inerpicarsi sulle cime del film da esportazione - quasi un destino per tutti i nostrani vincitori d'un premio Oscar, ché sulla medesima strada s'incamminava, a suo tempo, Gabriele Salvatores, ed un analogo destino artistico sembra attendere, ora, Paolo Sorrentino - nei temi e nei personaggi, correndo tutti i rischi del caso. Li scansava, in buona misura, nel precedente "La migliore offerta" (2012), dove il meccanismo del thriller psicologico era abbastanza ben oliato da celare taluni buchi di sceneggiatura; non gli riesce altrettanto bene qui, dove la narrazione ad un certo punto s'inceppa, e lascia la pur brava Olga Kurylenko - una rivelazione, tuttavia - a dover affrontare un tour recitativo che stroncherebbe qualunque attrice.

L'idea alla base della pellicola non è inedita: nel 2007 Richard La Gravenese dirigeva "P.S. I love you", a sua volta basato sul romanzo omonimo della ventenne Cecilia Ahern, divenuto un best seller tre anni prima e ambientato prevalentemente in Irlanda ("La corrispondenza" si svolge, perlopiù, in Scozia). Ma mentre là tutto veniva alleggerito dall'inserimento nel plot di tocchi di humour e leggerezza, qui siamo invece dalle parti del melodramma tout court, sottolineato dalle sin troppo invadenti musiche di Ennio Morricone. Certosino nella cura con la quale illumina ed allestisce ogni scena, Tornatore fa uno sfoggio di virtuosismo che rischia di ripiegarsi su se medesimo, man mano che la trama va facendosi artificiosa ed intrisa di barocchismi. Pleonastico e poco credibile nei suoi sviluppi, "La corrispondenza" può, pure, suonar conferma del fatto che il regista siciliano trova le corde migliori nel proprio universo personale: muovendosi entro coordinate che sanno di casa, di luogo natio.

"Ho nostalgia di tutto, anche delle cose che non ho vissuto" affermava Pessoa, e detta frase potrebbe esser posta in esergo all'intera opera del nostro; con "Nuovo Cinema Paradiso" (1988), e poi "Baaria" (2009) - i vertici dell'arte sua - a dimostrarne la veridicità. Ritorni su quei passi; e si ricordi che Fellini è diventato, e resta, il più grande degli indigeni nel cinema mondiale perché non si è distolto dai propri motivi per nessuna ragione - od esigenza produttiva, se preferite.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LA CORRISPONDENZA. REGIA: GIUSEPPE TORNATORE. INTERPRETI: JEREMY IRONS, OLGA KURYLENKO. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 116 MINUTI.

domenica 3 gennaio 2016

Carol

New York, 1952. Therese Belivet, giovane donna impiegata in un grande magazzino di Manhattan, sogna una vita più gratificante. Ha un pretendente, Richard, che vorrebbe sposarla; ma lei non si decide, come se fosse in attesa di qualcosa. L'evento si materializza quando Carol, una donna più matura, attraente ed elegante, compare al suo reparto, attratta da un trenino elettrico. Basta il pretesto d'un guanto dimenticato, ed ambedue si trovano sedute al medesimo tavolo di un café. Carol ha un coniuge dal quale vuole separarsi ed una bimba che desidera tenere con sé, Therese un possibile fidanzato ed un portfolio da realizzare. L'intesa che s'instaura fra loro si trasforma ben presto in una travolgente passione: per sfuggire il rigido inverno newyorkese e le repressive convenzioni dell'epoca,  si mettono in viaggio verso Ovest, ma vengono individuate e il loro amore non è più un segreto. Negli Usa del tempo, dove l'omosessualità veniva ancora considerata alla stregua di un disturbo sociopatico della personalità, le due donne sfideranno difficoltà e giudizi morali perché i loro non debbano divenire dei cuori in inverno.

Da "Safe" sino a questo ultimo "Carol", passando per il superbo "Lontano dal paradiso", Todd Haynes ha narrato vicende d'emancipazione muliebre, protagoniste casalinghe dei giorni nostri, domestiche degli anni '30 oppure donne altoborghesi dei '50 imprigionate in un intossicante ambiente domestico ma protese a preservare la propria identità, liberandosi di lacci e lacciuoli imposti da crismi sociali forgiati da una società maschiocentrica. Erede di Douglas Sirk, il regista losangelino dona alle proprie opere una dimensione sociopolitica ed una esplicitezza che il primo non poteva permettersi. C'è pure Fassbinder tra le fonti d'ispirazione ("La paura mangia l'anima" è il suo film preferito), però rispetto al cinema suo nelle pellicole di Haynes v'è maggior calore, a volte una ricompensa emotiva raramente presente nei lavori del cineasta di "Querelle". 

 
Come in "Viale del tramonto", citato e fruito in Carol, la vicenda sentimentale assume le forme di un lungo flashback di Therese, facendosi così quasi omaggio al cinema del passato. Quale base c'è un romanzo bellissimo di Patricia Highsmith, "The Price of Salt" (che l'autrice scrisse nel 1948, con toni scopertamente autobiografici), apparso nel 1952 con la cautela di uno pseudonimo, quello di Claire Morgan. Fedele allo spirito della pagina scritta, Haynes conferisce alla storia un tono claustrofobico, isolando le protagoniste dentro al loro amore mentre fuori piove un mondo freddo. Per tutte e due ci sarà da combattere: soprattutto per Carol, marchiata a fuoco dalla lettera scarlatta di madre indegna da una 'clausola morale', obbligata a rinunciare alla custodia della figlia nonché a patire l'umiliazione di controlli medici tesi ad inibire la sua omosessualità. Tutto ciò non impedirà alla coppia di diventare tale, malgrado le differenze di classe e censo ostino pure esse: il bisogno di un luogo lontano dal paradiso, nel quale vi sia posto per ogni tipo di legame, senza razzistiche prevenzioni quando non criptolinciaggi, è troppo forte. Come in "Lontano dal paradiso", a mettere a fuoco la poetica del regista è un gesto semplice: la mano sulla spalla. Quella che lì Cathy appoggiava sulla spalla di Raymond, che qui Carol indugia su quella di Therese: il calore, la solidarietà, la comprensione. Cate Blanchett e Rooney Mara, alla prova della loro carriera, traducono il tutto in piccoli gesti, sguardi, sfioramenti, nella carnale unione dei corpi: sorge quasi il sospetto che, senza la loro dedizione, "Carol" mai si sarebbe potuto realizzare. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

CAROL. REGIA: TODD HAYNES. INTERPRETI: CATE BLANCHETT, ROONEY MARA, KYLE CHANDLER, JAKE LACY. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA. 118 MINUTI.

martedì 29 dicembre 2015

Little sister

Nella cittadina di Kamakura vivono le tre sorelle Sachi, Yoshino e Chika: il padre, tre lustri prima, le ha lasciate per cominciare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale, al quale le ragazze si recano esclusivamente per dovere, conoscono la sorellastra adolescente Suzu e decidono d'invitarla ad andare a vivere con loro. La giovinetta accetta volentieri e, qualche giorno dopo, si reca in quella che sarà la sua nuova casa. Per tutte e quattro sarà il principio d'una convivenza gioiosa e "nutriente", dalla quale ciascuna sorella apprenderà molto su di sé grazie alla presenza delle altre.

Tratto dalla graphic novel "Umimachi's Diary" (di cui ha conservato la struttura di fondo, però - con il consenso dell'autore Yoshida Akimi - godendo di variazioni rilevanti), "Little sister" è uno dei film più belli di Hirokazu Kore-eda: membro di una nuova generazione di registi nipponici (con Naomi Kawase, Kiyoshi Kurosawa ed altri), mostra qui di non aver dimenticato la lezione dei maestri del passato, in particolare quella di Ozu. Focalizzando il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle, Sachi, egli ha messo a confronto le origini campestri ed antiche della prima con la maggior disinvoltura di chi è cresciuto in città, senza tuttavia creare - come avveniva, sovente, in Ozu - una contrapposizione tra tradizione e modernità. Pur se Sachi ha una relazione con un uomo sposato, infatti, diviene con successo una sorta di madre sostitutiva per Suzu, come lo era già per le altre.

Contraddistinto da un costante sottotono, fatto di piccoli gesti, di sguardi e di silenzi apparentemente poco significativi, ma resi tali dalla macchina da presa, il film vive della grazia con cui le bravissime attrici rendono i rispettivi personaggi: sotto l'esibito sorriso di Suzu, ad esempio, stanno acquattati risentimenti e dolori che solo un'occasionale ubriacatura rende manifesti; laddove l'apparente rigidità di Sachi trova la propria scaturigine sì nell'abbandono paterno, ma pure nel conflitto irrisolto con la figura materna, verso la quale prova un senso di rifiuto. Il suo scopo, nel proprio lavoro d'infermiera, è di non farsi coinvolgere in eccesso dalle morti dei pazienti, pur senza accettarle come routine professionale; nel privato, diversamente, ella tenta di proteggere le sorelle - e se medesima - dai sentimenti, percepiti alla stregua d'un pericolo in quanto possibile cagione di  instabilità. All'insegna della bellezza dei ciliegi in fiore, il cineasta tesse con maestria il filo di una tenerezza mai celata eppur pudica (si veda la scena del kimono d'estate dato in dono alla sorella acquisita). Tra cinepanettoni e kolossal hollywoodiani, il botteghino non premierà questa deliziosa operina passata in concorso a Cannes: ma è bello sperare che anch'essa trovi un suo pubblico, che i gusti pedestri delle masse consentano ancora l'esistenza di isole di spettatori sensibili e curiosi.

LITTLE SISTER. REGIA: HIROKAZU KORE-EDA. INTERPRETI: HARUHA AYASE, MASAMI NAGASAWA, KAHO SUZU HIROSE, RYO KASE. DISTRIBUZIONE. BIM. DURATA:128 MIN.

mercoledì 9 dicembre 2015

Il ponte delle spie

Brooklyn, 1957. Rudolf Abel, pittore di ritratti e di paesaggi, viene arrestato dall'Fbi, che lo accusa di essere una spia al servizio del KGB. I rituali della democrazia impongono che egli venga processato; della sua difesa, viene incaricato l'avvocato James B.Donovan, specializzato in assicurazioni. Dovrà trattarsi di un processo breve, ma il legale prende assai sul serio il proprio incarico; e, contro tutte le previsioni, riesce a evitare la sedia elettrica al proprio assistito, condannato a trenta anni di prigione. Circondato dall'incomprensione, se non dal disprezzo, dell'opinione pubblica intera e finanche di sua moglie, Donovan mostra di esser stato lungimirante allorquando un aereo U-2 americano è abbattuto su territorio sovietico e il pilota Francis Gary Powers viene incarcerato in Russia. Si profila uno scambio tra i due prigionieri, che proprio il nostro vien chiamato a gestire: dovrà, però, agire da privato cittadino, in quanto il governo statunitense non vuole ufficialmente essere implicato. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma le cose si complicano quando l'atipico mediatore apprende che c'è pure uno studente americano, Frederic Pryor, recluso nella zona di Berlino appartenente alla Germania Est. Contro il parere della Cia, che teme venga compromesso il rilascio di Powers, Donovan si batte strenuamente perché anche il giovane compatriota venga rimesso in libertà...

Tre anni dopo "Lincoln", Spielberg torna a firmare una pellicola con questo "Il ponte delle spie", basato in larga misura su dei fatti realmente accaduti: lo scambio di prigionieri di cui sopra (uno tra i più famosi nella politica internazionale del ventesimo secolo), s'è svolto effettivamente presso il ponte di Glienicke, a Potsdam. Appassionato di Storia (basti pensare a "War Horse", o al già citato "Lincoln"), il cineasta dell'Ohio è attento a fornire una ricostruzione attendibile dei fatti, a ricreare l'atmosfera del tempo sin nei più piccoli dettagli (l'isteria da guerra fredda, per dirne una, è resa quasi palpabile). Ma, come di consueto, gli interessa soprattutto il disegno delle psicologie: in particolare, Donovan e Abel vengono presentati come figure speculari ("uomini tutti d'un pezzo", direbbe quest'ultimo), fedeli a se stessi ancor prima che al proprio paese. Si crea stima, rispetto, tra due persone che pure stanno su sponde avverse: e la bellissima sequenza finale, ricca di suspense ed emozioni, lo esplicita con un'evidenza 
e, assieme, un pudore, esemplari.

Se è vero che da "The Terminal" (2004) Spielberg non affronta più la contemporaneità, risulta pure indiscutibile che, in questa sua ultima fatica, i riferimenti all'attualità sono d'evidenza palmare: non ci riferiamo soltanto - o tanto - alle tensioni fra Usa e Russia sulla politica estera, bensì al dibattito tra i sostenitori della sicurezza e i difensori delle libertà civili. Per non parlar del tema, appena accennato, delle torture quale mezzo per ottenere confessioni, che allude con evidenza alla recrudescenza dei fenomeni terroristici. Ciò detto, "Il ponte delle spie" si rifà alla migliore tradizione democratica della cinematografia a stelle e strisce: si pensa al cinema di Stanley Kramer, per fare un nome, a quegli onesti artigiani che avevano, però, idee ben chiare sui principi costituzionali, difesi da onesti liberal. Solido, sobrio, serio, il film non aggiunge magari molto alla filmografia dell'autore: avercene, però, di pellicole così, in un panorama sempre più affollato di sequel, remake, reboot, destinati a platee di teen-ager...
                                                                                                                                     Francesco Troiano

IL PONTE DELLE SPIE. REGIA: STEVEN SPIELBERG. INTERPRETI: TOM HANKS, MARK RYLANCE, AMY RYAN, ALAN ALDA. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 141 MINUTI.