lunedì 29 settembre 2014

Take Five

Carmine, un idraulico indebitato con la mala, trovatosi nel caveau di una banca a riparare una perdita fognaria, si fa venire un'idea e la confida a Gaetano, ricettatore con diversi anni di carcere sulle spalle. Quest'ultimo la trova valida e mette assieme una piccola squadra composta dal giovane nipote Ruocco, pugile dotato ch'è però stato squalificato a vita per aver colpito un arbitro; Sasà, fotografo di matrimoni malato di cuore, un tempo abile scassinatore; infine lo "Sciomèn", leggendario gangster napoletano, reduce da una detenzione che l'ha reso fragile e depresso. Nulla unisce i 5 uomini, tranne il desiderio di entrare in possesso d'una forte somma di danaro: dubbi, tensioni, paure vengono perciò fuori quando, a cose riuscite, Gaetano sparisce assieme al bottino milionario. Mentre tutti si trovano a fare i conti con i propri nervi, a complicar le cose si profila l'ombra di "o' Jannone", potente boss cittadino, che pretende una propria parte nell'affare...

Presentato nell'edizione 2013 del Festival di Roma, opera seconda di quel Guido Lombardi che aveva ottenuto ampio consenso critico con l'esordio di "Là-bas - Educazione criminale" (2011), "Take Five" trova solo ora, a distanza di quasi un anno, la via della sala cinematografica. Il titolo prende ispirazione da un classico del jazz registrato dal Dave Brubeck Quartet nel 1959, diventato celebre pel caratteristico ritmo in 5/4, un irregolare tempo quintuplo in cinque beat: da allora è, pure, un'espressione idiomatica, il cui senso è, alla lettera, "Prendine Cinque".

Ed irregolari sono, di certo, i componenti della banda criminale che azzarda la rapina risolutiva: gente provata nella mente, nel fisico, spinta da necessità economiche impellenti, da voglie di riscatto oppure perseguitata dai propri fantasmi. Laddove balena la possibilità di un tradimento proprio da parte di chi ha proposto il colpo, si assiste ad un tutti contro tutti che non può che avere conseguenze tragiche. La bravura del regista, nel frattempo, ha trovato modo d'esprimersi nell'accurato disegno di solitudini che non s'incontrano, nel quadro d'assieme d'un universo ove i soldi l'hanno avuta vinta sopra a ogni cosa, rappresentando quella via d'uscita dall'anonimato che sembra la sola plausibile in un'epoca sciagurata. Se si esclude un indulgere, a volte fastidioso, nel manierismo, il cineasta partenopeo dosa con misura i riferimenti al cinema del passato - da Leone allo Huston di "Giungla d'asfalto", fino all'imprescindibile  Tarantino de "Le iene" - ed adopera al meglio il cast, composto perlopiù da non professionisti: lo sono, invece, Peppe Lanzetta - alle prese, nei panni dello "sciomèn", con la caratterizzazione più estrosa - ed Esther Elisha, ancora una volta in una parte di prostituta - dopo "Là-bas" - impeccabilmente affrontata.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

TAKE FIVE. REGIA: GUIDO LOMBARDI. INTERPRETI: PEPPE LANZETTA, SALVATORE RUOCCO, SALVATORE STRIANO, CARMINE PATERNOSTER, GAETANO DI VAIO, ESTHER ELISHA. DISTRIBUZIONE: MICROCINEMA. DURATA: 100 MINUTI.

giovedì 18 settembre 2014

La buca

Misantropo e nevrotico, Oscar è un avvocato burbero alla continua ricerca di spunti truffaldini, al fine di gabbare le assicurazioni e d'assicurarsi parcelle. Tutti i giorni, di fronte alla propria abitazione (ed al bar gestito dall'unica sua ex-fidanzata), egli tenta di far cadere un finto cieco in una buca, mai riuscendovi. E' a questo punto che - nella sua esistenza arruffata e un poco angosciante - entra la figura di Armando: reduce dall'aver scontato ingiustamente una carcerazione durata 27 anni, quest'ultimo è rimasto tuttavia una persona gentile e disponibile nei confronti del mondo. Fa presto, nella mente di Oscar, a balenare l'idea che può esser il colpo di una vita: perorar la revisione del processo contro lo sventurato, provarne l'innocenza ed incassare un risarcimento ricchissimo...

Secondo lungometraggio di Daniele Ciprì firmato da solo, "La buca" giunge sugli schermi assieme al "Belluscone" del suo antico sodale Franco Maresco: si tratta di due opere che, pur nella loro diversità, appaiono quasi degli Ufo nel panorama "normalizzato" della cinematografia indigena. Il primo nei modi della fiction, il secondo del documentario, continuano a dar conto della irriducibilità dei rispettivi autori: gli unici ad avere creato, con la strepitosa "Cinico TV", una forma d'arte geniale e potente, sperimentale come il lavoro di Carmelo Bene, dissacrante quanto quello di Bunuel. Il separarsi del duo, dopo il 2007, poteva fare temere la fine - o, comunque, una compromissione - della loro fertile fatica: invece, seppure lentamente, il loro contributo pare ritrovare forma e vigore; e la vitalità degli ultimi esiti ne è conferma.

Se, tuttavia, Maresco procede per una via più aspra, continuando a esprimere una barocca disperazione (con ricordi figurativi dei Ribera e dei Caravaggio, magari in maniera meno marcata rispetto agli inizi), Ciprì insegue una forma di commedia nera e cupa, con un occhio all'umorismo nero britannico e l'altro al sarcasmo di Billy Wilder. Di quest'ultimo, il classico "Non per soldi... ma per denaro" (1966) sembra essere fonte primaria d'ispirazione, sia nel meccanismo narrativo, sia nel clima da "buddy-buddy" che si portava appresso il duo Lemmon-Matthau. Se Castellitto sottolinea, a volte, in maniera troppo arcigna il carattere del proprio personaggio, di contro Papaleo s'affida ad un registro keatoniano ben adeguato alla bisogna: sicché l'effetto finale è tra i più convincenti, e la nostra commedia dell'epoca d'oro - dai succhi aciduli del primo Ferreri alle feroci annotazioni del miglior Risi - rivive invero in tutto il proprio fulgore. Quanto alla meravigliosa Valeria Bruni Tedeschi, è perfetta: qui, come in ogni parte le venga affidata.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LA BUCA. REGIA: DANIELE CIPRI'. INTERPRETI: SERGIO CASTELLITTO, ROCCO PAPALEO, VALERIA BRUNI TEDESCHI. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 90 MINUTI.

mercoledì 17 settembre 2014

Un ragazzo d'oro

Davide Bias, creativo pubblicitario, coltiva ambizioni da scrittore che - forse per il distruggente rapporto da sempre intrattenuto con il padre, sceneggiatore di film commerciali e di successo popolare - non si concretizzano. Devastato dall'ansia e dall'insoddisfazione, che cerca di tenere a bada con psicofarmaci e l'ausilio di un'analista, nemmeno nella fidanzata Silvia trova conforto: quest'ultima, reduce da una storia durata anni, gli cagiona inquietudine per l'ossessione che possa tornare con il suo ex-fidanzato. Quando il genitore così poco amato muore, Davide si reca a Roma, con l'intento di arrecare conforto alla madre, rimasta sola. Al funerale, fa la conoscenza di Ludovica, fascinosa editrice interessata a dare alle stampe l'autobiografia che Bias senior stava preparando. Mentre Davide si perde dentro la ricerca d'un libro che forse non esiste, viene coinvolto dalla enigmatica personalità della donna, giusto come era avvenuto al babbo prima di togliersi la vita. Avendo, sul defunto, cambiato idea dopo averne scoperti lati a lui non noti della personalità, il figliolo sceglie di scriver egli stesso il volume che Ludovica s'attende: ne cava un bestseller, ma il prezzo da pagare risulterà altissimo.

Padri e figli, nella ormai imponente filmografia avatiana, tengono da sempre un posto di rilievo: vi è il genitore apprensivo sino ad essere commovente de "Il papà di Giovanna" (2008), quello infame de "Il figlio più piccolo" (2010), quello assente de "La cena per farli conoscere"(2007). Insomma, come nella letteratura russa ottocentesca, detto rapporto interessa non poco al cineasta bolognese, che in questa sua più recente fatica ha preso la decisione "di raccontare la storia di un figlio meraviglioso e d'un padre che questo figlio non se lo merita", ipotizzando "che questo rapporto sbilanciato sia quello più diffuso, oggi, nelle famiglie". Insomma, pur senza rinunciare ai suoi prediletti toni crepuscolari, Pupi ci partecipa con la consueta discrezione le sue preoccupazioni per il futuro del mondo in cui viviamo.

Preceduto da un fitto chiacchiericcio, dovuto alla presenza sul set della diva statunitense Sharon Stone  (e il personaggio di Ludovica, peraltro risolto in poche pose, è senza dubbio il meno a fuoco fra tutti), "Il ragazzo d'oro" è opera intimamente del nostro, pur se, forse, non tra le sue più risolte. Fatte le debite differenze, il Davide Bias di questo film richiama irresistibilmente il Vanni di "Festa di laurea" (1985) o il professor Carlo Balla de "Una gita scolastica" (1983): personaggi, vale a dire, di individui destinati allo scorticamento da vivi, a cagione di un desiderio d'affetto, d'un bisogno di vedere la figura amata come la s'immagina, che conduce al più grande dei sacrifici. Se dietro a tutto ciò si può vedere la figura del cattolico Avati, pessimista che crede comunque nella grandezza dell'uomo, il tutto s'invera dipoi in vicende atroci come questa, che ha forse soltanto il difetto di non notomizzare a fondo la transizione di Davide da una nevrosi a una grave psicosi, di non indagarne i perché in chiave analitica in luogo di un'ottica quasi cristologica. Scamarcio si rivela adeguato alla prova, attore in continua crescita; bene fanno pure, in ruoli di contorno, la sempre più valida Cristiana Capotondi e la veterana Giovanna Ralli.

                                                                                                                               Francesco Troiano

UN RAGAZZO D'ORO. REGIA: PUPI AVATI. INTERPRETI: RICCARDO SCAMARCIO, SHARON STONE, CRISTIANA CAPOTONDI, GIOVANNA RALLI. DISTRIBUZIONE: 01.
DURATA. 95 MINUTI.

martedì 2 settembre 2014

Il giovane favoloso

E' oramai tanto tempo - dall'epoca, almeno, della stesura di "Noi credevamo", assieme a Giancarlo De Cataldo - che Mario Martone appare pressoché immerso in libri, documenti, ambienti, palazzi, sculture e pitture riconducibili all'Ottocento nostrano. Di pari passo, il suo iter artistico ha figliato una superba riduzione teatrale delle "Operette morali" e, ora, questo "Il giovane favoloso". Che, diciamolo subito, si pone come l'ascesa più ardue fra tutte: il muoversi in modo sciolto fra Garibaldi e Mazzini, Crispi e Poerio, proprio della fatica cinematografica precedente, impallidisce a fronte del cimento di dar forma visiva all'opera d'uno tra i maggiori poeti nella tradizione indigena, Giacomo Leopardi.

Il perché è facilmente intuibile da chiunque, ragazzo, si sia accostato per obblighi scolastici alla figura del grande recanatese: in particolare, la breve vita infelice del nostro era sintetizzata in poche righe, al più una scarna paginetta, preferendosi lasciar posto alle tanto più eloquenti sue fatiche letterarie. Ecco, quanto azzardosa sia l'impresa del regista romano testimonia il fatto ch'egli - scartando da subito la via della cinebiografia più o meno ortodossa - abbia vieppiù scarnificato la magra materia, soffermandosi su due momenti dell'esistenza leopardiana: la prima giovinezza a Recanati e, poi, la fuga per Firenze che, facendo tappa a Roma, lo porterà all'approdo definitivo di Napoli. Ove si spegne, nel 1837, appena trentanovenne.

Martone individua, dentro detto percorso, alcune figure cardine. Innanzitutto quella del padre Monaldo, ritratto in modo antitradizionale come un genitore innamorato, e finanche geloso, del figliolo e del suo talento, ma non dispotico né feroce come ci viene tramandato. Ancora, Pietro Giordani: intellettuale di matrice liberale, che si reca addirittura nel "borgo natio" per prestar omaggio al talento precocissimo ed immenso del poeta. Infine, Antonio Ranieri, l'amico fedele di sette anni, sino alla morte dello sfortunato sodale. Non ultima un'epoca, quel diciannovesimo secolo abitato da una borghesia ipocrita e indolente, da classi dirigenti pedestri e corrotte, da un popolo asservito e primitivo: e non v'è chi non veda quante affinità possano scorgersi con un oggi che pare infinito prolungamento del passato.

Il nocciolo, tuttavia, della scommessa, risiede nell'ambizione di tradurre in immagini i versi magnifici. Così "L'infinito", scandito in uno scenario che può aver favorito invero l'elaborazione del testo, e poco d'altro, a seguire: "La sera del dì di festa", una citazione del "Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passegere" e la materializzazione di Silvia, fonte primaria d'ispirazione. Sopra a tutto, "La ginestra", mentre il protagonista è agli ultimi, ravvicinato ai lapilli vesuviani ed assediato dall'irruzione del colera. La possibilità del retorico, del prevedibile, del bigino letto ad alta voce sta lì; ma vi è un attore eccelso, Elio Germano, a render credibile - e commovente - ogni cosa. Sfidando le secche del caricaturale nel rinsecchirsi e ingobbirsi del corpo, questo mirabile interprete fa del proprio personaggio l'anima ribelle che fu, mai indulgendo all'autocommiserazione, al pietismo. Nella sua raffigurazione, Giacomo diviene davvero ciò che il titolo descrive: uno spirito compresso in un corpo fragile e stortignaccolo, che riesce a eluder la propria condizione fisica pel tramite dell'ironia, l'intelligenza, l'anticonformismo, e un talento incommensurabile. Non c'è premio, neanche il più alto, che possa dar riconoscimento bastevole ad una simile prova di recitazione.

IL GIOVANE FAVOLOSO. REGIA: MARIO MARTONE. INTERPRETI: ELIO GERMANO, MICHELE RIONDINO, MASSIMO POPOLIZIO, ANNA MOUGLALIS, VALERIO BINASCO, ISABELLA RAGONESE. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 135 MINUTI.

sabato 30 agosto 2014

Anime nere

Tre fratelli, di origini calabresi, i Carbone: Luigi, il più giovane, è trafficante internazionale di droga e vive tra l'Olanda e Milano; Rocco, dal profilo borghese, occupa una zona grigia, dato ch'è diventato imprenditore riciclando i soldi sporchi di Luigi; Luciano, il maggiore, rimasto nella terra natale, coltiva l'illusione d'una Calabria preindustriale, ha un gregge di capre e vorrebbe che la famiglia tutta si tirasse fuori dalla deriva criminale che l'avvolge da tempo (il padre dei tre, infatti, fu ucciso nel corso di una faida da una famiglia rivale). Purtroppo, è proprio suo figlio Leo a far scoccare una pericolosa scintilla, compiendo un atto intimidatorio contro un bar protetto dal clan a loro ostile. In qualunque altro posto al mondo, si tratterebbe d'una ragazzata e niente più; in terra d'Aspromonte, è l'inizio d'una vera e propria guerra, che dilaga sino a procurare un tragico epilogo per i protagonisti.

Romano, classe 1969, Francesco Munzi è stato capace d'imporsi all'attenzione della critica dirigendo due sole pellicole. Con "Saimir" (2004, premiato a Venezia con una menzione per l'opera prima), già mostrava una notevole maturità registica, narrando la vicenda d'un adolescente albanese sospeso fra la dura realtà quotidiana e il sogno di una vita normale, con stile finitimo a quello dei Dardenne ma, pure, con l'occhio alla miglior tradizione hollywoodiana (quella dello Scorsese di "Taxi Driver", per capirci). A differenza di tante altre seconde prove, "Il resto della notte" (2008) non delude né arretra rispetto alle speranze suscitate con l'esordio: dalla costa laziale del film precedente si passa, qui, a una Torino dove i ricchi se ne stanno, costretti dalla paura, nelle loro ville, e gli immigrati poveri sono forzati alla scelta fra marginalità sociale e violenza. Il racconto è asciutto, evita populismo e schematismi sociologici, appare intriso d'un profondo pessimismo.

In concorso alla Mostra di Venezia, "Anime nere" adatta con libertà l'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco. Girato coraggiosamente nella zona fra Africo, Platì e San Luca ( provincia di Reggio Calabria), in paesi cioè considerati centri nevralgici della 'ndrangheta, il film inscena una criminalità dissimile da quella di solito mostrata al cinema ("I miei personaggi sono colti, hanno studiato all'università, non sono i gangster raffigurati dalla camorra, anzi è gente camaleontica"). Può risultar in qualche modo straniante che una zona tanto selvaggia sia luogo in cui transita un tale fiume di denaro e droga: uno dei frutti della globalizzazione, la presenza del malaffare in un microcosmo così ristretto. E' qui che Munzi gioca le sue carte migliori, mostrando il mutamento antropologico dei propri personaggi incrociarsi con una ferocia antica, dalle profonde radici. Misurato nel ritmo, ma con delle cadenze che si rifanno in modo manifesto agli stilemi del western, lo svolgimento coinvolge e, nello stesso tempo, favorisce la riflessione: il finale - che pare memore di quello devastante del "Fratelli" (1996) di Abel Ferrara - non lascia margine per la speranza, ma è forse l'unico possibile per figure finanche cresciute sotto la cappa caliginosa di thanatos.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

martedì 17 giugno 2014

Jersey Boys

Francis Castelluccio, classe 1934, non ha particolari ambizioni: figlio di italoamericani, sbarca il lunario facendo il barbiere nel New Jersey. Possiede, però, un dono speciale, che lo farà un giorno definire "Il piccolo ragazzo dal grande falsetto". Della sua voce fuori dal comune, s'accorgono il chitarrista Tommy DeVito ed il produttore Tom Crewe: ed è quest'ultimo, a convincere i due a formare una band stabile insieme a Bob Gaudio e Nick Massi. Ci mette un bel po', il gruppo, a raggiungere il successo; di fatti, soltanto nel 1962 i quattro non più giovanissimi componenti la squadra vedono in cima alle classifiche statunitensi il 45 giri "Sherry", seguito, ad appena due mesi di distanza, da "Big Girls Don't Cry". Da qui in avanti, però, continueranno a macinare hit a ripetizione, sbaragliando la concorrenza... 

Il rapporto che lega Clint Eastwood alla musica è notorio: compositore di varie colonne sonore e regista di pellicole quali "Bird" e "Honkytonk Man", l'84enne cineasta è infatuato di ogni genere alla base della cultura popolare americana. Aggiungere, quindi, agli argomenti trattati da cineasta il rock degli anni '50 mescolato al doo-wop - quello che Frank Zappa ebbe a definire "vaseline rock", e a sbertucciare con la singolare band dei Ruben And The Jets - deve aver interessato il nostro al punto tale da convincerlo ad accettare l'azzardo di portar sul grande schermo il successo di Broadway "Jersey Boys" (quattro Tony ed un Grammy, circa 3.500 repliche, una tenitura ininterrotta dal 2005 sino ad oggi). Tra gang, piccoli furti e ragazzi di strada, ci sarebbe materia per un bildungsroman violento e realista: di quelli prediletti da Martin Scorsese, per capirci. Probabilmente consapevole di ciò, Eastwood si è quindi accostato alla materia con circospezione e rispettando lo spirito dello show, fino a mantenere anche l'espediente dei personaggi che si rivolgono alla macchina da presa. 

Quello che ne vien fuori - grazie pure allo script di John Logan e Rick Elice, crepitante di battute - è un "biopic" musicale antico ma non troppo, quasi un "Glee" trasposto all'epoca della brillantina. Tuttavia, non decresce l'efficacia quando è di scena il background italoamericano - gustoso il ritratto del boss malavitoso locale, tracciato da un impagabile Christopher Walken - o l'epopea del Brill Building. Proprio l'ingresso in scena del tempio del pop - e luogo in cui la storia della musica compirà parecchie svolte - è ripreso con un geniale carrello verticale, che a ogni piano del palazzo mostra un segmento nascente di pop music. Poi, certo, c'è qualche concessione alle convenzioni del genere (si veda l'episodio della fuga di Francine, figlia di Frankie, che avrà uno sbocco tragico risolto, peraltro, in modo troppo rapido),  e se si vuole, infine, si potrà parlare di un episodio non indimenticabile, nella filmografia eastwoodiana. Tuttavia, dato che in ogni carriera inevitabilmente ce ne sono, preferiamo la leggerezza programmatica di questo "Jersey Boys" al grigiore celebrativo di "Invictus" o alla presunzione storiografica di "J.Edgar".
                                                                                                                                     Francesco Troiano

JERSEY BOYS. REGIA: CLINT EASTWOOD. INTERPRETI: JOHN LLOYD YOUNG, ERICH BERGEN, MICHAEL LOMENDA, VINCENT PIAZZA, CHRISTOPHER WALKEN. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 134 MINUTI. 

lunedì 16 giugno 2014

Synecdoche, New York

Maden Cotard, regista teatrale, mentre sta lavorando alla messa in scena di "Morte di un commesso viaggiatore", vede la propria esistenza andare in briciole. La moglie Adele l'abbandona, per continuar la carriera di pittrice a Berlino, portando con sé la figlioletta Olive; la sua relazione con l'affascinante Hazel è durata ben poco; lo affligge, inoltre, una depressione incombente e la sensazione d'essere un malato terminale. D'improvviso gratificato da un prestigioso e ricco premio, decide di riunire un gruppo di attori per mettere in scena una replica della sua vita, dentro ad un enorme hangar che riproduce i luoghi da lui frequentati. Un tale Sammy, che lo ha seguito di nascosto per anni, lo interpreterà nella finzione teatrale; mentre, nella realtà, sua figlia è caduta preda dell'influsso di Maria, amante della madre, mentre egli non riesce a dimenticare Adele...

E' assai difficile, raccontare la trama di "Synecdoche, New York". Presentato al Festival di Cannes nel 2008, è l'unico lungometraggio diretto da Charlie Kaufman, lo sceneggiatore prediletto da Spike Jonze ("Essere John Malkovich", "Il ladro di orchidee") e da Michael Gondry ("Human Nature", "Se mi lasci ti cancello", premiato con l'Oscar): difficilmente sarebbe approdato alle nostre sale, se la tragica morte del protagonista, Philip Seymour Hoffman, non l'avesse fatto ritornare di attualità. A parte un evidente elemento autobiografico (Hoffman recitò nel dramma di Miller la parte di Willy Loman, nel corso del 2012, al Barrymore Theatre di New York; un impegno che, a sentir le testimonianze di alcuni, gli costò parecchio, in termini di logorio nervoso), l'intero film pare rappresentare sotto traccia il dolore che ha accompagnato l'attore statunitense per lunghi periodi (riappalesatosi, infine, con il ritorno alle gravose dipendenze dalle quali, per molto tempo, era riuscito a tenersi distante).

Dicevamo delle difficoltà ermeneutiche della pellicola; chi abbia dimestichezza con il lavoro di Kaufman, non ne sarà, d'altro canto, sorpreso. Tra citazioni che spaziano da Tennessee Williams ("viviamo tutti in una casa in fiamme") a Shakespeare ("Tutto il mondo è un teatro e gli uomini e le donne non sono che attori"), dal Fellini di "8 e mezzo" all'Allen di "Io e Annie", il nostro riflette sugli scambi tra arte e vita, sul sogno di ricostruire un qualcosa che si fa borgesiana "mappa dell'inferno". Le nozioni d'identità, di tempo e di senso assumono colorazioni alle quali non siamo avvezzi: il titolo medesimo è un gioco di  parole tra Schenectady, la cittadina dove vive Caden (a proposito, il suo nome allude a una sindrome che fa credere morti), e la figura retorica della sineddoche, la parte per il tutto. Il cast - da Catherine Keener a Michelle Williams, da Samantha Morton a Tom Noonan - asseconda a meraviglia il disegno registico: ma nulla sarebbe com'è senza la prova strepitosa di Philip Seymour Hoffman. Il modo in cui, impercettibilmente, nel corso d'una conversazione o nel silenzio d'una pausa, una memorabile tristezza scende a velargli gli strumenti, è qualcosa che attiene ad un magistero naturale, ad un talento di quelli che si vedono davvero di rado. E che scompaiono, purtroppo, in un solo, sfortunato momento.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SYNECDOCHE, NEW YORK. REGIA: CHARLIE KAUFMAN. INTERPRETI: PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, CATHERINE KEENER, MICHELLE WILLIAMS, SAMANTHA MORTON, TOM NOONAN. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 123 MINUTI.