Appartenente ad una potente famiglia criminale, Julian adopera un club di Thai Boxing in Thailandia a mo' di copertura per il traffico di stupefacenti. Quando suo fratello maggiore Billy violenta e uccide una ragazza di 16 anni, figlia del proprietario di un bordello, le autorità del luogo si rivolgono ad un poliziotto in pensione, Chang: egli agisce come una sorta di giustiziere, comminando mutilazioni e, talvolta, sentenze di morte. Dopo aver lasciato che il padre della ragazzina uccida Billy con ferocia, a quest'ultimo taglia un braccio, affinché ricordi di proteggere meglio le altre sue figliole. Frattanto, per recuperare il corpo del primogenito è giunta Crystal, madre pure di Julian, che è a capo di una grossa rete del crimine. Assetata di vendetta, ella pianifica che tutti coloro che risultano coinvolti nella fine di Billy debbano venire soppressi: omicidio dopo omicidio, si arriva infine al nome di Chang...
Chiunque avesse oggi intenzione di scrivere uno studio sulle poetiche della violenza, non potrebbe far a meno di dedicar un corposo capitolo a Nicolas Winding Refn. Fin dal suo lungometraggio d'esordio, "Pusher" (1996), il nostro ha messo in campo uno stile morbido ed elegante - con un occhio a Lynch e l'altro a Scorsese - dove la descrizione di azioni feroci e sanguinose ha costituito la punteggiatura. Il prosieguo del suo percorso registico, dall'intricato "Fear X" (2003) al premiatissimo "Drive" (2011), ha visto il cineasta danese approfondire il proprio discorso: i due successivi capitoli di "Pusher" (2004 e 2005) gli hanno, dipoi, valso l'attenzione della critica internazionale, che non ha mancato di tributar lodi ulteriori al carcerario "Bronson" (2008) ed al seguente "Valhalla Rising" (2009; dopo di esso s'è coniato l'aggettivo "Refnesk", a definire un ormai inconfondibile marchio di fabbrica).
Scritto da Refn medesimo, "Solo Dio perdona" vede al centro un personaggio laconico e tormentato, Julian, i cui destini s'incrociano con quelli di Chang, condannatosi ad un atteggiamento stoico che nasce da una difficoltà a vivere nel reale. In una Bangkok illuminata dalla luce fredda dei neon, su sfondi rossastri ed allarmanti, dette figure si muovono con una lentezza di chiara matrice onirica, quasi uscissero dalla saga lynchiana di "Twin Peaks". Se il male, come ci ha insegnato Hannah Arendt, è banale, per Refn è pure versipelle ed ibrido, tra chi lo pratica con la presunzione di un Dio minore e chi ne patisce la repulsiva fascinazione (in questo senso, Chang e Crystal risultano perfettamente complementari). La violenza, pur senza ricorrere ad ellissi, è iperbolica e raggelata: il senso di straniamento viene aumentato da stacchi imprevisti (i momenti in cui Chang canta dei brani di musica leggera), che spiazzano lo spettatore e ne disequilibrano le aspettative.
Strepitoso come d'uso nei film di Refn, Ryan Gosling resterà nella memoria col suo volto tumefatto e l'ira a malapena rattenuta; Kristin Scott Thomas, in un ruolo di bad mama per lei davvero inconsueto, conferma il proprio grande talento d'interprete. Ci sarebbe da dire del finale, che con ogni probabilità lascerà di stucco platee avvezze a scioglimenti telefonati (e sensibili alle esigenze del noleggio): qui si dà risposta ad una domanda non fatta al punto che tutta la pellicola, a ritroso, può venire letta alla stregua d'un viaggio dentro una consapevolezza cui è arduo approdare.
Francesco Troiano
SOLO DIO PERDONA. REGIA: NICOLAS WINDING REFN. INTERPRETI: RYAN GOSLING, KRISTIN SCOTT THOMAS, VITHAYA PANSRINGARM, TOM BURKE. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 90 MINUTI.
mercoledì 22 maggio 2013
martedì 21 maggio 2013
La grande bellezza
Re della mondanità capitolina, Jep Gambardella quasi non ricorda più - dopo decenni di permanenza in una Roma che "ti deconcentra" - di esser stato, a vent'anni, autore di un esordio nel romanzo assai acclamato, "L'apparato umano". Arrivato a sessantacinque primavere, egli si trascina con infiacchita vitalità da una festa funereamente gioiosa all'altra, tra balli accaldati e conversazioni prive di centro, intellettuali devastati dalla frustrazione e traffichini male rimpannucciati, politici di complemento e clero di complimenti, barricadere male invecchiate e amiche devastate dall'angoscia. Ormai tediato da un andazzo al quale, pure, non riesce a sottrarsi, Jep ha frettolosi convegni sessuali ("alla mia età non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare"), rivela quando costretto dolorose verità su chi lo circonda, è indulgente soltanto nella misura in cui è necessario farlo ("siamo tutti sull'orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po' in giro"). Intorno, sta una città d'abbacinante bellezza, dalla visione del Gianicolo alla prospettiva del Borromini, da Piazza Navona a via Veneto, da Villa Medici a Palazzo Spada: uno scenario al quale restano indifferenti i più, perduti in un cupio dissolvi malamente dissimulato.
Ha sin dall'inizio rifiutato, Sorrentino, qualunque paragone tra questo suo "La grande bellezza" e "La dolce vita" (1960) di Fellini: pur se numerosi sono gli omaggi che egli presta al riminese, a cominciar da un personaggio principale - il citato Jep Gambardella - che pare una sorta di erede del Marcello di oltre mezzo secolo fa. Ciò detto, il talento barocco - nel senso inteso da Gadda nella prefazione a "La cognizione del dolore" - e immaginifico di Fellini ha pochi punti di contatto con quello disciplinato e raziocinante di Sorrentino, pur se li unisce l'occhio: moralisti entrambi (nel senso che in Francia si dà al termine, Moliére non Tartufo), hanno sguardo profondo ben attento a non essere giudicante, anzi a riservare una misura di pietas a ciascuno dei personaggi.
Gli ambienti descritti da Sorrentino sono i medesimi raccontati nel capolavoro antico: sicché, una mutazione sembra avere colpito la genia dei mondani mossi allora da un fondo di vitalità, magari inficiato dall'edonismo. Qui a spiccare è, di contro, un senso di vuoto invincibile (e si rammarica,
Gambardella, di non riuscir a scrivere su detto nulla: ma se, a suo tempo, non fu capace Flaubert...). Si ha l'impressione che ciascuna delle figurette che qui si muovono come falene, riesca per miracolo
a strare in piedi: ed il senso del sacro pare richiamare - evocato dal protagonista medesimo, quasi fosse in limine mortis - la figura di una monaca ultracentenaria, che ha scelto da tempo la povertà e
si nutre esclusivamente di radici. In sede di bilancio, tuttavia, non v'è conforto se non assai irrisorio ("prima c'è stata la vita, anche se nascosta sotto il blabla"). Il magistero di Sorrentino s'inventa una geniale variazione per dar vita all'affranta ironia del suo Jep; attori bravissimi - da Carlo Verdone a Sabrina Ferilli, da Roberto Herlitzka a Massimo Popolizio - s'incaricano d'esser corifei, figure d'un affresco che, a momenti, si scompagina e frantuma, e tuttavia incide per ricchezza di temi e motivi.
Francesco Troiano
LA GRANDE BELLEZZA. REGIA: PAOLO SORRENTINO. INTERPRETI: TONI SERVILLO, CARLO VERDONE, SABRINA FERILLI, CARLO BUCCIROSSO, IAIA FORTE, PAMELA VILLORESI, GALATEA RANZI. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 143 MINUTI.
Ha sin dall'inizio rifiutato, Sorrentino, qualunque paragone tra questo suo "La grande bellezza" e "La dolce vita" (1960) di Fellini: pur se numerosi sono gli omaggi che egli presta al riminese, a cominciar da un personaggio principale - il citato Jep Gambardella - che pare una sorta di erede del Marcello di oltre mezzo secolo fa. Ciò detto, il talento barocco - nel senso inteso da Gadda nella prefazione a "La cognizione del dolore" - e immaginifico di Fellini ha pochi punti di contatto con quello disciplinato e raziocinante di Sorrentino, pur se li unisce l'occhio: moralisti entrambi (nel senso che in Francia si dà al termine, Moliére non Tartufo), hanno sguardo profondo ben attento a non essere giudicante, anzi a riservare una misura di pietas a ciascuno dei personaggi.
Gli ambienti descritti da Sorrentino sono i medesimi raccontati nel capolavoro antico: sicché, una mutazione sembra avere colpito la genia dei mondani mossi allora da un fondo di vitalità, magari inficiato dall'edonismo. Qui a spiccare è, di contro, un senso di vuoto invincibile (e si rammarica,
Gambardella, di non riuscir a scrivere su detto nulla: ma se, a suo tempo, non fu capace Flaubert...). Si ha l'impressione che ciascuna delle figurette che qui si muovono come falene, riesca per miracolo
a strare in piedi: ed il senso del sacro pare richiamare - evocato dal protagonista medesimo, quasi fosse in limine mortis - la figura di una monaca ultracentenaria, che ha scelto da tempo la povertà e
si nutre esclusivamente di radici. In sede di bilancio, tuttavia, non v'è conforto se non assai irrisorio ("prima c'è stata la vita, anche se nascosta sotto il blabla"). Il magistero di Sorrentino s'inventa una geniale variazione per dar vita all'affranta ironia del suo Jep; attori bravissimi - da Carlo Verdone a Sabrina Ferilli, da Roberto Herlitzka a Massimo Popolizio - s'incaricano d'esser corifei, figure d'un affresco che, a momenti, si scompagina e frantuma, e tuttavia incide per ricchezza di temi e motivi.
Francesco Troiano
LA GRANDE BELLEZZA. REGIA: PAOLO SORRENTINO. INTERPRETI: TONI SERVILLO, CARLO VERDONE, SABRINA FERILLI, CARLO BUCCIROSSO, IAIA FORTE, PAMELA VILLORESI, GALATEA RANZI. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 143 MINUTI.
mercoledì 15 maggio 2013
Hates - House at the End of the Street
La teen-ager Elissa e sua madre Sarah, divorziata, si trasferiscono per provare a ricominciare in una cittadina rurale. Hanno potuto permettersi d'andare ad abitare in un quartiere esclusivo perché, nella dimora accanto alla loro, tempo prima la giovanissima Carrie Ann Jacobson aveva trucidato i propri genitori, dandosi poi alla fuga nei boschi. Ora, nella casa sede dell'eccidio, vive soltanto suo fratello Ryan: la comunità lo tiene alla larga, il solo sceriffo mostra d'avere un atteggiamento non prevenuto nei suoi confronti. Tutto sembra mettersi per il meglio: Sarah simpatizza proprio col rappresentante locale della legge, mentre Elissa ha l'impressione d'aver trovato in Ryan uno spirito affine. Forse, però, la leggenda che la ragazzina omicida s'aggiri ancora a notte, fra gli alberi, non è totalmente destituita di fondamento...
Il titolo originale, "House at the End of the Street", potrebbe far pensare a un horror; in stile Raimi, ad esempio, o - andando ancora più indietro - sulle orme del Wes Craven di "Last House on the Left" (1972). Non è così, pure se lo spavento - è proprio il caso di dirlo - sta di casa, in questa suggestiva pellicola di Mark Tonderai (già autore dell'indie inglese "Hush"). Affermato autore di videoclip, il regista si muove agilmente tra arcane luci nella notte, ombre armate di coltello che passano veloci, botole rinserrate da pesanti catenacci, inquietanti ricordi d'infanzia. La suspense, in sostanza, pare s'addica al nostro, che a tratti dà però l'impressione di firmare un brillante esercizio, senza soverchia partecipazione.
Sia come sia, "Hates - House at the End of the Street" s'inscrive, con merito, nel numero dei thriller psicologici, dove a prevalere sono le suggestioni sugli effettacci, l'inquietudine sullo splatter. Siamo dalle parti, per comprenderci, di "White of the Eye" (1986) di Donald Cammell o di "The Stepfather" (1987) di Joseph Ruben per la sensazione d'un terrore vicino, presente, che si può appalesare da un momento all'altro: anche se il prototipo è infine sempre lo Hitchcock di "Shadow of a Doubt" (1943), insuperato ritratto dell'ambiguità del male. Tonderai gira con elegante padronanza, l'ambiente della provincia americana viene sfruttato con abilità, gli attori funzionano assai bene: soprattutto Jennifer Lawrence (qui ancora non gratificata dal grande successo di "Hunger Games", né meritata vincitrice dell'Oscar per la sua interpretazione ne "Il lato positivo"), che si dimostra una scream queen giovane quanto impeccabile.
Francesco Troiano
HATES - HOUSE AT THE END OF THE STREET. REGIA: MARK TONDERAI. INTERPRETI: JENNIFER LAWRENCE, MAX THIERIOT, GIL BELLOWS, ELIZABETH SHUE. DISTRIBUZIONE: EAGLE. DURATA: 100 MINUTI.
Il titolo originale, "House at the End of the Street", potrebbe far pensare a un horror; in stile Raimi, ad esempio, o - andando ancora più indietro - sulle orme del Wes Craven di "Last House on the Left" (1972). Non è così, pure se lo spavento - è proprio il caso di dirlo - sta di casa, in questa suggestiva pellicola di Mark Tonderai (già autore dell'indie inglese "Hush"). Affermato autore di videoclip, il regista si muove agilmente tra arcane luci nella notte, ombre armate di coltello che passano veloci, botole rinserrate da pesanti catenacci, inquietanti ricordi d'infanzia. La suspense, in sostanza, pare s'addica al nostro, che a tratti dà però l'impressione di firmare un brillante esercizio, senza soverchia partecipazione.
Sia come sia, "Hates - House at the End of the Street" s'inscrive, con merito, nel numero dei thriller psicologici, dove a prevalere sono le suggestioni sugli effettacci, l'inquietudine sullo splatter. Siamo dalle parti, per comprenderci, di "White of the Eye" (1986) di Donald Cammell o di "The Stepfather" (1987) di Joseph Ruben per la sensazione d'un terrore vicino, presente, che si può appalesare da un momento all'altro: anche se il prototipo è infine sempre lo Hitchcock di "Shadow of a Doubt" (1943), insuperato ritratto dell'ambiguità del male. Tonderai gira con elegante padronanza, l'ambiente della provincia americana viene sfruttato con abilità, gli attori funzionano assai bene: soprattutto Jennifer Lawrence (qui ancora non gratificata dal grande successo di "Hunger Games", né meritata vincitrice dell'Oscar per la sua interpretazione ne "Il lato positivo"), che si dimostra una scream queen giovane quanto impeccabile.
Francesco Troiano
HATES - HOUSE AT THE END OF THE STREET. REGIA: MARK TONDERAI. INTERPRETI: JENNIFER LAWRENCE, MAX THIERIOT, GIL BELLOWS, ELIZABETH SHUE. DISTRIBUZIONE: EAGLE. DURATA: 100 MINUTI.
lunedì 13 maggio 2013
A Lady in Paris
Dopo la morte della vecchia madre (cagionata da una lunga, dolorosa malattia), Anne lascia l'Estonia per recarsi a Parigi ove dovrà prendersi cura di Frida, un'anziana signora sua connazionale emigrata in Francia molti anni prima. Scontrosa e aggressiva, la donna in realtà desidera soltanto l'attenzione di Stéphane, un suo ex-amante assai più giovane. Quest'ultimo, proprietario di un caffè donatole da Frida, cerca disperatamente di convincere Anne a non mollare e continuare a prendersi cura di Frida, anche contro la volontà di costei. In questo conflitto d'interessi, proprio quando le cose paiono essere precipitate, viene infine trovato un punto d'equilibrio che costituirà per Anne l'inizio d'una nuova vita.
Qualcuno l'ha già fatto, ma servirebbe ancor più approfondito, uno studio sui rapporti fra il cinema e la vecchiaia. Al pari della grande letteratura, la settima arte ha saputo proporre riflessioni profonde sull'argomento e, soprattutto, trovare mirabili figure da mettere al centro della rappresentazione, di volta in volta. Fosse pure una nota a pie' di pagina, un posticino se lo meriterà di sicuro la Frida di "A Lady in Paris", tra la "vieille dame indigne" di Allio e la deliziosa Maude di Hal Ashby, tra le "balene d'agosto" di Anderson e la Gertrud di Dreyer. Come quest'ultima, la nostra potrebbe porre a mo' d'esergo, sulla propria esistenza: "ho molto sofferto, e spesso ho sbagliato, ma ho amato".
Inoltre, nel bel film di Ilmar Raag, c'è il tema quanto mai attuale dell'incontro con il forestiero veduto come l'altro da sè, in una società ogni giorno di più multiculturale e "meticcia". Il regista estone, per soprammercato, s'inventa una eguale nascita fra i due personaggi principali, che gli fornisce il destro per raccontare un paese in trasferta, senza in alcun modo addolcire i toni in favore dello spettatore (la scena dell'incontro di Frida con i vecchi connazionali è d'una durezza senza sconti). La carta vincente della pellicola è, per certo, il racconto d'attriti e repentine dolcezze, di scontri e rappacificazioni che ci scorre sotto gli occhi, illuminato da interpretazioni straordinarie. Su tutto, in ogni caso, spicca una strepitosa Jeanne Moreau che mette in scena, anche fisicamente, la propria vecchiezza con una sorta di tenera impudenza - si veda la sequenza della seduzione rattenuta - che incanta per la malia che ne promana, lascia ammirati per il coraggio. Ad 85 anni suonati, una lezione di stile, di bravura.
Francesco Troiano
A LADY IN PARIS. REGIA: ILMAR RAAG. INTERPRETI: JEANNE MOREAU, LAINE MAGI, PATRICK PINEAU. DISTRIBUZIONE: OFFICINE UBU. DURATA: 94 MINUTI.
Qualcuno l'ha già fatto, ma servirebbe ancor più approfondito, uno studio sui rapporti fra il cinema e la vecchiaia. Al pari della grande letteratura, la settima arte ha saputo proporre riflessioni profonde sull'argomento e, soprattutto, trovare mirabili figure da mettere al centro della rappresentazione, di volta in volta. Fosse pure una nota a pie' di pagina, un posticino se lo meriterà di sicuro la Frida di "A Lady in Paris", tra la "vieille dame indigne" di Allio e la deliziosa Maude di Hal Ashby, tra le "balene d'agosto" di Anderson e la Gertrud di Dreyer. Come quest'ultima, la nostra potrebbe porre a mo' d'esergo, sulla propria esistenza: "ho molto sofferto, e spesso ho sbagliato, ma ho amato".
Inoltre, nel bel film di Ilmar Raag, c'è il tema quanto mai attuale dell'incontro con il forestiero veduto come l'altro da sè, in una società ogni giorno di più multiculturale e "meticcia". Il regista estone, per soprammercato, s'inventa una eguale nascita fra i due personaggi principali, che gli fornisce il destro per raccontare un paese in trasferta, senza in alcun modo addolcire i toni in favore dello spettatore (la scena dell'incontro di Frida con i vecchi connazionali è d'una durezza senza sconti). La carta vincente della pellicola è, per certo, il racconto d'attriti e repentine dolcezze, di scontri e rappacificazioni che ci scorre sotto gli occhi, illuminato da interpretazioni straordinarie. Su tutto, in ogni caso, spicca una strepitosa Jeanne Moreau che mette in scena, anche fisicamente, la propria vecchiezza con una sorta di tenera impudenza - si veda la sequenza della seduzione rattenuta - che incanta per la malia che ne promana, lascia ammirati per il coraggio. Ad 85 anni suonati, una lezione di stile, di bravura.
Francesco Troiano
A LADY IN PARIS. REGIA: ILMAR RAAG. INTERPRETI: JEANNE MOREAU, LAINE MAGI, PATRICK PINEAU. DISTRIBUZIONE: OFFICINE UBU. DURATA: 94 MINUTI.
mercoledì 1 maggio 2013
Effetti collaterali
Dopo aver scontato una pena di quattro anni per insider trading, Martin Taylor esce dal carcere. Pieno di energia e di ottimismo, non vede l'ora di tornare al lavoro e alla vita lussuosa - una splendida villa, la barca a vela - che conduceva sino alla condanna. Durante la detenzione, però, la consorte Emily - che l'ha atteso in un angusto appartamento di Manhattan - è piombata in una severa forma depressiva che il rilascio del marito, curiosamente, aggrava. Dopo un tentativo fallito di suicidio, ella si affida allo psichiatra Jonathan Banks ed inizia una terapia basata su un nuovo psicofarmaco, Ablixa: ne ha consigliato l'uso la dottoressa Victoria Siebert, che l'aveva avuta precedentemente in cura. Ma i suoi sintomi non accennano a migliorare; al punto che gli imprevisti effetti collaterali della medicina - dai blackout della memoria alla narcolessia - conducono addirittura ad un omicidio...
Nella sua generazione, pochi sono i talenti eclettici quanto quello di Steven Soderbergh. Dal fortunato esordio indipendente di "Sesso, bugie e videotape" (1989, Palma d'Oro a Cannes) al monumentale biopic sul "Che"(2008), dalla commedia "civile" di "Erin Brockovich" (2000) al cinema d'impegno in "Traffic" (2001, 4 Oscar tra cui quello alla regia), dalla saga iniziata con "Ocean's Eleven" (2001) al thriller politico "Contagion" (2011), la carriera del cineasta statunitense mai ha perso un colpo - egli è, tra l'altro, uno dei rarissimi registi in attività col quale ogni attore farebbe carte false per lavorare - e, a quanto egli stesso ha annunciato, proprio con "Effetti collaterali" si concluderà (fa eccezione "Behind the Candelabra", il film su Liberace già realizzato per la HBO).
Sarebbe un peccato: Soderbergh è appena cinquantenne, e infinite altre cose potrebbe dare al cinema. Quanto all'opera del presunto congedo, ci troviamo di fronte a una pellicola tradizionale di suspense. In questi casi, il nome che con maggior frequenza viene fatto è quello di Alfred Hitchcock, del quale il nostro senz'altro possiede lo straordinario controllo della forma e lo stile impeccabile. Qui, tuttavia, ci si muove più dalle parti di certe pellicole di genere di vent'anni fa, da "Presunto innocente" (1990) di Alan J.Pakula ad "Analisi finale" (1992) di Phil Joanou, svarioni compresi (qualcuno ricorda che, in quest'ultimo titolo, per individuare il sogno dei fiori di Freud, l'analista va a consultarne l'opera in una biblioteca pubblica? Beh, il dottor Banks qui non riconosce la più nota definizione di depressione data da uno scrittore, e spacciata dalla sua paziente come propria...). La psicoanalisi volgare, di moda nel cinema americano già negli anni '40, porta spesso ad ipotesi improbabili e a raffazzonamenti nella trama: "Effetti collaterali" non sfugge alla regola, ma grazie al cast di prim'ordine e all'ambientazione in una New York trasognata e stupefatta - dietro allo pseudonimo di Peter Andrews, il direttore della fotografia è ancora Soderbergh - si lascia seguire con innegabile diletto, fino all'alquanto prevedibile scioglimento dell'intrigo.
Francesco Troiano
EFFETTI COLLATERALI. REGIA: STEVEN SODERBERGH. INTERPRETI: ROONEY MARA, JUDE LAW, CHANNING TATUM, CATHERINE ZETA-JONES. DISTRIBUZIONE: MOVIEMAX -M2. DURATA: 106 MINUTI.
Nella sua generazione, pochi sono i talenti eclettici quanto quello di Steven Soderbergh. Dal fortunato esordio indipendente di "Sesso, bugie e videotape" (1989, Palma d'Oro a Cannes) al monumentale biopic sul "Che"(2008), dalla commedia "civile" di "Erin Brockovich" (2000) al cinema d'impegno in "Traffic" (2001, 4 Oscar tra cui quello alla regia), dalla saga iniziata con "Ocean's Eleven" (2001) al thriller politico "Contagion" (2011), la carriera del cineasta statunitense mai ha perso un colpo - egli è, tra l'altro, uno dei rarissimi registi in attività col quale ogni attore farebbe carte false per lavorare - e, a quanto egli stesso ha annunciato, proprio con "Effetti collaterali" si concluderà (fa eccezione "Behind the Candelabra", il film su Liberace già realizzato per la HBO).
Sarebbe un peccato: Soderbergh è appena cinquantenne, e infinite altre cose potrebbe dare al cinema. Quanto all'opera del presunto congedo, ci troviamo di fronte a una pellicola tradizionale di suspense. In questi casi, il nome che con maggior frequenza viene fatto è quello di Alfred Hitchcock, del quale il nostro senz'altro possiede lo straordinario controllo della forma e lo stile impeccabile. Qui, tuttavia, ci si muove più dalle parti di certe pellicole di genere di vent'anni fa, da "Presunto innocente" (1990) di Alan J.Pakula ad "Analisi finale" (1992) di Phil Joanou, svarioni compresi (qualcuno ricorda che, in quest'ultimo titolo, per individuare il sogno dei fiori di Freud, l'analista va a consultarne l'opera in una biblioteca pubblica? Beh, il dottor Banks qui non riconosce la più nota definizione di depressione data da uno scrittore, e spacciata dalla sua paziente come propria...). La psicoanalisi volgare, di moda nel cinema americano già negli anni '40, porta spesso ad ipotesi improbabili e a raffazzonamenti nella trama: "Effetti collaterali" non sfugge alla regola, ma grazie al cast di prim'ordine e all'ambientazione in una New York trasognata e stupefatta - dietro allo pseudonimo di Peter Andrews, il direttore della fotografia è ancora Soderbergh - si lascia seguire con innegabile diletto, fino all'alquanto prevedibile scioglimento dell'intrigo.
Francesco Troiano
EFFETTI COLLATERALI. REGIA: STEVEN SODERBERGH. INTERPRETI: ROONEY MARA, JUDE LAW, CHANNING TATUM, CATHERINE ZETA-JONES. DISTRIBUZIONE: MOVIEMAX -M2. DURATA: 106 MINUTI.
martedì 30 aprile 2013
Miele
Irene è una giovane donna di trent'anni, che aiuta chi ne ha bisogno a morire. Su celata segnalazione medica, ella entra nelle case delle persone: efficiente e discreta, svolge il proprio compito grazie a un farmaco illegale procuratosi in Messico, dipoi sparisce com'era arrivata. Nella propria vita privata, sta distante dal lavoro: si dedica invece in modo sfiancante al nuoto od alla bicicletta, consuma distratti amplessi con un paio d'uomini, si rifiuta al mondo rifugiandosi nella sua baracca sulla spiaggia. Un giorno, a domandare i propri servigi è un ingegnere sulla settantina, che vuol fare tutto da sé: soltanto dopo avergli venduto la medicina letale, Irene scopre che l'uomo - a differenza che nei casi precedenti - non soffre d'alcuna malattia mortale, ma vuole solamente sfuggire ad un tedio divenuto disinteresse totale per tutto...
L'accompagnare alla fine è un tema che il cinema ha affrontato di rado per quanto d'insopportabile esso comporta, tuttavia producendo esiti alti: si pensi soltanto ad un capo d'opera quale "Sussurri e grida" (1973) di Bergman, ove il ruolo di ancelle del trapasso era ricoperto dalle tre sorelle di una moribonda. Ecco, la prima differenza con "Miele" - splendido esordio dietro la macchina da presa di Valeria Golino - già s'appalesa: è il denaro (che le vediamo consegnato in buste gravide di banconote) la molla che muove qui la protagonista. All'apparenza, almeno, dato che la sua non è, con evidenza, una scelta ideologica od umanitaria; nemmeno il risarcimento della scomparsa all'insegna del dolore di sua madre. La cosa più azzeccata del film - tratto dal romanzo di Marco Covacich "A nome tuo" (Einaudi) - è, giustappunto, il ritratto muliebre che ne è al centro, quest'androgina figuretta scattante e nevrile che, a volte, pare gravata dal peso di tutte le vite che accompagna al congedo.
Disegnando l'anima sconnessa e smangiata della protagonista, la neoregista s'appropria d'uno sguardo scevro da qualsiasi moralismo, capace di raccontare l'eutanasia fuor da cinismo o sentimentalismo. La presenza dell'ingegner Grimaldi - non dotato dei requisiti dei precedenti morituri - funge da reagente per i sentimenti forzosamente sotto vuoto di Irene: che comprende come, qui e ora, non coinvolgersi non le appaia più possibile. Il nascere dell'amicizia tra due solitudini, due disagi, è narrato con sensibilità: un tocco leggero che vedi dappertutto, nel montaggio spezzettato ma non frenetico, nell'uso straniante delle musiche, nel fluire d'immagini che mai indulgono a una pacchiana belluria. Il bellissimo finale, divergente da quello del libro, insegue la poesia senza affanno: in ogni caso, induce lo spettatore ad un sorriso, magari di rasserenamento. O, chissà, di speranza.
Francesco Troiano
MIELE. REGIA: VALERIA GOLINO. INTERPRETI: JASMINE TRINCA, CARLO CECCHI, VINICIO MARCHIONI, LIBERO DE RIENZO, IAIA FORTE. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 96 MINUTI.
L'accompagnare alla fine è un tema che il cinema ha affrontato di rado per quanto d'insopportabile esso comporta, tuttavia producendo esiti alti: si pensi soltanto ad un capo d'opera quale "Sussurri e grida" (1973) di Bergman, ove il ruolo di ancelle del trapasso era ricoperto dalle tre sorelle di una moribonda. Ecco, la prima differenza con "Miele" - splendido esordio dietro la macchina da presa di Valeria Golino - già s'appalesa: è il denaro (che le vediamo consegnato in buste gravide di banconote) la molla che muove qui la protagonista. All'apparenza, almeno, dato che la sua non è, con evidenza, una scelta ideologica od umanitaria; nemmeno il risarcimento della scomparsa all'insegna del dolore di sua madre. La cosa più azzeccata del film - tratto dal romanzo di Marco Covacich "A nome tuo" (Einaudi) - è, giustappunto, il ritratto muliebre che ne è al centro, quest'androgina figuretta scattante e nevrile che, a volte, pare gravata dal peso di tutte le vite che accompagna al congedo.
Disegnando l'anima sconnessa e smangiata della protagonista, la neoregista s'appropria d'uno sguardo scevro da qualsiasi moralismo, capace di raccontare l'eutanasia fuor da cinismo o sentimentalismo. La presenza dell'ingegner Grimaldi - non dotato dei requisiti dei precedenti morituri - funge da reagente per i sentimenti forzosamente sotto vuoto di Irene: che comprende come, qui e ora, non coinvolgersi non le appaia più possibile. Il nascere dell'amicizia tra due solitudini, due disagi, è narrato con sensibilità: un tocco leggero che vedi dappertutto, nel montaggio spezzettato ma non frenetico, nell'uso straniante delle musiche, nel fluire d'immagini che mai indulgono a una pacchiana belluria. Il bellissimo finale, divergente da quello del libro, insegue la poesia senza affanno: in ogni caso, induce lo spettatore ad un sorriso, magari di rasserenamento. O, chissà, di speranza.
Francesco Troiano
MIELE. REGIA: VALERIA GOLINO. INTERPRETI: JASMINE TRINCA, CARLO CECCHI, VINICIO MARCHIONI, LIBERO DE RIENZO, IAIA FORTE. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 96 MINUTI.
martedì 23 aprile 2013
Viaggio sola
Irene ha da poco passato la quarantina, non ha marito né figli, fa un lavoro atipico che costituirebbe il sogno di molti: è "mistery guest", vale a dire il temutissimo ispettore in incognito che deve annotare, valutare e giudicare gli standard degli alberghi di lusso. Sempre in giro per il mondo, a compilare un questionario di 800 domande finalizzato alla relazione conclusiva, ella copre il versante degli affetti grazie alla sorella Silvia, continuamente alle prese con gli impegni della propria famiglia, ed all'ex-fidanzato Andrea, imprenditore di agricoltura biologica. Pur non avendo alcun desiderio di stabilità, Irene inizia a farsi delle domande proprio quando Andrea sta per diventare, seppur riluttante, padre...
Molte volte, al termine della visione di certe pellicole europee (francesi, in particolare), chi scrive si è domandato come fosse per i registi d'oltralpe o d'altre nazionalità relativamente facile dar vita a delle commedie lievi tuttavia non banali, godibili e per nulla becere: ciò che qui da noi, sistematicamente, non avveniva. Bene, "Viaggio sola" - terzo lungometraggio firmato da Maria Sole Tognazzi - centra il bersaglio con garbo inusuale, quasi in sordina: non per particolari meriti di sceneggiatura (che resta il punto debole dei titoli nostrani del genere), invece per l'affettuosa partecipazione alla storia messa in scena da parte d'una regista che si sente, con evidenza, coinvolta in prima persona.
Il contenuto metraggio - meno di un'ora e mezza, la durata; uno fra gli atout del film - consente agli ottimi attori, specialmente alla perfetta Margherita Buy, d'acquerellare vicende quotidiane che han sapore di verità senza forzature: aiuta, nella bisogna, il contesto - le belle location vanno da Parigi a Berlino a Marrakech - e lo splendore degli hotel, che abilmente vengono suggeriti quali scenari ideali per collocarvi una solitudine (fungono da cartina di tornasole, in tal senso, gli incontri occasionali della protagonista con un'antropologa in un'occasione, un affascinante sconosciuto in un'altra). Il finale quasi sospeso si mantiene in tono con il resto della narrazione e suggella un'operina ispirata, piacevole, che dimostra quanto la leggerezza del tocco possa esser l'arma giusta per certi risultati.
Francesco Troiano
VIAGGIO SOLA. REGIA: MARIA SOLE TOGNAZZI. INTERPRETI: MARGHERITA BUY, STEFANO ACCORSI, FABRIZIA SACCHI, GIAN MARCO TOGNAZZI, ALESSIA BARELA, LESLEY MANVILLE. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 85 MINUTI.
Molte volte, al termine della visione di certe pellicole europee (francesi, in particolare), chi scrive si è domandato come fosse per i registi d'oltralpe o d'altre nazionalità relativamente facile dar vita a delle commedie lievi tuttavia non banali, godibili e per nulla becere: ciò che qui da noi, sistematicamente, non avveniva. Bene, "Viaggio sola" - terzo lungometraggio firmato da Maria Sole Tognazzi - centra il bersaglio con garbo inusuale, quasi in sordina: non per particolari meriti di sceneggiatura (che resta il punto debole dei titoli nostrani del genere), invece per l'affettuosa partecipazione alla storia messa in scena da parte d'una regista che si sente, con evidenza, coinvolta in prima persona.
Il contenuto metraggio - meno di un'ora e mezza, la durata; uno fra gli atout del film - consente agli ottimi attori, specialmente alla perfetta Margherita Buy, d'acquerellare vicende quotidiane che han sapore di verità senza forzature: aiuta, nella bisogna, il contesto - le belle location vanno da Parigi a Berlino a Marrakech - e lo splendore degli hotel, che abilmente vengono suggeriti quali scenari ideali per collocarvi una solitudine (fungono da cartina di tornasole, in tal senso, gli incontri occasionali della protagonista con un'antropologa in un'occasione, un affascinante sconosciuto in un'altra). Il finale quasi sospeso si mantiene in tono con il resto della narrazione e suggella un'operina ispirata, piacevole, che dimostra quanto la leggerezza del tocco possa esser l'arma giusta per certi risultati.
Francesco Troiano
VIAGGIO SOLA. REGIA: MARIA SOLE TOGNAZZI. INTERPRETI: MARGHERITA BUY, STEFANO ACCORSI, FABRIZIA SACCHI, GIAN MARCO TOGNAZZI, ALESSIA BARELA, LESLEY MANVILLE. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 85 MINUTI.
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