lunedì 23 marzo 2015

La famiglia Bélier


Nella famiglia Bélier padre, madre e fratellino sono tutti sordomuti, e tocca alla 16enne figlia Paula, l'unica a non soffrire di questo handicap, il ruolo fondamentale d'interprete per i genitori. I Bélier vivono in provincia, producendo formaggi che vendono, poi, nei mercati. Malgrado le prevedibili difficoltà, la coppia composta da Rodolphe, contadino eclettico e sempre pronto al sesso, e sua moglie Gigi, donna esuberante e lieta, è di genitori inappuntabili ed affettuosi per entrambi i figlioli. La loro pare una consolidata routine, quando due fatti nuovi giungono a rivoluzionarla: papà Rodolphe decide, nonostante i suoi limiti, di candidarsi alla carica di sindaco, per contrastare la rielezione del trombonesco prima cittadino in carica; e Paula scopre d'esser considerata un vero talento musicale dal signor Thomasson, insegnante di musica, intenzionato a farla partecipare a un concorso canoro che si terrà a Parigi. Ma come andar via dalla famiglia, che fa conto su di lei quale unica risorsa per comunicare con il mondo esterno?
"Quello che mi interessava - spiega il regista Lartigau nelle sue note - era in primo luogo il tema del distacco, della separazione vissuta come una lacerazione. È possibile lasciarsi con dolcezza? È possibile amarsi profondamente senza vivere in simbiosi? Come lasciare a ciascuno il proprio spazio di libertà? Che ne è del nostro sguardo sull'altro quando cresce ed evolve? E il fatto di amarsi molto, non vuol dire necessariamente che ci si ama bene. In una famiglia, che cosa aiuta a costruire, che cosa serve per andare avanti, che cosa ci fa soffocare? Dove posizionare il cursore in queste scelte?". E' su dette basi che il nostro ha costruito una commedia garbata e divertente, pur se non priva di asprezze, con un dosaggio degli ingredienti talmente perfetto da aver riscosso, in patria, un enorme successo di pubblico non disgiunto dall'approvazione della critica.
Insomma, direte voi, anche in Francia è la commedia a trionfare al box-office. Certo, ma - si sarà ben capito - assai diversa da quella che è solita trionfare da noi: "La famiglia Belier" è lontana mille miglia da - per fare un titolo - "Si accettano miracoli", pur se in entrambe sono i buoni sentimenti al centro della narrazione. Il perché è semplice: ve la immaginate, voi, la scena di un produttore nostrano che si veda recapitare una sceneggiatura ove i protagonisti sono tre sordomuti, ambientata in provincia, con la pretesa di scassare i botteghini? In Italia si va sul sicuro, il che vuol dire o le beceraggini d'uso  o, nella migliore della ipotesi, dei favolelli tutti squagliati prima di approdare al finale. Così, per goderci una serata di relax, con una pellicola che abbini risate pure grasse a delicate sottolineature, ci tocca di  andare a vedere pellicole come "La famiglia Belier": che, tra parentesi, conta su attori allo stesso tempo sanguigni e meravigliosamente misurati. Momenti come quelli in cui papà Belier pone le dita sull'ugola di Paola che canta, per poter sentire la bellezza di un dono che non gli è stato concesso, o  in cui quest'ultima esegue per la commissione giudicatrice un brano che suona commiato dalla sua amata famiglia d'origine, sono toccanti e nient'affatto melensi. Insomma, ecco un piccolo grande film, da consigliarsi senza tema di smentita a spettatori di ogni età.
                                                                                                                                   Francesco Troiano

LA FAMIGLIA BELIER. REGIA: ERIC LARTIGAU. INTERPRETI: KARIN VIARD, FRANCOIS DAMIENS, ERIC ELMOSNINO, LOUANE EMERA, ROXANE DURAN. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 100 MINUTI.

mercoledì 18 marzo 2015

Latin lover

A due lustri dalla scomparsa del carismatico attore Saverio Crispo, grande all'epoca in cui lo era pure il cinema italiano, sta per tenersi una cerimonia nel suo paesino natale, San Vito dei Normanni; lo si vuole celebrare alla presenza dei suoi cari. E' per questo che, nel sontuoso palazzo baronale dove egli è nato, si riuniscono le sue due ex-mogli, le cinque figlie avute da madri differenti, la giovane cameriera che -chissà perché - si chiama Saveria. Del resto, tutte e cinque le figliole portano nomi che cominciano con la lettera S: Stephanie, che arriva dalla Francia e pare aver ereditato dal padre la volubilità; la passionale Segunda con la madre Ramona, seconda consorte del nostro; Solveig dalla Svezia, giovane e splendida;  Susanna, che vive già lì con la madre Rita, prima signora Crispo (Shelley, statunitense, riconosciuta con la prova del Dna, arriverà con un giorno di ritardo). Il formarsi di questo atipico gineceo, riunito intorno alla memoria di un uomo tanto amato quanto vanesio e fedifrago, porterà le protagoniste a rivelarsi l'una all'altra, fra una chiacchiera ed un pettegolezzo, non senza sprazzi di cattiveria e l'affiorare di segreti che avrebbero dovuto restare tali; ma, forse, è arrivato per ciascuna il momento di liberarsi dall'ingombro di un fantasma troppo a lungo venerato...

All'undicesimo lungometraggio, Cristina Comencini - pure autrice di soggetto e sceneggiatura, insieme a Giulia Calenda - ritorna al genere che più gli si addice, la commedia venata di malinconia, ottenendo uno tra gli esiti suoi più soddisfacenti. Come in "Matrimoni" (1998) o "Il più bel giorno della mia vita" (2002), l'idea è quella d'un cinema medio raro in questi tempi sguaiati, attento alle caratterizzazioni di ogni personaggio, abile nell'alternare a toni ironici e leggeri sottolineature coinvolgenti e sentimentali.
Se c'è una scena madre (qui quella della Paredes, inarrivabile nel porgerla senza enfasi alcuna), non per questo il tessuto narrativo s'ispessisce o la vicenda vira verso il melodramma; viceversa, come nella vita vera, tutto sembra miracolosamente tenersi, ed il sorriso riprendere il sopravvento.

Ad ottenere tali risultati, contribuisce un cast pressoché perfetto, fin nei ruoli di composizione. Se agli uomini - Lluis Homar, Neri Marcorè, Claudio Gioè, Toni Bertorelli, Jordi Molla - sono riservati ruoli ingrati (che, peraltro, rivestono impeccabilmente), la sfilata muliebre è trascinante: la nevrosi di Valeria Bruni Tedeschi, la vitalità di Candela Pena, la scioltezza yankee di Nadeah Miranda, la beltà di Pihla Viitala, gli imbarazzi di Angela Finocchiaro, fanno da degno contorno alle prove mirabolanti di Virna Lisi (qui al suo commiato) e Marisa Paredes, al cui magistero s'è già accennato. In un film del genere, ovviamente, è il tono a far la canzone, e la Comencini lo azzecca - malgrado qualche lentezza teatrale - ammiccando all'Almodovar di "Tutto su mia madre" (1999) e "Volver" (2006), senz'ombra alcuna di scimmiottatura. Il momento più bello? Quello della proiezione celebrativa, dove Francesco Scianna - è lui il latin lover del titolo, adeguato sia per physique du role sia per autoironia - è in spezzoni di film, in bianco e nero e a colori, ispirati a quelli di Mastroianni, Gassman, Tognazzi, del Volonté dei western, e suscita lacrime copiose fra tutte le sue donne, sedute in prima fila. Il finale si apre, inaspettatamente, a toni da musical; che, incredibile a dirsi, neanche un poco stonano.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LATIN LOVER. REGIA: CRISTINA COMENCINI. INTERPRETI: VIRNA LISI, MARISA PAREDES, ANGELA FINOCCHIARO, VALERIA BRUNI TEDESCHI, CANDELA PENA, NADEAH MIRANDA, PIHLA VIITALA, LLUIS HOMAR, JORDI MOLLA. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 104 MINUTI.

lunedì 9 marzo 2015

Blackhat

Il surriscaldamento che ha provocato l'esplosione di una centrale nucleare a Hong Kong. L'improvviso schizzare del prezzo della soia alla borsa di Chicago. Dietro a entrambi questi accadimenti c'è, di certo, un attacco informatico: lo comprendono le autorità americane e cinesi che, pur riluttanti, si convincono che è necessario collaborare per assicurare alla giustizia i responsabili. Il capitano Dawai - un ufficiale militare arrivato negli Usa assieme a sua sorella, ingegnere informatico - domanda all'FBI di liberare il super hacker Nick Hathaway, che sta scontando 15 anni di carcere, affinché scopra chi ha trasformato un codice da lui ideato tanti anni prima in un virus così pericoloso. Raggiunto l'accordo (che lo vedrà liberato ma controllato, sia a vista che elettronicamente), Nick si getta nell'impresa: per guadagnarsi la libertà, dovrà correre una serie di rischi incalcolabili...

Ad un lustro di distanza da "Nemico pubblico" (2009), Michael Mann torna alla regia con una pellicola che - dopo il caso Sony Leaks e "The Interview" - si presenta d'inquietante attualità. Lo spunto, stando a quanto egli ha dichiarato, gli è balenato studiando Stuxnet, il virus informatico creato dagli Stati Uniti per colpire una centrale nucleare iraniana. E' il suo primo film girato del tutto in digitale ("Collateral", "Miami Vice" e "Nemico pubblico" contenevano delle sequenze in 35mm), ma "al contrario di quanto molti pensano non sono un paladino ideologico del digitale contro la pellicola. Uso di volta in volta quello che ritengo sia il mezzo migliore. Dovessi rigirare oggi "L'ultimo dei Mohicani", userei di nuovo la pellicola".

Girato in soli 66 giorni, pur sciorinando 75 diverse location in 4 differenti paesi (Usa, Cina, Malesia, Indonesia), "Blackhat" è una sinfonia in cui i vuoti sopravanzano i pieni, come già annunciavano in parte "Miami Vice" e "Collateral". Al regista dell'Illinois paiono interessare sempre meno le parti di racconto tradizionale, pur se la trama del film risulta sufficientemente chiara nei suoi snodi principali. E', invece, la descrizione della metropoli ad affascinarlo, tra frotte di individui, treni e metropolitane, neon, notti popolate da luci onnipresenti. Risultano, in tal modo, tanto più sorprendenti, nella seconda parte, squarci che mostrano spazi naturali, lasciando respirare a pieni polmoni e godere degli spazi aperti. Tra questi contrasti, si muove un autore che predilige i dettagli, le pause, i tempi morti, le panoramiche, in luogo delle parti propellenti l'azione vera e propria.

E' un cinema sempre più rarefatto, quello di Mann; i suoi eroi si muovono come dèi minori, tra i buoni e i cattivi le differenze sono ridotte al minimo, semmai è l'etica a definire le distanze; la giustizia umana,  quella che condanna Hathaway a non poter avere i giorni che vorrebbe od a vivere con la donna che ama, ha tempi che non corrispondono con quelli dell'esistenza (pur se si è colpevoli, va detto, dei reati ascritti). La moralità della visione che sovrintende al tutto, con lo scorrer dei minuti, vela gli strumenti e lascia il posto ad una sottile malinconia dell'esistere, che impregna le azioni dei vari personaggi. Una tavolozza di colori freddi,  più che nei precedenti lavori del nostro, dà alla scena un sentore come di metallo; dipinge un mondo senza pietà ove si è costretti ad arrancare ed in cui, happy end o meno, la vita non è certo un dono a buon mercato.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

BLACKHAT. REGIA: MICHAEL MANN. INTERPRETI: CHRIS HEMSWORTH, WEI TANG, VIOLA DAVIS, RITCHIE COSTER, HOLT McCALLANY. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 135 MINUTI.

domenica 8 marzo 2015

Foxcatcher

Mark Schultz, campione di lotta libera, viene assoldato dal magnate John Eleuthère du Pont per formare il team Foxcatcher e rappresentare gli Stati Uniti d'America alle Olimpiadi del 1988. Avendo perduto il padre da piccolo, l'atleta intravede nel mentore una figura criptogenitoriale alla quale volentieri s'affida; anzi, convince il fratello Dave, anch'egli ai vertici dello sport e suo allenatore da sempre, a trasferirsi lui pure nella nuova sede. Dapprima riluttante, anche per evitare alla propria famiglia il trauma di un tanto grande cambiamento, egli infine accetta, attratto certo da un ingaggio ricchissimo: ma, a questo punto, sono le cose fra John e Mark a non andare più tanto bene, al punto che quest'ultimo - sentendosi in un qualche modo tradito - va via senza troppi preavvisi. Forse è l'istinto ad averlo avvertito: il 26 gennaio 1996 suo fratello Dave, medaglia d'oro di lotta libera ai Giochi Olimpici del 1984, viene assassinato nel cortile di casa sua da John du Pont, la cui latente paranoia è infine esplosa.

Candidato agli Oscar, "Foxcatcher" è rimasto al palo: troppo ispida la storia, magari, deprimente e malata; o, chissà, eccessivamente pungente nel rappresentare il "sogno americano" come un incubo, un qualcosa di perverso e nauseante che mai è esistito, se non in forme distorte e caricaturali. Il fatto che la vicenda sia la minuziosa descrizione di fatti realmente accaduti ha, con ogni probabilità, reso ancora più inquietante il tutto. Ciò non ha impedito al film, da quando è stato presentato a Cannes nel 2014, d'esser apprezzato dalla critica internazionale e di aver ricevuto recensioni unanimemente positive: e si spera che le platee - quelle che s'interessano alle dinamiche dominazione/sottomissione, manipolazione/plagio solo nell'accezione melliflua e fuorviante di "Cinquanta sfumature di grigio"- affollino le proiezioni di questa pellicola.

Alla sua terza regia, Bennett Miller - già candidato all'Oscar per il suo "Truman Capote - A sangue freddo"(2005); e una nomination è stata riservata alla sua opera seconda, "L'arte di vincere" (2011) - si muove con grande bravura: tratteggia le psicologie dei due fratelli con piccoli, significativi tocchi; e si supera nel mettere in scena questo personaggio di miliardario frustrato e scosso da manie di grandezza, succube d'una madre che ne conosce bene i limiti e la cupa coloritura schizoide. E' d'uopo, qui, dire qualcosa sugli attori: se, nella parte di Mark, Ruffalo conferma il suo ben noto talento, è Steve Carell - trasformato finanche nel sembiante, sino quasi all'irriconoscibilità - a fornire una prova maiuscola, abile a immergere ogni piccolo gesto del suo personaggio in un alone di angoscia e, in sottofinale, paura. La tragedia ch'è lo scioglimento della trama, pur se esplode improvvisa, è stata costruita sotto i nostri occhi mettendo assieme le tessere di un puzzle, che solo nelle ultime immagini diviene scenario riconoscibile.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

FOXCATCHER. REGIA: BENNETT MILLER. INTERPRETI: STEVE CARELL, MARK RUFFALO, CHANNING TATUM. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 129 MINUTI.

Suite francese

Giugno 1940. Dopo la firma dell'armistizio il 22 giugno, le divise grigie dilagano per la Francia. Non si salva dall'invasione Bussy, piccolo villaggio ad est della capitale dove - come molti altri parigini, datisi alla fuga alla notizia dell'arrivo delle truppe germaniche - si sono rifugiate nella loro proprietà l'arcigna vedova Angellier e la bella ed infelice Lucille, moglie di Gaston (ora al fronte, probabile prigioniero di guerra), vessata dalla severa suocera. Costrette dal succedersi degli eventi a dare rifugio nella propria abitazione ad almeno un tedesco, debbono coabitare con il giovane ed attraente ufficiale tedesco Bruno von Falk,  animo sensibile ed artistico nonostante il ruolo: a dispetto della terribile ostilità della vedova, e dell'odio dei locali per gli invasori, tra i due giovani di diverse nazionalità - complice il comune amore per il pianoforte - esplode una passione bruciante, che li condurrà a fare delle scelte difficili e rischiose.

Morta ad Auschwitz nel 1942, l'ebrea apolide Irène Némirovsky divenne famosa oltralpe negli anni '30 pei suoi scritti. Caduta nell'oblio, ella è tornata alla ribalta editoriale nel 2004 grazie a "Suite francese", la sua ultima opera rimasta incompiuta e per caso ritrovata da sua figlia. Nelle intenzioni dell'autrice, il libro doveva essere una sorta di "Guerra e pace" in cinque parti, un lungo racconto di mille pagine che, a causa del suo internamento in un campo di sterminio, non poté essere portato a termine. Sono rimaste le prime due sezioni: "Temporale di giugno" e "Dolce". Ed è proprio a questa seconda che s'è ispirato il cineasta inglese Saul Dibb, il quale, dopo "La duchessa" (2008), narra un'altra vicenda ove protagonista è una figura femminile non allineata, dilacerata tra ragione e sentimento, senso etico e bisogno d'amore.

Girato in inglese e con un cast internazionale, il film correva il rischio delle coproduzioni di tono "alto", sovente algide od illanguidite od entrambe le cose. "Suite francese" riesce a scampare i pericoli in virtù di una valida sceneggiatura, asciutta abbastanza da non far stillare dovunque il miele della love story; invece, attenta a disegnare un contesto storico ben caratterizzato sul piano della ricostruzione dei luoghi, degli eventi e dei personaggi. Il regime petainista, con le sue mille meschinità e cattiverie (si veda il numero trabocchevole di lettere anonime scritte per accusare di fronte alle nuove autorità le persone vicine, i compaesani), è dipinto a meraviglia; e circola a tratti un'atmosfera che ricorda il capolavoro di Clouzot, "Il corvo" (1943), denuncia magistrale del tema della delazione al tempo della occupazione. Nell'ultima parte, il film si fa emotivamente coinvolgente e Dibb si prende il rischio di rimaneggiare il racconto, inventandosi di sana pianta un finale commovente, che non cerca però a ogni costo l'esazione della lacrima. Michelle Williams e Matthias Schoenaerts sono bravissimi; ma è Kristin Scott Thomas a dare alla figura della Angellier echi e sfumature impensabili, con la sua superiore maestria.
                                                                                                                                     Francesco Troiano
SUITE FRANCESE. REGIA: SAUL DIBB. INTERPRETI: MICHELLE WILLIAMS, MATTHIAS SCHOENAERTS, KRISTIN SCOTT THOMAS. DISTRIBUZIONE: VIDEA. DURATA: 107 MINUTI.

martedì 24 febbraio 2015

Vizio di forma

Gordita Beach, California, 1970. Larry "Doc" Sportello è un private eye sui generis, che abita nella South Bay sul tramontare dell'epoca hippie. Per salvare l'ex fidanzata Shasta, che teme di finir coinvolta nei traffici del suo  amante, il palazzinaro Mickey, accetta l'incarico di far delle indagini: c'è di mezzo la Mafia, e la ragazza crede addirittura che vogliano far ricoverare Mickey - divenuto scomodo - in una casa di cura. Flemmatico, e sovente sotto l'effetto di qualcosa, il peculiare detective finisce in un gioco più grande di lui, tra bizzarri personaggi delusi dalla controcultura, ragazze squillo, cliniche totalitarie, ed un misteriosa organizzazione, la Golden Fang, che gestisce il traffico di stupefacenti. A pedinare "Doc" il polizotto Bigfoot, attore televisivo a tempo perso e, in qualche modo, a lui speculare. Su tutto, incombe l'aria mefitica della paranoia seguita alla strage di Bel Air.

L'opera di Thomas Pynchon, forse il maggior scrittore statunitense vivente, non è mai stata trasposta sullo schermo: troppo azzardosa l'operazione, per un narratore immaginifico e geniale, parossistico e survoltato, labirintico e funambolico quanto il nostro. Quand'anche egli s'adegui ad una narrazione più classica, poco muta invertendo l'ordine dei fattori: si veda il suo meraviglioso "The Crying of Lot 49" (1966), ove ad indagare è una donna che risponde all'inverosimile nome di Oedipa Maas, alle prese con mad scientists, graffiti enigmatici e onnipresenti, associazioni segrete, congiure di destra, traffici di ossa umane, sigarette con filtri cancerogeni, pellicole proiettate con i rulli invertiti. Il tutto, collocato in quell'universo di media ingannevoli e di fotocopie senza originali, ch'è la California degli anni '60.

Anche in "Vizio di forma" - meglio la traduzione letterale, "vizio intrinseco": ad indicare insieme un Mac Guffin del gergo assicurativo e un'entità incapace di reggere all'urto di forze centrifughe - siamo in California, stavolta colta nel momento di un'epocale passaggio di consegne, dall'erba alla polvere d'angelo, dal flower power agli Hell's Angels, dal sogno alternativo all'edonismo reaganiano prossimo venturo. Acconciato come un Neil Young d'accatto (e del canadese triste passa, in colonna sonora, la splendida "Journey through the Past"), Doc si muove tra il letargico ed il fumato, capace tuttavia di mettere a posto, pur coi suoi tempi, tutti i pezzi del puzzle, sotto lo sguardo attonito dell'amico-nemico Bigfoot (il loro singolare rapporto pare memore di un antico cult poco noto, "Cisco Pike", del 1971).
L'amore per il noir, dal classico "Il grande sonno" di Hawks (1946) alla rilettura nervosa de "Il lungo addio" (1973) di Altman, risulta evidente da ogni inquadratura: "Vizio di forma" li eguaglia senza fatica, trovando un finale nel quale la tenerezza vela gli strumenti, e dice che se l'utopia universale disillude, l'amore si ritaglia un piccolo, non disprezzabile spazio tra cielo e terra, onde e amache, nostalgia e immaginazione.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

VIZIO DI FORMA. REGIA: PAUL THOMAS ANDERSON. INTERPRETI: JOAQUIN PHOENIX, JOSH BROLIN, KATHERINE WATERSTON, REESE WHITERSPOON. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 160 MINUTI.

domenica 22 febbraio 2015

Maraviglioso Boccaccio

Vivificati, spinti ad una nuova giovinezza artistica da "Cesare deve morire" (2012), il film che ha procurato loro un'infinità di premi tra i quali spicca l'Orso d'Oro a Berlino, Paolo e Vittorio Taviani licenziano ora un "Maraviglioso Boccaccio" che, forse, stava nel loro destino artistico: toscani come quello, dalla loro san Miniato vedevano la Certaldo che diede i natali al Nostro. E' impossibile, pur nel rispetto delle differenze di sensibilità dei cineasti, non paragonar questo film al bellissimo "Decameron" (1972) di Pier Paolo Pasolini. Rivisto di recente, quest'ultimo sembra inverare l'assioma brechtiano secondo il quale "si può certo mancare di rispetto ai classici, trasponendoli pel cinema, a patto però di esserne capaci". L'autore de "Le ceneri di Gramsci" v'introduceva dei mutamenti radicali: trasponendo sette novelle del libro (due furono tagliate in fase di edizione), aboliva la cornice della gaia brigata che si raccontava le storie nei giorni della peste in Firenze e, soprattutto, attuava una napoletanizzazione ben azzardosa del testo, trasportando le vicende in una Campania Felix sanguigna e plebea, dove un popolo - che non la Storia non la fame paiono toccare - è autarchicamente integrato e soddisfatto.

Ben diverso l'approccio dei Taviani, che scegliendo cinque novelle tornano all'impostazione primigenia: dieci giovani si rifugiano in collina (in ispecie, si tratta della splendida villa La Sfacciata sopra Firenze), per ammannirsi dei racconti che li aiutino a far trascorrere il tempo. L'incipit è dedicato alla città dalla quale fuggono, devastata dalla pestilenza: sono scene potenti, dalla giovane che in articulo mortis si duole d'andarsene senza mai aver goduto delle gioie dell'esistere al padre che si sdraia sulle sue creature morte e gettate nella fossa comune, aspettando che palate di terra lo ricoprano assieme ai due corpicini. Con evidenza, qui s'allude a orrori contemporanei, dalle vittime del terrorismo alle masse uccise magari da gas nervini, alla ricerca di un'osmosi fra letteratura e contemporaneità.

Di poi, inizia lo snodarsi delle storie, non prima che sia stato fatto divieto ai partecipanti di far sesso fra di loro (per non voler dar materia agl'invidiosi, è la formula adoprata dal Boccaccio nella pagina scritta). Pare, però, questa, pure un'opzione stilistica. La rappresentazione dell'erotismo resta regolarmente fuori campo, le novelle scelte paiono pensate per limitarne il bisogno: finanche l'unica condivisa col citato "Decameron" pasoliniano - quella della badessa che, scoperta con dei mutandoni da uomo in testa a rimproverare una giovane suora intenta a far sesso, muta registro e invita le consorelle a procurarsi loro pure dei gagliardi garzoni - viene risolta con una castità da sceneggiato di Rai Uno (a proposito: sembra che i Taviani, con le 95 novelle rimaste, stian pensando d'usarle per un serial televisivo). Per carità, ogni artista è libero d'interpretare l'opera alla quale s'accosta: ma deprivare il Boccaccio della carnalità che sprizza da ogni riga, limitare finanche l'uso delle nudità (pel bagno collettivo delle fanciulle, i cui corpi candidi sono celati dall'acqua come "una vermiglia rosa un sottil vetro", cioè per niente, vengono imposte delle sottovesti), è un'operazione che ne tradisce la natura trasgressiva e libertaria, ne castra la forza vitale. Ciò detto, "Maraviglioso Boccaccio" promana stile da ogni immagine, sciorina eleganza figurativa a ogni sequenza: è una gioia per gli occhi, pur mettendo la sordina ai sensi. Andate a vederlo, tanta grazia dalla cinematografia indigena di rado è dato ottenere.

MARAVIGLIOSO BOCCACCIO. REGIA: PAOLO E VITTORIO TAVIANI. INTERPRETI: LELLO ARENA, PAOLA CORTELLESI, CAROLINA CRESCENTINI, KIM ROSSI STUART, KASIA SMUTNIAK, RICCARDO SCAMARCIO, JASMINE TRINCA, VITTORIA PUCCINI.
DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 123 MINUTI.