lunedì 13 luglio 2015

Babadook

A sei anni dalla scomparsa del marito, Amelia non ha ancora elaborato il lutto per la perdita. Ne risente il rapporto con Samuel, suo unico figlio: il bimbo seienne non dorme bene, la tiene sveglia, spaventa i compagni; certo, il contatto con una madre devastata dallo stress non lo aiuta, piuttosto ne accentua il comportamento aggressivo e lunatico. Le cose vanno, però, assai peggio, da quando s'imbattono in un  inquietante, misterioso libro di favole, che narra le imprese d'uno spaventevole Uomo Nero e sciorina le filastrocche necessarie per invocarlo. Malgrado venga gettato via dopo la prima lettura, il volume - un po' come avveniva per l'orrido pupazzetto di Pierino, creato da Antonio Rubino, sulle antiche pagine del "Corriere dei Piccoli" - continua a ripresentarsi, mentre fra le mura domestiche iniziano a succedersi fenomeni sempre più singolari e terrificanti. Cosa sta accadendo? 

Presentato con successo in vari festival, dal Sundance al nostrano Torino, "Babadook" è un film dell'orrore sui generis: rielaborando un suo corto del 2005, "Monster", la cineasta australiana Jennifer Kent ha dato vita ad una variazione assai peculiare sul tema dell'abitazione infestata. La cosa più originale, in assoluto, è l'approccio prescelto alla materia. Il suo lavoro, pur rispettando in apparenza i moduli della messa in scena horror, non usa il repertorio di truccherie abituale: niente sobbalzi sulla poltrona con apparizioni improvvise od impennate sonore, piuttosto una patina di grigiore che va dall'arredamento della casa al tono generale, sostenuta da una fotografia adeguatamente funerea. Persino la raffigurazione del mostro non si cura di seguire i canoni correnti: invece, sembra rifarsi al Lon Chaney de "Il fantasma del castello" (1927), pellicola perduta di Tod Browning della quale ci rimangono soltanto delle foto di scena.

Se certamente la regista si è ricordata del Carpenter di "Halloween" (1978) per disegnare il ritratto di questa madre single disperata ed afflitta dalla solitudine (la scena della tentata soddisfazione per mezzo di un fallo di plastica, è tra le più malinconiche immagini dell'abbandono che si sia vista su uno schermo), il dato più intrigante è il continuo suggerimento che la presenza incubica altro non sia che una proiezione delle paure e dei desideri della donna. Insomma, com'era in "Suspense" (1961), il magistrale adattamento di "Giro di vite" di Henry James firmato da Jack Clayton, potremmo trovarci davanti ad un fantasma uterino figliato dal desiderio sessuale a lungo frustrato: la raffigurazione di questa possibile psicosi mentale è raccontata con uno stile minimalista e all'insegna di un montaggio isterico, come nel miglior Aronofsky. Sorprende il finale, che getta una luce di favola morale sull'intera pellicola; da applauso le prestazioni di Essie Davis (vista ne "La ragazza con l'orecchino di perla" e "La tela di Carlotta"), nevrile e angosciata madre sull'orlo di un collasso nervoso, e di Noah Wiseman, il piccolo debuttante che incarna misteri e inquietudini dell'infanzia con una prestazione al calor bianco.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

BABADOOK. REGIA: JENNIFER KENT. INTERPRETI: ESSIE DAVID, NOAH WISEMAN, DANIEL HENSHALL. DISTRIBUZIONE: KOCH MEDIA. DURATA: 93 MINUTI.

martedì 16 giugno 2015

Diamante nero

Marieme, sedicenne nera, vive in periferia, va male a scuola (rischia di ripetere, per la terza volta, la terza classe), deve far da madre alle sorelle più piccole, è angariata dal fratello violento e maschilista. Timida e schiva, la ragazza inizia a trovare una propria identità unendosi a una gang di tre coetanee: la carismatica Lady, poi Adiatou e Fily, bulle sexy che giocano a fare le teppistelle. Frequentandole, ella inizia a comprendere che il mondo non è solo pensato per i maschi: così, cambia pelle indossando un giubbino di cuoio, stirandosi i capelli, sottolineando la sua naturale sensualità. Tuttavia, indecisa sulla strada da prendere, sfiora certe cattive compagnie, ritraendosi però in tempo: e laddove il suo ragazzo pure, più gentile e tenero degli altri, si rivela in un diverso modo castrante, Marieme s'accorge di poter contare solo su se stessa, sulla propria energia e sulla voglia di non seguire i modelli collaudati.

Nel 2011, Céline Sciamma si era fatta notare con "Tomboy", assai premiato film su una bimba decenne che decide di spacciarsi per maschietto. A pensarci, questo "Diamante nero" è una specie di variazione sul medesimo tema, affrontato con minore esplicitezza, ma con esiti non meno interessanti ed intriganti. Non è un caso che Vic - è il nome che la "nuova" Marlene assume - faccia a botte con un'altra ragazza, strappandole il reggiseno per umiliarla, porti i capelli corti e, a un certo punto, si fasci il petto per celare la propria natura. Più che in chiave femminista, queste scelte vanno vedute come il tentativo di farsi rispettare in un mondo costruito sulla misura maschile. Un po' come le rugbiste della splendida scena iniziale, Vic e le sue amiche sono forti e dolci, determinate e sorridenti.

Alle prese con una materia difficile, la maestria della Sciamma - qui appena al suo terzo lungometraggio - riluce nel modo in cui evita letture sociologiche, collocando le sue giovani guerriere in una banlieu  connotata non secondo i canoni del realismo (di poliziotti non si vede ombra, adulti e bianchi sono rare presenze). La storia che ci narra vibra di vigore, finanche di rabbia: ma non si ferma alla sorellanza del quartetto, segue i destini di Vic anche più oltre, la lascia carica d'energia che la vita continua a frustrare.
Il finale "aperto" ce la consegna indomita, seppure angosciata dai problemi: è qui che "Diamante nero" assume connotati decisamente politici, saltando a pie' pari gli obblighi della pellicola con il "messaggio" in virtù di una personalità autoriale ormai pienamente raggiunta. Le protagoniste, tutte al loro esordio, forniscono - capitanate da una scintillante Karidja Touré - una prova memorabile.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

DIAMANTE NERO. REGIA: CELINE SCIAMMA. INTERPRETI: KARIDJA TOURE', ASSA SYLLA, LINDSAY KARAMOH, MARIETOU TOURE'. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 112 MINUTI.

mercoledì 20 maggio 2015

Youth - La giovinezza

In un albergo di lusso ai piedi delle Alpi Fred e Mick, due amici di vecchia data sulla soglia degli ottanta anni, trascorrono assieme una vacanza primaverile. Mick Boyle è un celebre cineasta inglese, emigrato a Hollywood, alle prese con il proprio film-testamento insieme ad un manipolo di giovani sceneggiatori; Fred Ballinger è un riverito compositore e direttore d'orchestra che si è messo in pensione di propria volontà, accettando - con un atteggiamento a mezza via fra apatia e cinismo - la vecchiaia e i suoi ozi. Sanno che il loro futuro si va inesorabilmente esaurendo e decidono di affrontarlo in due, guardando con curiosità e tenerezza agli altri ospiti dell'hotel e, in generale, alle persone più giovani di loro. A un certo punto, si presenta un emissario di Elisabetta II: Sua Maestà desidera festeggiare il genetliaco del consorte con un concerto nel quale, per l'occasione, il maestro Ballinger dovrebbe tornare a dirigere le sue famose "Simple Songs". Egli rifiuta; e rifiuta pure d'interpretare la pellicola di Boyle l'attrice Brenda Morel, protagonista abituale delle opere di quest'ultimo, che in un primo momento aveva assicurato la propria disponibilità. E, senza di lei, i produttori non accetteranno d'investire nel progetto di Mick...

Era molto atteso, il ritorno in attività di Paolo Sorrentino dopo il discusso "La grande bellezza", dato che  la sua estetica peculiare tanto aveva diviso critica e pubblico in estimatori e detrattori molto decisi. Per di più, il regista napoletano tornava in competizione a Cannes, ove due anni fa la giuria aveva ignorato  il film, di poi premiato con l'Oscar. Chi temeva un lavoro infarcito di ridondanze e di compiacimenti, tiri pure un sospiro di sollievo: "Youth - La giovinezza" è un'opera compatta e coesa, alla quale neppure nuocciono le tante sottolineature del finale. Libero di essere nuovamente se stesso, senza più o meno consci confronti coi maestri, il nostro ritrova il suo stile inconfondibile, pur non rinunciando a certi vezzi - personaggi più o meno misteriosi che appaiono e scompaiono, ad esempio - che risultano, tuttavia, qui coerenti con l'andatura rapsodica della narrazione. Sfuggendo la tentazione di fare del suo duo di sodali una sorta di versione aggiornata de "I ragazzi irresistibili", Sorrentino s'arrischia dalle parti della malinconia ("la felicità di essere tristi", chiosava Victor Hugo), non evitando sottolineature sarcastiche ma, in fondo, neppure negando amore ai propri personaggi.

"Mi interessa raccontare la vecchiaia in funzione del rapporto con il futuro, quando ne hai poco davanti, e rispetto ai figli. Il fatto che i vecchi si avviliscono perché si disperde il patrimonio delle cose che hanno fatto per loro. E' atroce che tutta la quantità e la qualità delle cose che hai fatto per stabilire un rapporto svaniscano. Non mi fa paura lo sparire dalla Terra, ma dagli occhi dei miei figli". Per un essere umano che ha perso, nella vita, entrambi i genitori all'età di 17 anni, si tratta di tematiche difficili da sviluppare (a cominciare dal rischio di puntare, magari involontariamente, sull'esazione della lacrima nella platea). Invece l'autore, popolando la vicenda di sogni e di visioni, ambientandola nella struttura dove Thomas Mann collocò il suo "La montagna incantata", raffredda la materia e la colloca in una zona iperreale, tra stralunate gonfiatrici di palloni e spiritate cantanti, nella luce forte del mattino o in quella d'una notte dal sapore onirico. Al termine, l'anziano direttore tornerà sul podio, lasciando libero il Narciso che è in lui e che si era sforzato per tanto tempo di tenere alla catena, dalla morte della moglie in poi. Anche chi sta dietro la macchina da presa lo imita, scegliendo uno scioglimento lieve per una fatica non inficiata da pacchiane bellurie; invece, vivace e profonda al tempo medesimo. Proprio come la recitazione di tutti, davvero tutti, gli attori di questo strepitoso cast.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

YOUTH - LA GIOVINEZZA. REGIA: PAOLO SORRENTINO. INTERPRETI: MICHAEL CAINE, HARVEY KEITEL, RACHEL WEISZ, PAUL DANO, JANE FONDA. DISTRIBUZIONE: MEDUSA. DURATA: 118 MINUTI.

sabato 9 maggio 2015

Il racconto dei racconti

"L'Italia possiede nel 'Cunto de li Cunti' o 'Pentamerone' del Basile il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari; eppure l'Italia è come se non possedesse quel libro perché, scritto in un antico e non facile dialetto, è noto solo di titolo, e quasi nessuno più lo legge". Forse per detto motivo proprio l'autore di queste righe, Benedetto Croce, fu il primo a tradurne l'ispido ma denso napoletano, in lingua. Definito da Calvino "il sogno di un deforme Shakespeare partenopeo", il libro  - dal curioso sottotitolo "lo trattenemiento de peccerille", vale a dire l'intrattenimento per i più piccini -  viene edito tra 1634 ed il 1636, a Napoli. Popolato di regine e cortigiani in nero, di draghi e damigelle vergini, di bordelli di donne nude nell'acqua e orchi, la raccolta è suddivisa in 50 racconti; in questa sua ultima fatica, Matteo Garrone sceglie di adattarne tre.

Ne "La regina" (tratto da "La cerva fatata"), la protagonista è disperata perché non riesce ad avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce alla coppia regale una soluzione assai rischiosa: mangiando il cuore di un drago marino, cucinato da una vergine, la sovrana resterà incinta. Il re perde la vita per uccidere la bestia, ma lo scopo è raggiunto. Di figli, però, ne nascono due, eguali come gocce d'acqua: il secondo è partorito dalla sguattera cuciniera del cuore. E la regina è gelosa dell'amicizia dei ragazzi...
Ne "La pulce" (da "Lo pulece"), un re cattura una pulce e la nutre a dismisura, sino a farla diventare una sorta di mostruoso animale domestico. Quando esso muore, il sovrano lo fa scuoiare e decide che darà in sposa la figlia a chi saprà dire di che bestia sia la pelle misteriosa. Ci azzecca un orco, ed è costui che avrà in premio la fanciulla. Ma quest'ultima non riesce a rassegnarsi, e medita la fuga...
Ne "La vecchia scorticata" (da "Le due vecchie"), un'anziana lavandaia che vive con sua sorella è oggetto delle attenzioni del giovane e aitante re, che ne conosce solo la voce. La più astuta delle due, Dora, grazie ad un incantesimo riesce a tornare giovane e bella, e a farsi impalmare dal reale; l'altra, Imma, perduta nel sogno di seguire le tracce della sorella, finisce per farsi allo scopo scorticare viva...

Si comprenderà, da questi accenni di trama, che siamo dentro a quel genere fantasy oggi assai in voga,  che ha nella serie televisiva "Il trono di spade"la sua punta di lancia. Figurativamente, il film l'ha avuta ben presente; tuttavia, il colto Garrone cita fra le fonti d'ispirazione pure i "Capricci" di Goya, i corti di Pasolini, il cinema di Mario Bava. V'è tutto questo, certo, ne "Il racconto dei racconti"; e l'idea di aver frammischiato le storie, allo stesso tempo contaminando e rivisitando, è uno tra gli atout della pellicola, di molto superiore ad analoghi prodotti d'oltreoceano, per tessitura fantastica e per eleganza figurativa. L'idea, però, di puntare ad un pubblico internazionale, espone l'opera ai rischi comuni a tal genere di operazioni: gli attori anglofoni, pur bravi, a volte paiono disorientati; e la verità narrativa è inficiata, in  parte, dalla scelta di trascurare il verace dialetto d'origine. Quando Pasolini licenziò il suo "Decameron" (1971) spostò l'ambientazione dalla Toscana alla Campania, in cerca di un'ingenuità perduta ma, pure, per rileggere il Boccaccio con gli occhi del Basile; il risultato è, non a caso, un capolavoro senza tempo, tra gli esempi più alti di cinetraduzione d'un testo letterario. Nel lavoro di Garrone, di contro, quel che latita è l'anima: nel catalogo d'immagini belle e fredde che passano sullo schermo, di rado fa capolino. Non avveniva così ne "L'imbalsamatore" od in "Primo amore", men che mai in "Gomorra". E' il caso di sottolineare, tuttavia, come la nostra obiezione sia rivolta ad un film di gran classe, che conferma la scaturigine visionaria nell'ispirazione del nostro.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

IL RACCONTO DEI RACCONTI. REGIA: MATTEO GARRONE. INTERPRETI: SALMA HAYEK, VINCENT CASSEL, TOBY JONES, STACY MARTIN, JOHN C. REILLY. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 128 MINUTI.

sabato 2 maggio 2015

Forza maggiore

Una famiglia svedese di quattro persone - Tomas e Ebba, con i figlioletti Vera e Harry - si reca per la settimana bianca sulle Alpi francesi. Il capofamiglia lavora molto, perciò questa vacanza sulle Alpi si è caricata di particolari aspettative. L'avveniristica struttura nella quale essi hanno preso alloggio prevede finanche delle "valanghe controllate", ma accade un imprevisto. Uno degli eventi "provocati" sorprende gli ospiti mentre siedono per pranzo ai tavoli all'aperto del ristorante panoramico: una valanga si dirige a gran velocità verso di loro, quasi fosse destinata a travolgerli. La quiete del gruppo pure, pare esser travolta da una slavina: c'è chi, ad esempio, viene colto da una sorta di attacco di panico. Tra di loro è Tomas che, istintivamente spinto a mettersi in salvo il prima possibile, afferra il cellulare e le sigarette, prima di darsi a una precipitosa fuga; Ebba, invece, resta per proteggere i figli e, nel caso, morire con loro. La valanga si arresta, ed i quattro rientrano sani e salvi: il comportamento dell'uomo, tuttavia, ha incrinato qualche cosa nella coppia, ed è una crepa destinata ad aprirsi sempre di più...

"Ci sono degli studi ove si dimostra come buona parte delle coppie che sopravvivono alle catastrofi, finiscono per divorziare. Secondo i canoni della società nella quale viviamo, gli uomini dovrebbero proteggere le loro donne e le loro famiglie, senza indietreggiare di fronte al pericolo. Invece, nelle situazioni di cui stiamo dicendo, sembra siano proprio gli uomini a reagire più spesso con la fuga". 
Premio della giuria a "Un Certain Regard" nell'edizione 2014 di Cannes, "Forza maggiore" del 39 enne Ruben Ostlund - già messosi in luce con il premiatissimo "Play" (2012) - è stato uno tra i film che ha suscitato maggior interesse, celebrato dalla critica e amato dal pubblico. La bravura del regista sta nel raccogliere una suggestione - come si sopravvive, s'è detto, ad un'esperienza fortemente drammatica, tipo un dirottamento o uno tsunami - e trasformarla in cinema allo stato puro, tracciando in maniera convincente un parallelismo tra il percorso inarrestabile di un'emozione e quello, simile, d'una slavina. 

Strutturata con l'abilità di chi conosce le regole del genere "alta montagna", "Forza maggiore" è una pellicola in cui la psiche dei personaggi si muove in silenziosa corrispondenza con la natura, seppure fuoriuscendo dai percorsi usuali: ad esempio, non sono rare le parentesi di divertimento laddove ci si aspetterebbero atmosfere sempre drammatiche. L'inconveniente accaduto a Tomas mina le certezze degli ospiti più giovani, innescando ironicamente una reazione a catena, quantunque nella diversità di condizione delle varie coppie. Il mito della solidarietà scandinava avverso all'individualismo, del dialogo come pratica consolidata di comunicazione, ne esce a pezzi: così pure quel politicamente corretto, per cui le differenze tra uomini e donne sono divenute un argomento da evitare, quasi un tabù. Come in Haneke (che, di certo, è un punto di riferimento per il quarantenne autore), si gioca con raffinatezza sull'asse dello scardinamento di ogni certezza, segnatamente dal punto di vista dello spettatore. La scrittura, assai solida, si coniuga ad un talento narrativo immaginificamente audace: gli attori - perfetti finanche nei ruoli più piccoli - s'inseriscono perfettamente nel meccanismo, fino ad apparire essi stessi sopraffatti da una vicenda che richiede a chi siede in platea una "suspension of disbelief" non comune, ripagandolo tuttavia con un risultato di prim'ordine. Lo scioglimento è la parte più debole della vicenda, con una serie di finali che s'indeboliscono l'uno via l'altro: ma ciò poco toglie ad un'opera che affascina e si pone, sin d'ora, come materia d'interesse per futuri cinespigolatori curiosi ed attenti. 
                                                                                                                                     Francesco Troiano

FORZA MAGGIORE. REGIA: RUBEN OSTLUND. INTERPRETI: JOHANNES KUHNKE, LISA LOVEN KONGSLI, CLARA WTTERGREN, VINCENT WETTERGREN. DISTRIBUZIONE: TEODORA. DURATA: 118 MINUTI.

lunedì 20 aprile 2015

Samba

Samba è un immigrato senegalese che vive e lavora da due lustri in Francia, adattandosi a piccole occupazioni d'ogni genere al fine di combattere l'inesausta battaglia per un permesso di soggiorno. Alice è una manager che, a seguito d'un tracollo psico-fisico, compie un percorso di ricostruzione e  riappropriazione di se stessa, che include il volontariato in un'associazione. L'incontro tra il variopinto universo suburbano dell'ironico clandestino e la solitudine della borghese parigina in crisi produce un'attrazione, un affetto che divengono via via più intensi e costituiscono, in qualche modo, una strada per uscire dalle proprie difficoltà: se non, addirittura, un antidoto contro l'emarginazione sociale...

"Le parole non sono servite a difenderlo, magari però daranno un senso alla sua storia": è così che Delphine Coulin, autrice del romanzo "Samba pour la France" (da noi, edito da Rizzoli), riassume il senso della lunga odissea di Samba Cissé, immigrato illegale proveniente dal Mali. Le vicissitudini del protagonista sono in gran parte drammatiche, le stesse che deve percorrere ciascuna persona nel suo stato: razzismo, lavoro nero, mortificazioni e, sopra tutto, la paura d'incappare nelle maglie della rigida struttura amministrativa francese, per la quale valgono le regole e non gli esseri umani ai quali esse vanno applicate. Solo in chi è alle prese coi medesimi problemi, o con gli assistenti, il nostro trova un poco di luce, di spensieratezza: grazie a Wilson, il colombiano che ha come lui l'incarico di pulire i vetri dei grattacieli; o Joseph, il compagno di viaggio che lo invita a mai rinunciare alla dignità, qualsiasi cosa avvenga. Se il tono della narrazione sfiora, a tratti, il picaresco, la lotta per la sopravvivenza conduce, inevitabilmente, ad un lento quanto doloroso naufragio. 

Cosa è rimasto, nel film di Eric Toledano e Olivier Nakache (il duo che aveva firmato "Quasi amici", tra i più clamorosi successi di pubblico in Francia), della pagina scritta? Nel complesso abbastanza, anche se la coppia di cineasti è, evidentemente, preoccupata di smussare gli angoli della vicenda quanto più possibile, in modo che il prodotto non perda di commestibilità per le grandi platee. Diciamo che tutto quel che riguarda il "pedinamento" del clandestino, la sua quotidianità tra il periglioso e l'azzardato, è realizzato con cura, finezza, sensibilità. Più difficile, invece, trovare la quadra per la parte sentimentale: il rapporto fra il sans-papier in cerca d'integrazione e la dirigente d'azienda tentata dal suicidio risulta raramente credibile e proietta la storia - magari senza volerlo - in una dimensione fiabesca che stride non poco con la misura di verità della parte sociale. Ne risulta un ibrido che al botteghino non ha fatto gli sfracelli del suo predecessore, ma al quale è impossibile non guardare con simpatia: fosse soltanto per l'irresistibile Omar Sy, giusto come nel libro "ostinato, vivo, umano"; o per la superba naturalezza con la quale Charlotte Gainsbourg disegna un personaggio improbabile, il cui smarrimento finisce però per creare identificazione in chiunque - magari soltanto per un attimo - abbia avuto in sorte di provarlo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

SAMBA. REGIA: OLIVIER NAKACHE, ERIC TOLEDANO. INTERPRETI: OMAR SY, CHARLOTTE GAINSBOURG, TAHAR RAHIM, IZIA HIGELIN. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 118 MINUTI.

martedì 14 aprile 2015

Mia madre

Margherita sta girando un film sulla crisi economica italiana, in cui si narra dello scontro tra gli operai  d'una fabbrica e la nuova proprietà Usa, probabilmente foriera di tagli e licenziamenti. La complessità propria d'un lavoro corale di tale argomento, è aumentata dalle bizzarrie della star italo-americana che ha scelto per interpretare la parte del neo-padrone statunitense: un attore in crisi, ostacolato dalla sua fama di divo, particolarmente avvertita dal provincialismo della cinematografia nostrana. Margherita è inoltre separata, ha una figlia adolescente che frequenta di malavoglia il liceo classico (quasi imposto da una tradizione familiare che trova la sua scaturigine nella nonna, insegnante di latino e greco), ha appena lasciato il proprio compagno, impegnato nelle riprese, conduce una vita confusa e sfinente. Le  istanze del privato, poi, pesano non poco. L'imminente morte della madre Ada, ricoverata in ospedale e afflitta da una sofferenza cardiaca giunta all'ultimo stadio, la porta a un confronto difficile e doloroso: in primo luogo con se medesima e col fratello Giovanni, ingegnere che s'è preso un lungo periodo di aspettativa dal lavoro, per accudire la genitrice amatissima e dai giorni contati...

In "Patrimonio", lo splendido libro in cui Philip Roth racconta la morte del padre, lo scrittore galiziano adopera, per il suo personaggio, il proprio nome e cognome, in luogo di Nathan Zuckerman o David Kepesh. In "Mia madre", Moretti per sé usa il nome di Giovanni e per quello della Buy, Margherita. Ci sembra, questa, una ulteriore sottolineatura di quanto di privato ci sia in questa pellicola complessa e stratificata, forse non tra la sue di vertice, ma in ogni caso la più sentita emotivamente dai tempi di "Caro diario" (1993). Con questo, non stiamo dicendo che l'opera sia strettamente autobiografica: certo, egli ha iniziato a scriverla quando erano appena avvenute le cose poi divenute tema della storia. Ciò non ci sembra abbia influito più di tanto sulla qualità narrativa, però ha avuto delle conseguenze.

In primo luogo, il tema centrale del film - che è lo spaesamento che si prova di fronte alla perdita di una persona cara - procede, quasi a non troppo imporsi, parallelamente ad almeno altri due: il bilancio esistenziale di una donna che si sta avvicinando alla mezza età e il proprio rapporto con il presente (di lei e dell'artista, intendiamo). Il modo in cui Moretti ha pensato la storia di Margherita ricorda da vicino uno dei capolavori di Woody Allen, "Un'altra donna" (1988): ma, mentre Allen trovava una miracolosa leggerezza nell'impaginare il percorso di Gena Rowlands, il nostro sciorina come di consueto una serie di parentesi tese a far ridere, affidandole all'istrionismo di John Turturro. Il risultato è una mescolanza non sempre riuscita con i momenti più toccanti, si tratti di una ricognizione nella memoria (la sequenza davanti al cinema Capranichetta del passato, con una lunga fila di persone che attende di assistere a "Il cielo sopra Berlino") o di situazioni che stridono con lo stato d'animo del personaggio (il momento in cui un rappresentante le propone di cambiare gestione elettrica ed ella si smarrisce nella ricerca d'una bolletta, chiara metafora di un'assenza inaccettabile). Quanto ai rapporti con il presente, con l'attuale situazione di conflitto sociale, ci pare che il regista si limiti a sfiorarli senza convinzione: ed è, forse, proprio questo sentimento di inadeguatezza, finanche d'inutilità di ogni cosa, il più forte che promana dalla visione. La messa in scena d'una sconfitta, senza alibi od infingimenti.

Le note più vere, quelle che fanno di "Mia madre" un qualcosa destinato a restare in ogni caso nella memoria, riguardano la messa in scena cinematografica della scomparsa della mamma. Il trapasso commuove per la mirabile economia dei mezzi: l'esazione della lacrima è evitata con un'accuratezza che non significa, per nulla, perdere in intensità. I momenti in cui Margherita cerca di aiutare Ada, goffamente, con le lacrime in anticamera ed il cuore in patimento, sono magnifici e fanno pensare a "Dove lei non è", quello straziante diario del lutto che Roland Barthes ebbe a vergare durante la malattia materna. Ed è assai brava, la Buy, a render nei movimenti la propria difficoltà, quasi non le riuscisse più di collocare il proprio corpo nello spazio. Le dà la replica con autorevolezza una Giulia Lazzarini che - forte della sua esperienza teatrale - trova con naturalezza una misura d'ossimoro, tra straziante e rasserenante, perfetta. Detto che Moretti si ritaglia, per pudore, un ruolo di raccordo, laterale, rispetto a una vicenda che gli brucia fra le mani, di certo nell'ultima parte, da cineasta, egli dà il meglio: chiudendo con uno scambio di battute fra madre e figlia, che evoca il domani natura delle cose, necessità, scorrere del tempo. Anche se le braccia che ci hanno da sempre accolti, in quel futuro, non ci saranno più.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

MIA MADRE. REGIA: NANNI MORETTI. INTERPRETI: MARGHERITA BUY, JOHN TURTURRO, GIULIA LAZZARINI, NANNI MORETTI, BEATRICE MANCINI. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 106 MINUTI