lunedì 10 giugno 2013

Stoker

La vita tranquilla e solitaria di India Stoker (Mia Wasikowska: superlativa) viene sconvolta quando, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, perde il padre Richard (Dermot Mulroney), a seguito di un incidente. India è una ragazza dalla spiccata sensibilità che, dietro al comportamento impassibile, maschera i sentimenti e le sensazioni intime, conosciute e comprese soltanto dal genitore scomparso. Al funerale di Richard, ella incontra lo zio paterno Charlie (Matthew Goode), che dopo una lunga assenza torna proprio con l’intenzione di restare accanto a lei e a sua madre Evie, donna fragile e instabile (Nicole Kidman). India inizialmente non si fida del parente; tuttavia ne subisce il fascino misterioso, soprattutto quando si rende conto d'avere parecchio in comune con lui. E mentre Charlie inizia gradualmente a rivelarsi, lei ne è vieppiù infatuata, e capisce che il suo arrivo nella casa non è affatto casuale. Lo zio è lì per lei, ed intende guidarla a comprendere lo strano destino che l'attende...

"Quale mio primo film in inglese, non volevo che esso si reggesse sui dialoghi. Piuttosto, desideravo esplorare un soggetto universale, come le dinamiche famigliari". E' così che Park Chan-wook ha scelto di giustificare ai propri fan la sordina messa a sesso e violenza in "Stoker": il cineasta coreano, noto soprattutto per lo splendido "Old Boy" (2003), li aveva abituati a ben altro. Tuttavia inquieta, non poco disturba questa favola crudele che si muove tra Lewis Carroll ed Alfred Hitchcock, dentro ad un contesto che oscilla tra grazia e ferocia per poi chetarsi - si fa per dire - in un impossibile ossimoro. "E' un copione in cui c'è molto spazio per il regista, se ne potevano trarre film molto diversi tra loro", ha spiegato il nostro. E' vero: lo spiazzamento - che lo spettatore prova in modo pressoché ininterrotto nel corso della visione - nasce proprio da questa incertezza, dall'impossibilità di prevenire gli sviluppi della storia, addirittura d'individuarne la scaturigine.

Dicevamo della mescolanza tra fairy tale e suspense movie: sorprende, Park Can-wook, per l'abilità con cui si muove fra i due registri. Immaginate una versione survoltata e parossistica de "L'ombra del dubbio" (1943), nella quale i fantasmi e le ossessioni - che Hitchcock , a eccezione del tardo "Frenzy" (1972), aveva sempre raccontato facendo ricorso alla metafora, alla litote od all'ironia  - siano invece resi espliciti; o ad una rilettura apocrifa e delirante del mito di Edipo - già alla base, d'altro canto, del citato "Old Boy". Le immagini della campagna del New England, il tempo che scorre lento dentro ad una tenuta, i personaggi divisi tra aggressività passiva e sinuosa fascinazione si frammischiano dando vita ad una vicenda insinuante e malvagia, distonica e morbosa. Il bildungroman messo in scena è tra i  più atipici mai apparsi sullo schermo, piegato com'è alle regole d'uno psychothriller malato e roso. C'è sangue, c'è morte, c'è attrazione erotica in "Stoker" (concepito da Chan Wook, tanto per cambiare, alla stregua d'omaggio al capolavoro hitchcockiano, "Vertigo"): al pari che in un libro di Cornell Woolrich, certo, magari "Waltz into Darkness" (1949). Ma, pure, come in quella superba novella di Frank Wedekind, "Mine-Haha" (1903): e provateci voi, a creare un connubio tra fonti d'ispirazione tanto distanti. A patto, ovviamente, di non chiamarvi Park Chan-wook.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

STOKER. REGIA: PARK CHAN-WOOK. INTERPRETI: MIA WASIKOWSKA, NICOLE KIDMAN, MATTHEW GOODE. DISTRIBUZIONE: FOX. DURATA: 99 MINUTI.




martedì 4 giugno 2013

Holy Motors

La giornata di Oscar si svolge in una limousine extralunga guidata da Céline, misteriosa dama bionda ch'è per lui una sorta di assistente tuttofare. Egli, per professione, passa da una vita ad un'altra: uomo d'affari, anziana mendicante, performer per realtà virtuali, mostro, assassino dei bassifondi, vecchio morente, padre di famiglia ed altro ancora. Forse vi sono dei committenti, forse no; il nostro sostiene d'esser ancora motivato dalla "bellezza del gesto", dall'obbligo di mostrarsi ogni volta differente e creativo...

E' difficile, scrivere una sinossi di "Holy Motors". Carax - tornato alla sua migliore forma, quella di "Rosso sangue" (1986) - si conferma cineasta ambizioso sino alla presunzione, azzardoso al punto da rischiare il disastro (quanto si era verificato, nel '91, con "Gli amanti del Pont-Neuf", e ripetuto nel '99 con "Pola X"). Già l'incipit, il regista che si risveglia e disvela una porta nel muro che lo conduce in una sala cinematografica, con gli spettatori seduti di fronte (una palese citazione dal King Vidor de "La folla"), è di quelli che possono incuriosire o irritare. Si tratta, pure, di una sorta di anticipazione: tutto il film si muoverà lungo le medesime coordinate, prendendosi il rischio di deragliare. Ciascuno dei personaggi interpretati dal protagonista fa riferimento ad un "genere", dal grottesco al dramma familiare, dal musical all'action movie; gli omaggi a cineasti amati non si contano, Georges Franju e Tod Browning, Cocteau e Bertolucci, Kubrick e Clair.

Ciò detto, chi si figurasse un'opera tutta di testa, algida ed intellettualistica, sbaglierebbe di grosso. Carax è anzi addirittura viscerale - dando un'immagine assai peculiare dell'incubo morale e sociale in cui viviamo - nel cercare la partecipazione emotiva del pubblico, sollecitato a scuotersi, a partecipare (la platea iniziale è composta, non a caso, da dormienti). Quello che potrebbe sembrare un monologo interiore, in realtà è una provocazione di tipo dadaista, che vuole riconciliare con un'idea di esistenza più diretta e naturale. Colga il segno o meno, ognuno valuterà con la propria sensibilita; ma nessuno, crediamo, potrà disconoscere quanto questo caleidoscopio d'immagini sia sorprendente e, a tratti, geniale. A ben pensarci, "Holy Motors" assomiglia per diversi aspetti a "La grande bellezza" di Sorrentino. Qui è Parigi, come lì Roma, la coprotagonista della vicenda, ai più e per i più invisibile (e Céline sollecita infatti ad un certo punto Oscar a guardarla, la città); in entrambi i lavori, inoltre, un'umanita regredita e sconfitta si muove senza speranze o gioia. Ma se la disperazione notturna, devastata, pare la stessa, Carax possiede bastevole talento per essere allo stesso tempo più rigoroso e ironico (a parità di sicumera, verrebbe da aggiungere); insomma, dove Sorrentino - in modo lodevole, però un poco affannoso - cerca, il francese trova. L'interpretazione di Denis Lavant è, semplicemente, monumentale.
                                                                                                                                    Francesco Troiano

HOLY MOTORS. REGIA: LEOS CARAX. INTERPRETI: DENIS LAVANT, EDITH SCOB, EVA MENDES, KYLIE MINOGUE, MICHEL PICCOLI. DISTRIBUZIONE: MOVIES INSPIRED. DURATA: 115 MINUTI. 

mercoledì 29 maggio 2013

Il fondamentalista riluttante

Nel 2010, mentre imperversano le manifestazioni studentesche a Lahore, un giovane pakistano, il professor Changez Khan, è intervistato dal giornalista americano Bobby Lincoln. Il docente, che ha studiato a Princeton, racconta al cronista il suo passato di brillante analista finanziario a Wall Street. Parla del luminoso avvenire che aveva dinnanzi, del suo mentore Jim Cross; pure di Erica, splendida ragazza e brillante artista, entratagli nella vita e nel cuore. All'indomani dell'11 settembre, il senso di sospetto con cui viene trattato per la propria appartenenza etnica lo riporta alla terra d'origine e alla famiglia, alla quale è da sempre molto affezionato. Il suo carisma, la sua lucida intelligenza in breve lo fanno diventare un leader agli occhi degli studenti e, ovviamente, un potenziale pericolo per il governo statunitense. L'incontro fra Lincoln e Changez, in una sala da tè di Lahore, si rivela per quello che è nel suo scioglimento: il tentativo estremo di scongiurare la morte di un professore straniero, rapito da estremisti, l'esecuzione del quale è data per imminente...

Sorta di confessione nella sua struttura letteraria, "Il fondamentalista riluttante" è un romanzo breve di Moshin Hamid che cerca di dar conto dei cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti e, più in generale, nelle società occidentali, a seguito dell'attentato alle Twin Towers. Nelle forme, oramai desuete, del monologo vittoriano, nel libro si fa vivere al protagonista la decadenza del Pakistan attuale e della propria classe sociale d'appartenenza - la borghesia urdu preindustriale, formata da professionisti o intellettuali un tempo al servizio dell'impero, prima moghul poi inglese - attraverso il suo soggiorno negli States. Appropriandosi del freddo determinismo alla base della società capitalistica ch'è la sua seconda patria, Changez si ricollega al proprio passato sociale e lo ripercorre, trasfigurato, in forme nuove, adattandosi a esse. Ma l'incontro con Erica - ragazza tormentata dalla morte del proprio ragazzo precedente - ed il clima di intimidazione razzista instauratosi in America generano, infine, nel nostro un'inedita consapevolezza e un ritrovato senso di appartenenza.

Nella versione cinematografica che hanno voluto dare la regista Mira Nair e lo sceneggiatore William Wheeler, la vicenda del libro diviene un dialogo serrato e inquisitorio tra il pragmatismo utilitaristico d'uno yankee e l'utopismo nazionalistico del suo intervistato. Dovendo metter insieme le ragioni dello spettacolo e quelle del messaggio, la suspense con il melodramma, "Il fondamentalista riluttante" assume, alla fine, l'aspetto di un atipico thriller ambientato su sfondi internazionali. Nelle due ore abbondanti del metraggio, la cineasta indiana fa divenire l'11 settembre una sorta di spartiacque nella percezione di Changez, ne mescola l'impegno "militante" con le contraddizioni sentimentali (è bello il personaggio di Erica, più definito e vitale rispetto a quello della pagina scritta), si sforza di far capire allo spettatore occidentale come "musulmano" non sia, necessariamente, sinonimo di terrorista. Forse qualcosa concede al luogo comune (immaginiamo che in un moloch finanziario come la Underwood Samson & Company il clima sia meno liliale, ed i colloqui di lavoro basati su altri criteri), ma mostra un senso del racconto ed una professionalità impeccabili, che fanno del film un prodotto interessante e, comunque, mai banale.
                                                                                                                                    Francesco Troiano

IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE. REGIA: MIRA NAIR. INTERPRETI: RIZ AHMED, KATE HUDSON, LIEV SCHREIBER, KIEFER SUTHERLAND, OM PURI. DISTRIVBUZIONE: EAGLE, DURATA: 130 MINUTI.


Tutti pazzi per Rose

1958. In un piccolo villaggio della Normandia vive la ventunenne Rose Pamphyle assieme al padre, burbero vedovo titolare d'un emporio. Promessa in sposa dal genitore al figliolo del proprietario di un'autofficina, la ragazza ha tuttavia altri sogni, lontani dal destino prefissato di tranquilla casalinga. Così decide di partire per Lisieux ove il trentaseienne Louis Echard, carismatico titolare di un'agenzia assicurativa, sta cercando una segretaria. Il colloquio finirebbe rapidamente, se Rose non mostrasse di possedere un peculiare dono: quello di batter i tasti della macchina da scrivere a un ritmo vertiginoso. Louis decide di darle l'impiego, a una condizione: ch'ella concorra alle gare di velocità dattilografica.
Egli stesso le farà da allenatore, lungo un percorso che prevede notevole spirito di sacrificio da parte della giovane: al cui fascino Louis non è, peraltro, indifferente...

Nel cinema, l'operazione nostalgia relativa agli anni '50 iniziò ad applicarsi a distanza ravvicinata: già nel 1973 era al centro di "American Graffiti" di George Lucas, dove l'ultimo decennio dell'innocenza Usa veniva fatto rivivere con i colori del ricordo e dello struggimento. Dipoi, più d'uno è tornato sul tema, dal Coppola di "Peggy Sue si è sposata" (1986) al Gary Ross di "Pleasantville" (1998), sempre nei toni della fiaba ed all'insegna del rimpianto. Non sfugge alla regola "Tutti pazzi per Rose", opera prima del francesce Règis Roinsard, autore anche della sceneggiatura con Daniel Presley e Romain Compingt. Costato circa 15 milioni di euro (una cifra di tutto rispetto per i budget europei ed ancor più per una pellicola d'esordio), il film si rifà con evidenza ai classici del genere, da Wilder a Donen: in particolare, il personaggio di Rose pare modellato su certuni interpretati da Audrey Hepburn, in "Sabrina" (1954) od in "Cenerentola a Parigi" (1956).

In lavori siffatti, è sovente il tono a far la canzone: e qui risulta indovinatissimo dalla prima all'ultima nota, senza anacronismi bensì all'insegna di una passione cinefila vitale e trascinante. La protagonista è dipinta con notazioni interessanti che la rendono una figura non unidimensionale, tra sfumature di malinconia ed un pizzico di sottesa malizia; quanto a Louis - segnato da un episodio avvenutogli in guerra e intimidito da un padre apodittico - è assai meno stereotipato di quanto si potrebbe prevedere. Nel corso di varie prove (regionale, nazionale, mondiale), scandite da un'attesa paragonabile a quella che precedeva gli incontri di boxe in "Rocky" (1976), s'arriva al prevedibile lieto fine senza un attimo di noia, sulle note di "Tenderly" e di tanti altri classici d'epoca: uscendo di sala contenti, come dopo la visione de "Il favoloso mondo di Amelie" (2001) o di "The Artist" (2011). Ah, la douce France...
                                                                                                                                     Francesco Troiano

TUTTI PAZZI PER ROSE. REGIA: REGIS ROINSARD. INTERPRETI: ROMAIN DURIS, DEBORAH FRANCOIS, BERENICE BEJO. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 111 MINUTI.




mercoledì 22 maggio 2013

Solo Dio perdona

Appartenente ad una potente famiglia criminale, Julian adopera un club di Thai Boxing in Thailandia a mo' di copertura per il traffico di stupefacenti. Quando suo fratello maggiore Billy violenta e uccide una ragazza di 16 anni, figlia del proprietario di un bordello, le autorità del luogo si rivolgono ad un poliziotto in pensione, Chang: egli agisce come una sorta di giustiziere, comminando mutilazioni e, talvolta, sentenze di morte. Dopo aver lasciato che il padre della ragazzina uccida Billy con ferocia, a quest'ultimo taglia un braccio, affinché ricordi di proteggere meglio le altre sue figliole. Frattanto, per recuperare il corpo del primogenito è giunta Crystal, madre pure di Julian, che è a capo di una grossa rete del crimine. Assetata di vendetta, ella pianifica che tutti coloro che risultano coinvolti nella fine di Billy debbano venire soppressi: omicidio dopo omicidio, si arriva infine al nome di Chang...

Chiunque avesse oggi intenzione di scrivere uno studio sulle poetiche della violenza, non potrebbe far a meno di dedicar un corposo capitolo a Nicolas Winding Refn. Fin dal suo lungometraggio d'esordio, "Pusher" (1996), il nostro ha messo in campo uno stile morbido ed elegante - con un occhio a Lynch e l'altro a Scorsese - dove la descrizione di azioni feroci e sanguinose ha costituito la punteggiatura. Il prosieguo del suo percorso registico, dall'intricato "Fear X" (2003) al premiatissimo "Drive" (2011), ha visto il cineasta danese approfondire il proprio discorso: i due successivi capitoli di "Pusher" (2004 e 2005) gli hanno, dipoi, valso l'attenzione della critica internazionale, che non ha mancato di tributar lodi ulteriori al carcerario "Bronson" (2008) ed al seguente "Valhalla Rising" (2009; dopo di esso s'è coniato l'aggettivo "Refnesk", a definire un ormai inconfondibile marchio di fabbrica).

Scritto da Refn medesimo, "Solo Dio perdona" vede al centro un personaggio laconico e tormentato, Julian, i cui destini s'incrociano con quelli di Chang, condannatosi ad un atteggiamento stoico che nasce da una difficoltà a vivere nel reale. In una Bangkok illuminata dalla luce fredda dei neon, su sfondi rossastri ed allarmanti, dette figure si muovono con una lentezza di chiara matrice onirica, quasi uscissero dalla saga lynchiana di "Twin Peaks". Se il male, come ci ha insegnato Hannah Arendt, è banale, per Refn è pure versipelle ed ibrido, tra chi lo pratica con la presunzione di un Dio minore e chi ne patisce la repulsiva fascinazione (in questo senso, Chang e Crystal risultano perfettamente complementari). La violenza, pur senza ricorrere ad ellissi, è iperbolica e raggelata: il senso di straniamento viene aumentato da stacchi imprevisti (i momenti in cui Chang canta dei brani di musica leggera), che spiazzano lo spettatore e ne disequilibrano le aspettative.

Strepitoso come d'uso nei film di Refn, Ryan Gosling resterà nella memoria col suo volto tumefatto e l'ira a malapena rattenuta; Kristin Scott Thomas, in un ruolo di bad mama per lei davvero inconsueto, conferma il proprio grande talento d'interprete. Ci sarebbe da dire del finale, che con ogni probabilità lascerà di stucco platee avvezze a scioglimenti telefonati (e sensibili alle esigenze del noleggio): qui si dà risposta ad una domanda non fatta al punto che tutta la pellicola, a ritroso, può venire letta alla stregua d'un viaggio dentro una consapevolezza cui è arduo approdare.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SOLO DIO PERDONA. REGIA: NICOLAS WINDING REFN. INTERPRETI: RYAN GOSLING, KRISTIN SCOTT THOMAS, VITHAYA PANSRINGARM, TOM BURKE. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 90 MINUTI.

martedì 21 maggio 2013

La grande bellezza

Re della mondanità capitolina, Jep Gambardella quasi non ricorda più - dopo decenni di permanenza in una Roma che "ti deconcentra" - di esser stato, a vent'anni, autore di un esordio nel romanzo assai acclamato, "L'apparato umano". Arrivato a sessantacinque primavere, egli si trascina con infiacchita vitalità da una festa funereamente gioiosa all'altra, tra balli accaldati e conversazioni prive di centro, intellettuali devastati dalla frustrazione e traffichini male rimpannucciati, politici di complemento e clero di complimenti, barricadere male invecchiate e amiche devastate dall'angoscia. Ormai tediato da un andazzo al quale, pure, non riesce a sottrarsi, Jep ha frettolosi convegni sessuali ("alla mia età non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare"), rivela quando costretto dolorose verità su chi lo circonda, è indulgente soltanto nella misura in cui è necessario farlo ("siamo tutti sull'orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po' in giro"). Intorno, sta una città d'abbacinante bellezza, dalla visione del Gianicolo alla prospettiva del Borromini, da Piazza Navona a via Veneto, da Villa Medici a Palazzo Spada: uno scenario al quale restano indifferenti i più, perduti in un cupio dissolvi malamente dissimulato.

Ha sin dall'inizio rifiutato, Sorrentino, qualunque paragone tra questo suo "La grande bellezza" e "La dolce vita" (1960) di Fellini: pur se numerosi sono gli omaggi che egli presta al riminese, a cominciar da un personaggio principale - il citato Jep Gambardella - che pare una sorta di erede del Marcello di oltre mezzo secolo fa. Ciò detto, il talento barocco - nel senso inteso da Gadda nella prefazione a "La cognizione del dolore" - e immaginifico di Fellini ha pochi punti di contatto con quello disciplinato e raziocinante di Sorrentino, pur se li unisce l'occhio: moralisti entrambi (nel senso che in Francia si dà al termine, Moliére non Tartufo), hanno sguardo profondo ben attento a non essere giudicante, anzi a riservare una misura di pietas a ciascuno dei personaggi. 

Gli ambienti descritti da Sorrentino sono i medesimi raccontati nel capolavoro antico: sicché, una mutazione sembra avere colpito la genia dei mondani mossi allora da un fondo di vitalità, magari inficiato dall'edonismo. Qui a spiccare è, di contro, un senso di vuoto invincibile (e si rammarica,
Gambardella, di non riuscir a scrivere su detto nulla: ma se, a suo tempo, non fu capace Flaubert...). Si ha l'impressione che ciascuna delle figurette che qui si muovono come falene, riesca per miracolo
a strare in piedi: ed il senso del sacro pare richiamare - evocato dal protagonista medesimo, quasi fosse in limine mortis - la figura di una monaca ultracentenaria, che ha scelto da tempo la povertà e
si nutre esclusivamente di radici. In sede di bilancio, tuttavia, non v'è conforto se non assai irrisorio ("prima c'è stata la vita, anche se nascosta sotto il blabla"). Il magistero di Sorrentino s'inventa una geniale variazione per dar vita all'affranta ironia del suo Jep; attori bravissimi - da Carlo Verdone a Sabrina Ferilli, da Roberto Herlitzka a Massimo Popolizio - s'incaricano d'esser corifei, figure d'un affresco che, a momenti, si scompagina e frantuma, e tuttavia incide per ricchezza di temi e motivi.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LA GRANDE BELLEZZA. REGIA: PAOLO SORRENTINO. INTERPRETI: TONI SERVILLO, CARLO VERDONE, SABRINA FERILLI, CARLO BUCCIROSSO, IAIA FORTE, PAMELA VILLORESI, GALATEA RANZI. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 143 MINUTI.

mercoledì 15 maggio 2013

Hates - House at the End of the Street

La teen-ager Elissa e sua madre Sarah, divorziata, si trasferiscono per provare a ricominciare in una cittadina rurale. Hanno potuto permettersi d'andare ad abitare in un quartiere esclusivo perché, nella dimora accanto alla loro, tempo prima la giovanissima Carrie Ann Jacobson aveva trucidato i propri genitori, dandosi poi alla fuga nei boschi. Ora, nella casa sede dell'eccidio, vive soltanto suo fratello Ryan: la comunità lo tiene alla larga, il solo sceriffo mostra d'avere un atteggiamento non prevenuto nei suoi confronti. Tutto sembra mettersi per il meglio: Sarah simpatizza proprio col rappresentante locale della legge, mentre Elissa ha l'impressione d'aver trovato in Ryan uno spirito affine. Forse, però, la leggenda che la ragazzina omicida s'aggiri ancora a notte, fra gli alberi, non è totalmente destituita di fondamento...

Il titolo originale, "House at the End of the Street", potrebbe far pensare a un horror; in stile Raimi, ad esempio, o - andando ancora più indietro - sulle orme del Wes Craven di "Last House on the Left" (1972). Non è così, pure se lo spavento - è proprio il caso di dirlo - sta di casa, in questa suggestiva pellicola di Mark Tonderai (già autore dell'indie inglese "Hush"). Affermato autore di videoclip, il regista si muove agilmente tra arcane luci nella notte, ombre armate di coltello che passano veloci, botole rinserrate da pesanti catenacci, inquietanti ricordi d'infanzia. La suspense, in sostanza, pare s'addica al nostro, che a tratti dà però l'impressione di firmare un brillante esercizio, senza soverchia partecipazione.

Sia come sia, "Hates - House at the End of the Street" s'inscrive, con merito, nel numero dei thriller psicologici, dove a prevalere sono le suggestioni sugli effettacci, l'inquietudine sullo splatter. Siamo dalle parti, per comprenderci, di "White of the Eye" (1986) di Donald Cammell o di "The Stepfather" (1987) di Joseph Ruben per la sensazione d'un terrore vicino, presente, che si può appalesare da un momento all'altro: anche se il prototipo è infine sempre lo Hitchcock di "Shadow of a Doubt" (1943), insuperato ritratto dell'ambiguità del male. Tonderai gira con elegante padronanza, l'ambiente della provincia americana viene sfruttato con abilità, gli attori funzionano assai bene: soprattutto Jennifer Lawrence (qui ancora non gratificata dal grande successo di "Hunger Games", né meritata vincitrice dell'Oscar per la sua interpretazione ne "Il lato positivo"), che si dimostra una scream queen giovane quanto impeccabile.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

HATES - HOUSE AT THE END OF THE STREET. REGIA: MARK TONDERAI. INTERPRETI: JENNIFER LAWRENCE, MAX THIERIOT, GIL BELLOWS, ELIZABETH SHUE. DISTRIBUZIONE: EAGLE. DURATA: 100 MINUTI.